Italia oberata da 50 miliardi l’anno per vent’anni

Più ottanta miliardi annui di interessi sul debito (in gran parte indebito). Riflessioni sullo stato dell’Unione Europea, deludente e dilaniata da interessi confliggenti. Urgono progetti alternativi

 

La Civetta di Minerva, 22 settembre 2017

Bando alle ipocrisie! È certamente lecito pensare che sarebbe meglio recedere dalla moneta unica. Ma sia chiaro: chi suggerisce (o pretende di imporre) tale opzione vuole in realtà che si prendano le distanze dalla UE. Non solamente dall’euro. Addita, cioè, un percorso a ritroso rispetto alla storia dell’ultimo mezzo secolo.

D’altra parte bisogna ammettere che la moneta unica è stata una forzatura, giustificata solo dall’intento di accelerare un processo lento (e non privo di resistenze) verso la transizione ad una Unione che rappresentasse non più una somma di nazioni ma una nazione federata.

Ma bisogna constatare che gli sviluppi sperati non ci sono stati: alla moneta unica non hanno fatto seguito una fiscalità unica e una vera Unione economico-monetaria e politica. Le economie degli Stati dell’Unione continuano ad essere diverse ed in competizione tra loro e nulla si fa per ridurre permanenti asimmetrie e criticità varie.

Anzi, troppo si fa per inceppare ulteriormente il processo di unificazione: per esempio, con l’imposizione dell’obbligo di pareggio in bilancio e con il diktat della riduzione del debito a tappe forzate (fiscal compact), che a noi italiani impone l’obbligo di subire un salasso di circa 50 miliardi l’anno per vent’anni. Che, aggiunto agli 80 miliardi annui di soli interessi, rappresenta una palla al piede insopportabile. Di socializzazione del debito non ci si deve azzardare a parlare. Neppure sussurrare. Eresia! La possibile emissione di BOT o BUND da parte dell’Unione a finanziamento di interventi per lo sviluppo è un argomento tabù. D’altra parte hanno anche ragione i tecnocrati di Bruxelles a rinfacciarci il mancato utilizzo dei fondi strutturali, dei quali apprendiamo (dopo gli effetti della prima pioggia autunnale a Livorno) che viene impiegato solo il 3% in Italia. Per mancanza di progetti e per le pastoie burocratiche.

Ci sarebbe da ridere, se la situazione non fosse drammatica. Ci chiediamo se i sindaci abbiano saputo degli stanziamenti utilizzabili; se i governi abbiano fatto tutto il possibile per mettere i poteri locali in condizioni di progettare interventi e di ottenere quei finanziamenti; o se invece non sia prevalso il gioco ad immobilizzare, a frenare, a complicare. L’UCAS (Ufficio Complicazioni Affari Semplici) è il più efficiente in tutti i meandri della burocrazia e della politica. Troppi soggetti (funzionari o politici) continuano ad utilizzare il loro potere per estorcere qualcosa: tangenti, regalie o… consensi elettorali. Così non andiamo da nessuna parte. Per colpe che sono anche nostre.

Dall’inizio degli anni ottanta ad oggi non è stato fatto nulla per rafforzare la democrazia in Europa: allora a Roma (in Viale Guido Baccelli 10, sede del M. E.) si discuteva già di puntare su un sistema elettorale uniforme per il Parlamento Europeo, ma sino ad oggi nessun passo avanti è stato compiuto in tal senso. E l’europarlamento è soltanto la controfigura impotente di un Parlamento effettivo: non ha nemmeno l’iniziativa delle leggi, cioè il potere di proporle. Deve solo discutere quelle che gli vengono proposte. O imposte!

Ma l’incapacità non sta solo altrove: neanche noi italiani sappiamo varare una nuova leggina elettorale che sappia correggere i difetti del porcellum e di altre trovate (o porcate) simili. Ed anche altrove le cose non vanno poi tanto meglio. L’ingovernabilità avanza e la pretesa dell’establishment di colmare il vuoto con tecnici e con l’imposizione di larghe intese snatura la politica e riduce la possibilità di esercizio concreto della democrazia.

A capo della Commissione siede oggi l’indegno Juncker, lo sbaciucchiatore, che ha nel suo curriculum una bella esperienza di fautore dell’elusione fiscale. Ed ancora oggi, mentre nulla si è fatto per arrivare ad un fisco unico o almeno uniforme per tutti i Paesi dell’Unione, alcune aziende nostrane preferiscono fissare la sede fiscale in qualche Paesino nordico, generoso come sempre nei loro confronti. A danno delle nostre entrate.

Non parliamo dei costi del denaro, che non solo sono diversi da un Paese all’altro ma continuano ancora a rimanere differenti tra Nord e Sud in Italia per gli imprenditori che bussano a quattrini. Subiamo anche questo altro spread!

Inoltre il debito pubblico pesa diversamente sui singoli Stati; non solo perché ha una diversa consistenza assoluta, ma anche perché l’affidabilità dei singoli Paesi rimane diversa e ciò si traduce in quello spread (valutato da agenzie private forse troppo influenzabili) che ci penalizza, rendendo più grave per noi il peso degli interessi. Non solo rifiutano qualsiasi ipotesi di socializzazione dei debiti sovrani, ma nemmeno un meccanismo perequativo per il pareggiamento degli interessi hanno saputo o voluto inventare. E questo la dice lunga: per i signori che governano l’Unione siamo e rimaniamo Paesi diversi, con dignità diversa, con affidabilità diversa, con economia diverse e in competizione tra loro.

I soli ostacoli che, a loro avviso, vanno rimossi alla libera circolazione dei prodotti sono le “barriere non doganali”, ovvero le norme che ancora tutelano dalle imitazioni più dozzinali tutte le nostre rinomate produzioni di origine controllata, come, ad esempio, il nostro Parmigiano dalla concorrenza del Parmesan (prodotto ingannevole nel nome, caratterizzato dall’italian saunding, cioè da una definizione ingannevole, foneticamente italianeggiante). Per questo ignobile scopo si affannano a sottoscrivere trattati come il TTIP e il CETA. Rivelando che hanno a cuore non gli interessi della tutela dei cittadini ma solo quelli di grossi imprenditori senza scrupoli e delle multinazionali.

Di fronte a tanto disastro e a tanta insipienza quale sarebbe la soluzione da additare alle coscienze? Quella di uscire dall’euro? Per poi svalutare la nuova moneta nazionale e risultare più competitivi nelle nostre esportazioni verso la Germania ed altri Paesi? Forse questo non gioverebbe a molte aziende che producono per un mercato interno e che hanno comunque bisogno di risorse energetiche in gran parte ancora derivate da melma fossile e dal gas naturale, che continuiamo ad importare e che ci costerebbero di più in seguito alla svalutazione di una nostra moneta nazionale. Inoltre per uscire dall’euro forse bisognerebbe anche uscire dall’Unione. Alcuni hanno ipotizzato (per una nostra recessione dalla moneta unica) una uscita temporanea dall’Unione a cui far seguire un rientro; in tal modo si potrebbe rientrare nell’Unione senza però tornare nell’area euro.

Scenario complicato! Scelta pasticciata! Percorso arzigogolato! È possibile che l’euro collassi; e, in tal caso, è sperabile che si sappia varare una moneta che non abbia la stessa macchia originale dell’euro e della lira, ovvero che non sia emessa a debito. E faremmo bene ad attrezzarci culturalmente per affrontare un tale passo. Ma la proposta di uscire dall’euro e da questa Unione mal realizzata rivela una povertà di vedute davvero sconcertante. Come se un passo indietro verso la dimensione nazionale e verso la lira fossero il toccasana! Forse sarebbero un rimedio peggiore dei mali attuali. Che vanno affrontati e risolti da una politica più consapevole. Che ancora non si intravede.

Le criticità ci sono e sono innumerevoli e di portata enorme. E riguardano non solo la dimensione economica e monetaria ma anche e soprattutto la questione democratica. Dobbiamo seriamente chiederci quanto sia effettivo ed efficiente l’esercizio della democrazia in Italia e nell’Unione. E se, di fronte a poteri forti che controllano consistenti pacchetti di titoli di Stato e che possono speculare con la movimentazione di essi, non si sia tutti schiavi per debiti. Addicti! Come quel famoso Plauto, che però riuscì a conquistare la libertà con l’ingegno. Forse faremmo bene ad aguzzare l’ingegno anche noi cittadini. Senza perdere la testa per facili scorciatoie.

Non ci si illuda che sia facile arrivare ad una soluzione attraverso la scorciatoia della rinuncia all’Unione ed alla moneta unica. Occorre una rivoluzione politica seria e profonda. Una rivoluzione che parta, ad esempio, dal Parlamento Europeo: il solo organo che, forte dell’investitura popolare, potrebbe proporre a se stesso ed approvare una Costituzione Europea. E scommettere la sua sopravvivenza attraverso un successivo referendum generale, il cui esito potrebbe essere l’approvazione popolare della Carta o la conseguente dimissione degli europarlamentari tutti o, almeno, di quelli che abbiano votato la Costituzione. Utopie! Sogni di un visionario in una notte di fine-estate. Accontentiamoci, per il momento, di avviare una rivoluzione delle coscienze: di seminare consapevolezza nelle menti. Cominciando dalle menti delle persone a noi più vicine; coltivando le coscienze dei nostri concittadini, di coloro che vivono al nostro fianco, in questa piccola provincia del profondo Sud dell’Europa. Come sta cercando di fare Siracusa Resiliente.

Il compito è arduo e il campo da arare è immenso rispetto alla nostra modestissima capacità operativa. Ma cominciamo da qui. Operiamo hic et nunc. Proviamo a cercare di scalfire le menti dei politici e degli intellettuali locali. Forse la perseveranza della goccia prima o poi riuscirà ad unire in solidi pilastri stalattiti che pendono come utopie irraggiungibili e stalagmiti inerti, che lentamente potranno assumere una funzione di portanza strutturale.

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