Chi conosce la storia della città sa che sotto il De Simone potevano ben trovarsi testimonianze archeologiche. Qualcuno in Soprintendenza ha mostrato incompetenza se non grossolana superficialità
La Civetta di Minerva, 17 novembre 2017
Siracusa come uno scrigno ricchissimo di tesori preziosi, gelosamente custoditi nelle proprie viscere eppure costantemente a rischio di essere depredati o distrutti. Un patrimonio di cui siamo gli indegni eredi perché incapaci di preservarlo e insieme di valorizzarlo per accrescere, decuplicare, la forza attrattiva di una città già bene Unesco e rinomata nel mondo.
Per una ventina di giorni un settore dello stadio De Simone è stato interdetto al pubblico a causa del ritrovamento di alcuni importanti resti archeologici, nel corso di lavori per la realizzazione di una cisterna d’acqua interrata, sotto la curva destinata alla tifoseria ospite. Si è parlato della scoperta di sepolture, strutture murarie, resti di abitazioni tardo ellenistiche.
Una sorpresa? No, assolutamente prevedibile. Intanto perché è storia che la città ellenistica e romana si è estesa in quest’area e poi perché anche in occasione di alcuni lavori per la rete fognaria circa 7 anni fa (scavi condotti da Lorenzo Guzzardi) furono trovate tombe, abitazioni, strade e un emporio con anfore contenenti ancora tracce di cereali e olio, la cui scoperta è stata ampiamente pubblicizzata sulla stampa. Conoscenze quindi attestate, note ai profani oltre che ai tecnici, agli studiosi, ai vertici della Soprintendenza ovviamente, che hanno reso del tutto improponibile, anzi un’autentica follia, anni fa, il progetto dell’ex patron del Siracusa Calcio Luigi Salvoldi di abbattere lo stadio per edificare al suo posto un bel quartierino con tante palazzine. Una iniziativa imprenditoriale che la Civetta, pubblicando per prima la notizia, pose all’attenzione e alla … preoccupazione della città fino a veder naufragare, per fortuna, il sogno nefasto.
È noto quindi che sotto il De Simone, sotto le strade della borgata, sonnecchia il nostro passato. E allora non può che sorgere spontanea una domanda, una curiosità: perché si è scavato al buio? perché non è stata applicata la normativa che regola i lavori pubblici, recepita tra l’altro nel nuovo codice degli appalti, che prescrive la cosiddetta archeologia preventiva, cioè una preverifica di quello che giace nel sottosuolo? Verifica più che mai necessaria se per un attimo si riflette, da profani, sul fatto che lo stadio è vicinissimo alle catacombe di S. Lucia e che altre catacombe potrebbero esser state scavate nella stessa zona. Senza contare che, come ben noto dagli studi pubblicati negli ultimi cento anni, a partire dalle pioneristiche ricerche di Paolo Orsi, quest’area della Borgata di Siracusa è l’area di espansione dell’abitato a partire dall’età ellenistico-romana. Voza ha supposto che, nell’area coincidente con l’attuale Piazza Santa Lucia, la strada proveniente da Ortigia incrociasse il decumano proveniente da ovest, cioè dall’area dell’anfiteatro (scavi condotti negli anni ’50), decumano ritrovato dallo stesso Voza in Piazza della Vittoria.
Quindi non una zona qualunque quella dello stadio De Simone, ma un punto nevralgico della città greca che si espande sulla terraferma con i quartieri di Acradina e Tyche, dove dovevano anche concentrarsi importanti edifici pubblici e privati, come hanno dimostrato i rinvenimenti effettuati come detto durante lo scavo della fognatura anche in anni recenti. Sarebbe bastato un veloce esame con georadar per scoprire l’esistenza di un muro a grandi blocchi di età greca (visibile sullo sfondo della foto insieme a un secondo muro, eseguito con tecnica ben diversa e molto più tarda, muro forse relativo alla fase bizantina) ed evitare il fermo lavori, lo scavo archeologico, i rallentamenti e l’ulteriore sperpero di denaro pubblico. L’archeologia preventiva serve infatti proprio a questo: a una valutazione propedeutica all’approvazione del progetto per adottare eventuali modifiche ancor prima dell’inizio dei lavori, non in corso d’opera, evitando così l’inevitabile lievitazione dei costi e ritardi nell’esecuzione dell’opera programmata, oltre che, soprattutto, il rischio per il patrimonio archeologico.
Chi in Soprintendenza ha mostrato incompetenza se non grossolana superficialità? Una vocina sussurra che anche su questo la magistratura indaghi.

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