L’isola è a rischio di snaturamento e di impoverimento di identità e di messaggio etico e civile. Davanti a noi c’è un nuovo centro storico da ricostruire nell’anima e nelle sue funzioni normali
La Civetta di Minerva, 1 dicembre 2017
Quelle di Alberto Sipione (ndr: La Civetta, 3 novembre 2017) sono notazioni centrate, critiche giuste alla mia riflessione di allarme, senza imputazioni e condanne, in cui in effetti colpevoli e vittime vengono trascurati; forse perché stanco di ripetere la litania dei colpevoli, di condanna di queste classi dirigenti ed autoreferenziali della politica ridotta a mera amministrazione ed a comitati elettorali, di questa stampa e di questi media che li ha alimentati nella indifferenza di una opinione pubblica povera di dignità democratiche e partecipative, forse perché in fondo dopo tanti anni di interventi, battaglie e denunce, mi prende il dubbio di far parte per caduta di energia di quei colpevoli, che alla fine hanno consegnato questa città alle nuove generazioni che se la trovano così vittima, a rischio di trovarsi vuota di messaggi intergenerazionali, in preda a questa metamorfosi incontrollata; sicuramente quella mia analisi è andata oltre quei doveri di efficacia e di chiarezza che ci devono assistere quando abbiamo la presunzione di esprimere idee che devono trovare concretezza, agibilità e proposta.
Certo il ‘diritto alla città’ deve essere il centro delle nuove rivendicazioni, il passaggio obbligato a ridescrivere centralità e periferie, quelle non soltanto fisiche ma soprattutto quelle dove dimora la negazione concreta delle eguaglianze della comune cittadinanza, dove alla fine le regole della democrazia stentano a concretizzarsi in comportamenti di libertà e creatività, di proposta e di scambio di energie che proprio la nostra tradizione urbana è riuscita a produrre ed a farsi così come le parti migliori di essa riescono ancora a testimoniare.
La questione Ortigia la trovo, oggi, un eccezionale terreno di riflessione, una nuova occasione di ripensarci come collettività insediata tra l’Eurialo ed il Maniace, ora che non ne dobbiamo più difendere in fondo il ‘corpo edilizio’, riconosciuto finalmente una opportunità, addirittura un ‘valore’ a rischio alto di mercificazione e di nuova rendita, senza la sua carica ideale e di valori, non quantificabili in termini di sfruttamento, e che invece dobbiamo a tutti i costi, insieme tentare di riaffermare e tradurre in movimento di opinione e nuove più complesse iniziative di riurbanizzazione, sfidando il rischio di cedere a questa spinta condivisa di rendere quelle spoglie edilizie un nuovo inedito lunapark .
In fondo ieri contro la speculazione plebea dei proposti diradamenti dei quartieri storici, il nemico aveva un volto chiaro e definito, aveva carne ed ossa che si muovevano chiari nel terreno dell’assalto cementificatorio e nelle coerenti connivenze politiche e partitiche, più ruspanti e primarie, e contro tali nemici di quel bene edilizio comune, di quel ‘corpo’ di pietra frutto della grande tradizione civile ed urbanistica dei secoli precedenti.
Valsero intelligenze, culture, proposte che nel Paese avevano paladini e lotte facilmente mutuabili, facilmente trascinanti per generazioni fortemente politicizzate che mescolavano rivendicazioni utopistiche di eguaglianze e lotte civili a rivendicazioni ambientali di progetto. Certo sempre minoranze, ma che la ebbero però in gran parte vinta. Da noi gli Agnello, i Gargallo, i Di Giovanni, i Picone, e dentro le istituzioni della tutela i Bernabò Brea, i Cabianca,i Voza come a Roma i Cederna e gli intellettuali attorno a “Il Mondo” di Pannunzio e de L’Espresso’ contro le immobiliari, i Rossi Doria, la testimonianza di Zanotti Bianco, l’Italia Nostra di Giorgio Bassani, le esperienze di Cervellati a Bologna, a Firenze e Venezia le esperienze delle leggi speciali.
Oggi quel ‘nemico’ dalle stesse capacità divoratrici di futuro è più articolato, insieme più minuto e penetrante, coinvolge coscienze ed opinioni e microeconomie familiari e familistiche, in mezzo ad un guado ancora senza la percezione delle sponde; sinceramente non so ancora se il nostro centro storico, questo spazio divenuto improvvisamente ‘polo di sviluppo’ ed attrattore di economie corrosive, che non è neppure a rischio alto di gentrificazione, ma sicuramente lo è di snaturamento e di impoverimento di identità e di messaggio etico e civile, non so se questo centro storico sia capace di rappresentare un nuovo progetto per l’intera città, se partendo da esso riusciremo a renderlo di nuovo spazio urbano irradiante democrazia, partecipazione, valori comuni.
Quello che penso però è che questo tentativo va giocato con più energia e radicalità, senza paura di impopolarità e di contestazioni, senza esitazione di condannare questo nuovo ‘totem’ del turismo monoculturale, desertificante di vita quotidiana, con una nuova inedita capacità di espulsione. Il gioco oggi è più alto e più a rischio, la carica delle rendite immobiliari e speculative è più diffusa e carsica, ogni ristrutturazione oggi non è il segnale della ‘rivitalizzazione’, quella categoria che si conquistò con l’emanazione della legge speciale del ’76 e che segnò l’affermazione della vittoria di una idea di conservazione del ‘corpo’ della città antica. Oggi ogni ristrutturazione, ogni restauro di ogni basso di vicoli e ronchi, di ogni edificio in Giudecca e Graziella, al Maniace come alla Spirduta, ogni nuovo commercio tra porta Marina e Via Maniace, rappresenta paradossalmente una carica di attacco ed occupazione irreversibile di una popolazione estranea e precaria, che pur volendo godere di un’anima e di sentimenti fortemente attrattive di fatto ne accelera la ‘demolizione’.
Non voglio cadere in retoriche, la questione è complessa e difficile da governare, le amministrazioni che si sono succedute in questi ultimi anni di boom turistico, di affermazione di una economia monoculturale ad altissimo rischio di nuova povertà, si sono trovate a gestire un fenomeno più alto dei loro stessi programmi farlocchi, a prescindere dalla litigiosità dei branchi elettorali di clientes che hanno prodotto consiglieri, sindaci ed assessori, il processo di occupazione è andato avanti a prescindere da qualsiasi scelta, progetto, piano, programma.
Siamo in uno spazio di confine tra il recupero difficilissimo di una riurbanizzazione che tragga forza dal messaggio etico e civile che possono ancora dare la città storica, i grandi monumenti dell’antichità, quella parte di paesaggio non demolito, ed una perdita irreversibile, più grave di quella che il cemento e la demolizione fisica avrebbe inferto alla città storica ed ai monumenti dell’antichità.
Sono convinto che riflessioni importanti oggi vi sono, esistono gruppi che hanno chiaro il pericolo che corriamo e con noi tutte le città storiche del Paese, direi anche di questa vecchia Europa, dove il fenomeno urbano ha significato un incubatore di idee, di democrazia, di eguaglianza e di inclusione, e non di lunapark, di luogo delle separazioni e delle esclusioni.
Abbiamo qui davanti a noi una nuova Ortigia da ricostruire nell’anima e nelle sue funzioni normali, rendendola, grazie alla sua ‘perifericità dorata’, motore capace di ridare alle altre vere periferie, alla Pizzuta, ai Teracati, allo Zecchino, alle stesse borgate a mare, che tali sono divenute, il segnale delle nostre identità civili, e torno a ripetere etiche, che mutano restando se stesse, scambiandosi funzioni diverse, mescolando viaggiatori e residenti, spazi del lavoro e del tempo libero, economie diversificate della modernità ed antiche pratiche fragilissime da restaurare, nella stessa misura e con la stessa attenzione di quegli edifici che siamo riusciti a strappare al degrado.

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