Libertà e uguaglianza senza fraternità si svuotano di senso

La democrazia rischia di ridursi sempre più ad una sequela di riti formali, occorre trovare rimedi. Convegno dei Focolarini a Enna: possibile un’Unità tra giusti e sognatori

 

La Civetta di Minerva, 1 dicembre 2017

Convegno piuttosto interessante quello organizzato sabato 25 u.s. ad Enna dal Movimento Politico per l’Unità. Così si chiama una interessante iniziativa politica avviata da cittadini per lo più appartenenti al Movimento cattolico dei Focolarini. I quali si pongono interrogativi sulla qualità sempre più deteriorata della nostra politica e sui modi possibili per tentare, doverosamente, di porre rimedito a tale degrado. Il MPpU non partecipa direttamente ad alcuna competizione elettorale proprio perché l’obiettivo dell’Unità, a cui mira, è incompatibile con il concetto di partito. Ciascuno dei suoi componenti può però cimentarsi nelle attività politiche, offrendo testimonianza concreta del modo di vedere del Movimento.

Lo ha fatto ad Enna, ad esempio, Maurizio Bruno (anch’egli relatore al convegno di sabato) riuscendo a farsi eleggere consigliere comunale. E proprio a Maurizio Bruno fu subito attribuito, nella scorsa consiliatura, il compito di presidente del Consiglio Comunale, contrariamente ad ogni aspettativa e ad ogni criterio spartitorio (dal cosiddetto manuale Cencelli, che non lasciava a bocca asciutta nessuno, al più recente spoil system, caro in Italia ai berluscones, che prevede la ripartizione solo tra i vincitori). Successivamente Bruno è stato rieletto consigliere, ma non gli è  stato confermato l’incarico di presidente, che pure aveva svolto con apprezzamento pressoché unanime.

Vicenda illuminante: la politica tradizionale può fare spazio ai rappresentanti della società civile, ma solo fino ad un certo punto. In realtà non intende rinunciare a ruoli di prestigio e men che meno a coltivare i suoi interessi. Evidentemente sarà sembrato conveniente ai politici ennesi eletti a far parte del Consiglio puntare, per qualche tempo, su un uomo al di sopra delle parti. Magari per suscitare negli elettori l’illusione di un rinsavimento, ma in realtà i politici di professione non intendono certo rinunciare per sempre a poltrone che offrano prestigio e ad altre che assicurino potere. Constatato che non sono riusciti ad omologare l’intruso, si sono ben guardati dal confermarlo nel ruolo di Presidente nella presente consiliatura. Probabilmente cercano di confinarlo in una solitudine irrilevante. Ma anche nel ruolo di semplice consigliere comunale Bruno sta offrendo testimonianza di un impegno politico originale e costruttivo.

C’è una Unità “alta” (quella della Città globale del compianto Barber) che non è confondibile con la piccola unità dei compromessi, a cui la politica di piccolo cabotaggio è assuefatta. Ed è una Unità difficile da capire e, più ancora, da realizzare: una sorta di utopia a cui tendono i folli e gli ingenui, che non vogliono desistere dalle imprese impossibili, sorretti dalla caparbia fiducia di poterle comunque realizzare. Con l’aiuto di una Provvidenza divina, nella quale fermamente credono i focolarini ed alla quale vogliono mantenersi coerenti ed alleati. O con una fede tutta terrena nella capacità umana di attuare una palingenesi, come preferiscono credere altri che non si affidano ad alcuna Provvidenza ma alla forza dei loro ideali umani ed umanitari. Gli uni e gli altri sono certamente in buona compagnia, se cercano la collaborazione di tutti e solo gli ingenui ed idealisti che non disdegnano di impegnarsi in missioni impossibili contro le multinazionali e i grandi poteri che governano il mondo.

Questa Unità tra i giusti, i sognatori, gli idealisti, gli ingenui, i testimoni di una fede religiosa o di una fratellanza umana e terrena è ammirevole e pienamente rispettabile. E può produrre frutti concreti; anche se non di rado gli idealisti (credenti e laici) sono messi in croce e costretti a sopportare l’amaro fiele della sconfitta. Sugli obiettivi di difesa del bene comune ben venga questa Unione dei giusti, credenti o atei che siano. Ma su prospettive di mera gestione del potere certamente si guarderanno bene dal mostrarsi accomodanti gli uni e gli altri. E diffideranno da generici appelli ad una unità contingente, non correlati a precise proposte: l’unità a cui stanno mirando tanti impresentabili è solo una tattica di corto respiro, finalizzata a vincere le elezioni. Non certo a cambiare il mondo. E neanche a raddrizzare le sorti di questa nostra Italia o a correggere le istituzioni comunitarie, parzialmente e male realizzate. Certi appelli ad una discutibile unità (lanciati dal cavallerizzo o da qualche mediatore tra renziani e sinistra plurale) lasciano, a dir poco, perplessi. Unità di chi? Tra chi? Per far cosa? Per elargire contentini a chi adotta un cane o aiuti da ottanta euro (a certe condizioni)? Meglio mirare in alto e puntare ad un serio cambiamento dell’esistente. Non allearsi con chi punta alla conservazione e/o ad un rafforzamento dell’establishment, magari con mancette e promesse elettorali.   

Ma torniamo al convegno di Enna ed alla relazione introduttiva, tenuta dalla professoressa Daniela Ropelato dell’Istituto Universitario Sophia. La relatrice ha evidenziato la situazione attuale come uno snodo della storia, una situazione di prossimità ad un cambiamento di paradigma. Inevitabile ed, anzi, auspicabile. Sostiene, a ragion veduta, la Ropelato che il concetto di democrazia è estremamente polisemico; ci sono mille modi per definire la democrazia o per precisare il senso che si intende dare a tale parola; e perciò sarebbe bene puntare su un comune denominatore delle diverse concezioni, su una definizione minima e condivisa.

Tra le aggettivazioni che meglio possono risultare efficaci, per consentirci di definire un concetto di democrazia abbastanza condivisibile, forse possiamo assumere le seguenti: partecipativa e deliberativa. La partecipazione è un processo in corso e non concluso. Occorre riflettere sulle possibili modalità di partecipazione dei cittadini  nelle scelte pubbliche, consapevoli che un mero coinvolgimento può anche non comportare una autentica partecipazione. Le modalità sin qui sperimentate sono svariate: si va dai gruppi di progetto (esperienza di Genova), alle giurie di cittadini, ai gruppi di lavoro su temi specifici (per esempio, sulla riforma elettorale, come in Canada), ai sindacati, ai gruppi di protesta, alle svariate modalità assembleari, alla partecipazione in rete, che si esplica anch’essa secondo diverse forme… ad esperienze di semplice testimonianza personale nel sociale e nel politico.

I processi di coinvolgimento si possono anche distinguere in base alla diversa origine dell’iniziativa: ci sono processi che partono dal basso (bottom up) ed altri che piovono dall’alto o che vengono paracadutati o riproposti in vari contesti (top down). E può anche esserci una relazione inversa tra partecipazione elettorale (con la quale si delega agli eletti il compito di legiferare e di risolvere i problemi) e partecipazione civica (con la quale si decide di attivarsi direttamente, magari per sfiducia negli eletti o nei “nominati”, che vanno ad occupare dei seggi in parlamento grazie ad una designazione dall’alto e al suffragio ricevuto da un numero di votanti che progressivamente si affievolisce).

Il che deve far riflettere anche sulla natura politica almeno di una parte dell’astensionismo, che non deriva tutto da superficiale ed irresponsabile abdicazione o rinuncia al voto. Non mancano le voci di coloro che considerano “normale” l’astensionismo nelle democrazie cosiddette “mature”, insinuando quasi l’idea che la rinuncia ad esprimere il voto possa anche nascere da una sorta di fiducia nel sistema, dall’affidarsi alle scelte degli altri…  Astensionismo (come una nota ditta di latticini) vuol forse dire fiducia? La rete, come una sorta di piazza o agorà mediatica, può anche rappresentare una nuova modalità di partecipazione (al dibattito, alle analisi, alla formulazione di proposte…) ma può essa efficacemente dare rappresentatività?

La partecipazione è dunque un processo in evoluzione, non concluso, dentro le istituzioni e fuori da esse, pro e contro l’establishment; e il dibattito degli studiosi sulla democrazia deliberativa è anch’esso in corso.  Secondo Stefano Zamagni, l’orizzonte della democrazia deliberativa prospetta una situazione ideale in cui le decisioni siano assunte mediante discussione tra i cittadini interessati, in applicazione del principio della massima inclusione. È importante anche considerare il luogo, il contenitore, la condizione (setting) in cui si realizza la partecipazione.

Gli argomenti possono essere anch’essi svariati ma vanno generalmente affermandosi come più attrattivi quelli relativi ai beni comuni. Al contrario, gli interessi particolari appaiono sempre più opachi. Ogni deliberazione è democratica se ad essa possono avere accesso tutti coloro su cui ricadono gli effetti della decisione stessa. Si tratta del principio che fu posto alle origini della rivoluzione dei coloni americani: no taxation without representation.

Oggi, più che sentirci componenti di una società di eguali e di liberi, ci avvertiamo sempre più spesso intrappolati in un contesto di diversi e di costretti. La distribuzione delle ricchezze avviene con un trasferimento dal basso verso l’alto, verso la concentrazione di risorse nella disponibilità (eccessiva) di pochi. In altri termini: le disuguaglianze stanno pericolosamente crescendo. Della triade libertà uguaglianza fraternità sono sopravvissuti solo i primi due elementi, che, privati del terzo, hanno anche perso buona parte del loro significato originario, finendo con l’apparire mere forme, prive o povere di contenuto effettivo. La democrazia rischia di ridursi sempre più ad una sequela di riti formali. Il potere deliberativo viene sempre più spesso esercitato a vantaggio di pochi e a detrimento dei più. Occorre trovare rimedi. E la cosa non è semplice. Basti considerare che la brexit rappresenta, per molti, l’esito di una decisione democratica… controproducente. Per non parlare della proposta no vax (l’avversione alle vaccinazioni di massa), in relazione alla quale il ruolo della democrazia viene indicato come contrario alle ragioni (elitarie, non democratiche, non discutibili senza competenze adeguate) della scienza. Nulla è semplice in una società complessa.

Uno degli orizzonti dell’agire democratico, prima ancora di ogni altra considerazione, è quello del sentirsi parte di una umanità globale. Il concetto si potrebbe esprimere rovesciando un noto aforisma nel suo inverso: pensare localmente per agire globalmente. Discutere in loco (in contenitori adeguati e territoriali) i problemi locali; ma trovare (territorialmente) delle soluzioni agibili o attuabili in un contesto ormai globale, o in un’ottica in cui il bene comune sia inteso come il bene dell’umanità intera. Il che non è semplice.

Questo concetto conclusivo della relazione della studiosa citata ci sembra, per molti versi, in perfetta sintonia con quell’idea di ripartizione netta delle competenze di Regioni, Stati e Unione Europea, da noi accennato in un precedente articolo, pubblicato a pag 15 del precedente numero (in cui si parla della negletta Autonomia siciliana).

Quanto al monito “no taxation without representation”, forse è possibile ed opportuno che esso, mantenendo tutto il suo valore,  sia riproposto oggi anche attraverso una sua formulazione inversa: no representation without taxation. Un condannato per reati contro il fisco, escluso dai pubblici uffici, privato della possibilità di fungere da tutore rispetto ad un minore… non può assolutamente occupare la scena politica come capo di un partito o di una coalizione e come protagonista di scelte politiche, che devono essere assunte nell’interesse della comunità dei cittadini. Interesse tradito da chiunque frodi il fisco. È semplicemente ignobile che anche degli intellettuali si accodino a giullari e cortigiani nell’acclamare la ridiscesa in campo di un condannato per frode fiscale. Questo ostracismo dalla scena politica è sacrosanto, quale che possa essere il verdetto del tribunale di Strasburgo sulla pretestuosa o malintesa “retroattività” della legge Severino! L’incandidabilità del cavallerizzo (e di chiunque si trovi nelle stesse condizioni) dovrebbe essere avvertita come un imperativo morale. A prescindere dalla legge Severino! Per un semplice rispetto della dignità e della credibilità del nostro sistema democratico. Come qualcuno dei partecipanti ha potuto esternare durante il convegno di Enna, nel corso di uno dei vari interventi in margine alla relazione.

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