Il dilemma: Sinistra unita e vincente o pura e sconfitta?

Anche per Lenin, Gramsci, Togliatti e Berlinguer pericoloso il continuo frazionamento dei progressisti

 

La Civetta di Minerva, 20 ottobre 2017

In questi giorni si scaldano i motori per le imminenti elezioni siciliane che, secondo taluni, tireranno la volata a quelle nazionali e già si registra l’ennesima divisione dell’area di centro – sinistra, dove un improbabile cartello della sinistra – sinistra marcia lancia in resta contro tutto e tutti, in particolare in polemica col PD; la parola d’ordine è: costruire una sinistra di governo, ma mai col PD e mai con Renzi, trascurando che quest’ultimo nemmeno sei mesi fa è stato scelto da un milione e mezzo di elettori del centro sinistra e che un qualunque cartello di centro-sinistra, per aspirare a concretizzare una politica di governo, non può prescindere da un confronto con il PD.

Ciò vale per la Sicilia e a maggior ragione per l’Italia; qualunque sia il giudizio che si dia della riconfer­ma a segretario di Renzi, anche in relazione al sistema elettorale con il quale si andrà al voto; nessuna prospettiva di governo sarà possibile a gruppi di centro sinistra senza il PD. Quindi perché inseguire sul terreno della rivalsa leader veri o presunti che hanno avuto tempo e spazio per dare corpo ad una politica riformatrice e che raramente l’hanno realizzata? Perché non seguire la strada intrapresa da Corbyn, quando in un partito di stampo blairista si è intestato una battaglia interna per affermare la sua visione mantenendo l’unità di quel partito e dimostrando, nei fatti, di poter ribaltare una visione politica con l’umiltà della costruzione dell’alternativa dall’interno invece che con la spocchiosa demonizzazione dell’avversario e la ridicola esaltazione della propria presunta purezza, qualificando l’altro come conservatore /reazionario?

Va detto, comunque la si pensi, che il fatto che molti in quell’area identificano il PD con Renzi o con la visione renziana del mondo (che penso per molti di noi sarebbe utile conoscere) sia una operazione infame come è indecente contribuire, più o meno consapevolmente, alla falsa omologazione di un partito vivace e molto articolato, qual è il PD, alla figura di un leader che per quanto forte non è il tutto (nemmeno per coloro che lo hanno eletto), umiliando pericolosamente, per volontà di distinguo e di identità, un confronto a sinistra che sarebbe utile e necessario per tutti, vista la inadeguatezza della classe dirigente di quest’area politica ad elaborare politiche e strategie utili a gestire una fase storica e una situazione politica molto complicata, invece di adoperarsi a rimettere in pista una destra conservatrice e sicuramente non utile per i valori e gli interessi che la sinistra pretende di rappresentare.

La nostra famiglia laburista deve affrontare il futuro insieme, dobbiamo unire il partito per proteggere gli interessi dei lavoratori e riconquistare il potere”, ha detto Corbyn nel suo primo discorso. “Nelle elezioni si dicono cose a volte esagerate, le cose che ci uniscono sono più di quelle che ci dividono, non abbiamo avuto paura di discutere apertamente e dobbiamo essere orgogliosi. Adesso è il momento di concentrare tutte le nostre energie nell’obiettivo di sconfiggere i conservatori e il governo di destra. Io non ho dubbi che, lavorando insieme, potremo farlo”. Va ricordato che in passato i laburisti erano stati guidati da Tony Blair (giudicato liberista) che sembrava essere il dominatore assoluto e destinato a durare in eterno.

Come si è visto, nei partiti democratici le alternative sono possibili a condizione che si accettino le regole interne e si lavori per creare una nuova prospettiva rispetto a quella che si considera inadeguata, mantenendo all’interno tutte le componenti anche diversissime nelle opzioni ma che riconoscono i valori comuni che le uniscono al di là della contingenza politica e programmatica. Forse, in Italia l’esperienza della sinistra d’oltre Manica, con tutte le riserve sulle differenze storiche, di mentalità e di tradizioni, qualche riflessione potrebbe suggerirla. Già Lenin, ma meglio Gramsci, Togliatti e infine Berlinguer, per stare ai classici del pensiero della sinistra comunista italiana, mettevano in evidenza l’assoluta pericolosità di una abitudine ricorrente al frazionamento delle forze progressiste e all’insofferenza disgregante verso le scelte politiche contingenti della classe dirigente del momento, rispetto agli obiettivi di progresso e di solidarietà che la sinistra incarna da sempre, anche se non in maniera esclusiva.

L’intolleranza disgregatrice nei grandi movimenti di massa è stata sempre presente, quale limite assoluto delle forze progressiste. Anche oggi. Il fiorire di gruppi più o meno grandi a sinistra del PD ne indeboliscono, a mio avviso, la forza propulsiva verso una società più giusta e soprattutto più efficace nel concreto, oltre a consentirne la mutazione genetica. Lungi da me l’idea di promuovere scomuniche o criticare alcuno, solo che non mi sento di considerare la ricerca spasmodica delle diversità come valida giustificazione alle separazioni, rispetto in una più utile compattezza nella diversità. Il Compromesso Storico, quale strategia politica per unire componenti diverse ma progressive della società, sollevò scandalo e divisione nella sinistra anche allora; ma ritengo che l’intuizione di quella grande personalità del PCI resta ancora valida. Oggi il PD (che, anche se impropriamente, potrebbe considerarsi lo strumento “revisionato” di un compromesso storico) pur con i suoi limiti e le sue contraddizioni, in uno scenario mondiale profondamente modificato nella prospettiva politica e nella realtà dell’economia, appare come l’unico strumento per far avanzare la nostra società verso una prospettiva di progresso con una concreta possibilità di successo, sia pure con le tensioni e le anomalie che lo animano.

In Italia siamo nella stessa situazione. Il protagonismo di Renzi, un po’ guascone e molto temerario sul piano delle scelte e della rappresentazione del sè (a volte caratterizzato da scelte indecenti, come nella vicenda di Roma), lacera il vecchio mondo della sinistra storica che lo contesta, anche pesantemente, ma che invece di riunirsi si lacera in una miriade di protagonismi personalistici e partitini autoreferenziali il cui risultato sembra possa essere quello di dare spazio al populismo senza prospettive di Grillo o al riconsolidarsi della destra.

Questo mondo scomposto e unito solo nella contestazione di Renzi è cieco, in questa contrapposizione militante, rispetto alle oggettive, a mio avviso, utili azioni che il Governo in questi anni ha posto in essere con determinazione, dimenticando che è un governo risultato di una stagione elettorale non decisiva e confusa; ma che pure ha affrontato temi e problemi da troppo tempo elusi e che ci hanno trascinato nella palude in cui viviamo. A volte le soluzioni proposte sono risultate apprezzabili, a volte criticabili: un valore assoluto è il tentativo di scuotere il Paese dalle sabbie mobili in cui siamo precipitati per eccessiva autoreferenzialità, per tutele esasperate di categorie e di equilibri di potere i cui titolari non sono disposti a cedere. Il tutto aggravato e cristallizzato nel ventennio berlusconiano e non solo da esso.

Il job act, la riforma del codice civile, quella della pubblica amministrazione, quella del sistema portuale, il riordino del codice degli appalti, l’istituzione dell’agenzia anticorruzione, la conquista democratica delle unioni civili, la riforma del sistema penale (ancora in discussione e che trova ostacoli e freni di ogni tipo, dalle difese corporative alle tutele del partito dei corrotti), a quella civilissima sul fine vita e della lotta al caporalato. Potrei continuare citando la cosiddetta “Buona Scuola” che presenta molti problemi e molte legittime critiche, ma che ha tolto dal precariato oltre 100.000 insegnanti, per non parlare dei vituperati 80 euro appannaggio di una fascia di lavoratori (che pagano le tasse fino all’ultimo euro) e che sono stati finanziati con l’aumento delle aliquote fiscali sui redditi da capitale finanziario (non è forse di sinistra? ), e così via, riforme, ripeto, alcune sicuramente apprezzabili, altre discutibili ma che hanno intanto smosso la palude in cui i veti incrociati ci tenevano bloccati da anni; alcune andrebbero migliorate altre modificate ma nel divenire c’è progresso, nella palude si sviluppano le muffe.

Alcuni di questi provvedimenti hanno costretto il mondo progressista ad interrogarsi se nel nuovo contesto economico mondiale le impostazioni, le parole d’ordine, le idee per le soluzioni partorite nel tempo del boom economico fossero ancora valide in un mondo in cui i fenomeni di migrazione di massa hanno dimensioni mai viste, in cui il colonialismo ha cambiato faccia e sono nate nuove povertà e nuove aspirazioni, in un mondo in cui il posto fisso non c’è più e non c’è più la cittadinanza in una città ma si declina in un continente. Problemi immensi che abbisognano del contributo di tutti coloro che sono legati dai valori che hanno il denominatore comune della civiltà e della solidarietà e non da frammenti sparsi in cui la necessità principale è quella di esistere per tutelare la propria visione o peggio ancora se stessi.

Per concludere, può essere anche indubbiamente utile che nasca un “cartello” di sinistra che si rivolga ai tanti che non votano più PD, o votano Cinquestelle, o non votano più del tutto. Ma essendo improbabile che, nel frattempo, si realizzi il nuovo partito, che aspiri alla maggioranza assoluta, bisogna porsi la domanda con chi allearsi o con chi confrontarsi per costruire una politica possibile invece di adoperarsi per portare tutta l’area progressista di questo paese all’opposizione; e questo bisogna farlo prima delle elezioni, non dopo.

A questo punto: se pensiamo che il PD, Matteo Renzi e i loro molti milioni di elettori sono “di destra” possiamo anche darci a utili attività associative e ricreative, nelle quali la sinistra eccelle da sempre, e lasciar perdere la politica, che non è fatta per le anime belle ma per le anime generose, dunque disposte al confronto e alla contaminazione. Se invece vogliamo concedere al PD e ai suoi elettori la sua natura di partito di centrosinistra, troppo blairista in economia ma solidamente democratico nel campo dei diritti e della tolleranza, allora bisogna scendere a patti.

La questione è tutta qui, nella sua cruciale semplicità. Ne deriva che voterei volentieri per un cartello di sinistra, o di centrosinistra, che accetti senza spocchia e senza pregiudizi il confronto con il Pd così com’è, con il suo segretario eletto alle primarie. Insomma, il tentativo di Pisapia e di Prodi. Non serve una sinistrina isolata e saccente che s’impanca per dare lezioncine al mondo, magari via twitter perché è più moderno. Già visto e già sentito, e sono diventato allergico.

 

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