Ancora adolescenti di fervida fantasia, un giorno decisero di imbarcarsi clandestinamente su un cargo che dal porto di Siracusa salpava alla volta di Tripoli. Nascosti nottetempo sotto il tendone di una delle scialuppe di salvataggio…
La Civetta di Minerva, 17 novembre 2017
Raccontare di Elio Fucale, picciotto di Ortigia, è disagevole come accostarsi ad una persona che ti sorprende sempre col suo anticonformismo sorridente.
Ci ha provato la figlia Isabella col libro “Storie mai dimenticate”, in cui rievoca la straordinarietà di Elio, il padre cui è cresciuta accanto assaporandone ogni respiro, la particolare saggezza, gli insegnamenti a tutto orizzonte, l’amorosa severità fatta di sentimenti impressi attraverso una educazione “work in progress”. Per definire Elio Fucale può valere la qualificazione “straordinario”, non già nel senso banalizzato da un abuso quotidiano, ma nella nobiltà dell’accezione lessicale. Nacque a Siracusa nel 1924 in una famiglia borghese di austere tradizioni, con un padre esigente e molto colto che lo avrebbe voluto, come gli altri due figli Tiberio e Lavinia, obbediente e studioso. Ma Elio, come ne scrive la figlia, aveva un carattere “diverso, vivo, speciale”, e solo la madre Isabella ebbe a comprenderlo come “solo una madre sa difendere, abbracciare, capire e perdonare un figlio dimenticandone i difetti e proteggendone i pregi”.
La vita di Elio Fucale è un capolavoro di esistenza coerente con la propria fantasiosità, con la genialità delle attitudini, con l’impeto del decisionismo, con la naturale dissacrazione dell’ipocrita conformismo ambientale. Il suo anticonformismo non era mai deliberatamene esibizionista, ma esibizionista diventava a fronte delle acquiescenti procedure abitudinarie delle società in cui cresceva. Molti gli episodi che hanno costellato l’adolescenza di Elio. Il quale aveva creato un sodalizio con i coetanei Concetto Pulvirenti, Nino Bongiovanni e Nino Buonocore, anch’essi sensibili alla viva necessità di crescere senza subire l’incolore manierismo di usi e costumi in una città arroccata nel grigiore di una paciosa esistenza.
L’avventura, coi colori della più fervida immaginazione, era la sfida a cui ambivano. Tra i rami frondosi di un grande albero sulle rive del Ciane avevano costruito, con materiale d’accatto, una sorta di capanna dentro la quale sognavano di trovarsi nel cuore di una giungla infestata di leoni.
E i leoni un giorno, loro adolescenti di fervida fantasia, decisero di andare ad affrontare in Africa imbarcandosi clandestinamente su un cargo che dal porto di Siracusa salpava alla volta di Tripoli. Nascosti nottetempo sotto il tendone di una delle scialuppe di salvataggio, vissero le prime ore della loro prima vera avventura. Che, come tutte le avventure, celava qualche imprevisto. Furono Elio, Pulvirenti e Bongiovanni a decidere di partire, mentre Buonocore scelse amaramente di dissociarsi per non dare un dolore alla propria madre. E quando la sparizione dei tre gettò nel panico le rispettive famiglie, Buonocore fu torchiato finche confessò la verità. Avvertito così per telegrafo il comandante della nave, i tre furono scoperti, rifocillati, e trasferiti in cabina. A Tripoli furono presi in consegna dalle autorità locali e rimpatriati. L’accoglienza a Siracusa da parte delle famiglie vacillò tra il sollievo e le punizioni.
Crebbero, questi quattro “picciotti di Ortigia”: Elio diventò capitano dei bersaglieri e provetto (quanto spericolato) pilota dell’aeronautica leggera dell’Esercito, Concetto Pulvirenti e Nino Buonocore esercitarono la professione medica, Nino Bongiovanni diventò rappresentate di commercio. Di Pulvirenti e Bongiovanni ho ricordi personali di quando ero giovanissimo e fui aggregato nella mitica squadra di veterani della pallanuoto “Aretusa” che poi, con la guida di Concetto Lo Bello, sarebbe diventata “Ortigia” aprendo scenari pionieristici che portarono alla attuale importante realtà sportiva siracusana in campo nazionale. La squadra di allora, per la cronaca, era. composta da Enzo Genovese (portiere), Nuzzo Piazza e Nino Mirabella (terzini), Nino Bongiovanni (capitano e controcampo), Franco Catena (ala di spola), Concetto Pulvirenti (controboa), e da me (ala di punta). Ma questa è un’altra storia.
Lo spazio non consente di raccontare tutto di Elio Fucale. Un altro episodio: studente liceale si innamorò della figlia del direttore del Banco di Sicilia. La seguiva dappertutto, e lei notò l’insistenza muta. Un giorno di gennaio lei salì su una delle barche che traghettavano i siracusani da piazza della Posta allo sbarcadero S. Lucia. Ed Elio appresso. A metà tragitto la ragazza, infastidita e per paura che i genitori venissero a sapere di questo insistente corteggiatore, esclamò: “Qui a bordo c’è qualcuno di troppo!”. Elio si mortificò nella propria dignità: “Se qual qualcuno sono io, tolgo il disturbo”. Arrotolò il cappotto in una mano, scivolò nelle fredde acque del porto Lachio con tutti i vestiti e nuotando con una mano sola raggiunse una vicina banchina. Isabella Fucale, in chiusura, ribadisce l’orgoglio di appartenenza alla stirpe nel ricordo del padre Elio. E conclude con gioiosa nostalgia che l’infanzia vissuta accanto ad Elio “è stata la parte più bella della mia vita”.

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