Il ventunenne: “La mandibola mi faceva così male che quasi non riuscivo a parlare; uno di loro ha detto: non provate nemmeno a denunciarci, ma io ho deciso di farlo”. Un socio dell’azienda a un giornalista: “Non so nulla di episodi di violenza”
La Civetta di Minerva, 22 settembre 2017
È un giovane di 21 anni, e anche se la sua vicenda – per fortuna – non ha avuto gli esiti tragici che hanno riempito di episodi simili le cronache di quest’estate (per tutti, il caso del ventiduenne Niccolò Ciatti ucciso in una discoteca spagnola ai primi di agosto) ha vissuto anch’egli momenti di terrore. Di impotenza, accompagnata al dolore delle percosse e alla rabbia di chi si vede ingiustamente aggredito.
Ha raccontato quanto accaduto nella denuncia presentata il giorno dopo l’aggressione, avvenuta il 3 settembre scorso nella discoteca Kukua Beach di Fontane Bianche quasi al termine di una serata spensierata trascorsa con un gruppo di amici tutti, come lui, di Priolo.
“Durante la serata avevamo ballato e bevuto solo il cocktail cui si ha diritto pagando il biglietto di ingresso – ha dichiarato in Questura -. Verso le quattro del mattino, al culmine del divertimento, ballavamo tutti stando abbracciati. Un buttafuori, pensando forse che stessimo litigando, si è avvicinato, ha detto di calmarci e poi ha accompagnato fuori dalla discoteca, di forza, uno dei miei amici. Un altro gli ha chiesto il perché e la risposta è stata: “Non lo so. La serata sta finendo”. Dopo un po’ si è avvicinato un altro buttafuori al quale io ho detto qualcosa che non ricordo: mi ha afferrato al collo immobilizzandomi mentre arrivavano altri due buttafuori che mi colpivano con pugni in faccia. Mi cadevano gli occhiali che si sono rotti e anche l’orologio che non ho più trovato. Quando hanno mollato la presa mi hanno spintonato facendomi cadere a terra. Dopo questa aggressione siamo usciti dalla discoteca e i miei amici, vedendo in che condizioni fossi, hanno chiamato sia un’ambulanza che mi ha portato al pronto soccorso dell’ospedale di Avola sia una pattuglia della Polizia di Stato che ha proceduto alla mia identificazione”. Risultato: una prognosi di 10 giorni e un referto medico che parla di “trauma contusivo alla mascella sinistra, escoriazioni varie agli arti inferiori, ferita all’interno del labbro inferiore”!
“Sono stato per alcuni giorni con la guancia gonfia e la mandibola così dolorante da quasi non poter parlare – ci racconta Salvatore – Uno dei buttafuori, dopo che mi ero rivolto a lui, appena mi sono voltato mi ha afferrato per il collo immobilizzandomi. Poi sono arrivati gli altri due che mi hanno bloccato le braccia e mentre mi trascinavano verso l’uscita mi davano pugni in faccia, senza motivo. 4, 5 pugni”.
“Non giustifica certo il loro comportamento, ma che cosa gli hai detto per farlo infuriare? Possibile che non lo ricordi?” gli chiedo mentre cerco di scorgere in lui segni di pericolosità: un giovane normo tipo, certo non un energumeno che richiederebbe forze congiunte per essere reso inoffensivo. “No, davvero”.
“Forse ha chiesto perché avevano cacciato l’altro” interviene Alessia, che era insieme agli altri con lui in discoteca. “Non abbiamo capito neanche cosa stesse accadendo: alcuni di noi hanno cercato di intervenire ma sono stati allontanati”.
Salvatore teme che la sua denuncia venga accantonata, che neanche arrivi agli uffici della Procura. Eppure non vuole considerare l’episodio una brutta avventura e dimenticare, come la mamma vorrebbe che facesse “per non correre rischi, per non mettersi contro nessuno”. “Non sono spaventato. Uno dei buttafuori ha detto “Non provate nemmeno a denunciarci”, ma io non ci ho pensato un attimo a farlo. Se avessi fatto qualcosa di sbagliato me ne starei zitto ma giuro che davvero stavamo solo divertendoci”.
E il rischio che tutto cada nel dimenticatoio in effetti c’è: nessuno dei buttafuori sembra essere stato identificato e l’unica dichiarazione che il nostro Duccio Di Stefano è riuscito ad ottenere dai responsabili della discoteca è stata quella già data a un collega di Meridione news.
“Subito dopo l’aggressione la discoteca ha chiuso – racconta Alessia – Solo insistendo sono riuscita a rientrare con un’amica per recuperare, se non altro, gli occhiali di Salvatore che si erano rotti. Dell’orologio invece nessuna traccia”.
Dunque, un episodio come probabilmente chissà quanti altri ma che, in tempi in cui la violenza sembra aver fatto un salto di qualità trasformandosi quasi in una costante anche nelle situazioni di normale quotidianità – esplode improvvisa nei momenti più impensati e rappresenta ormai di certo un ulteriore campanello d’allarme in una società che sembra scivolare ogni giorno di più verso la barbarie: risse, stupri, femminicidi, attentati – chiama in campo alcune valutazioni ineludibili.
C’è un modo per rendere più sicuri almeno i luoghi del divertimento dei nostri figli? C’è la volontà – politica, istituzionale, delle forze dell’ordine – di procedere a una verifica attenta sulla presenza in tutti i locali di grande aggregazione di un adeguato circuito di video sorveglianza? Sul rispetto delle norme in materia di somministrazione e vendita di super alcolici? È possibile decidere di programmare controlli efficaci anche sull’eventuale (!) smercio di sostanze stupefacenti nelle discoteche? Ma soprattutto: come viene organizzato i questi luoghi il servizio di sorveglianza tramite i buttafuori?
È di lapalissiana evidenza, e sancito dalla legge, che un buttafuori nell’esercizio delle sue mansioni non possa ricorrere alla forza se non in caso di legittima difesa e nei limiti imposti anche per essa dalle norme. In caso contrario (come, a quanto pare, in questo caso) si è passibile di una denuncia per i reati di percosse o lesioni personali. Ma soprattutto, per poter essere iscritti agli albi prefettizi, chi aspira al mestiere di «addetto alla sicurezza e al controllo» non solo non deve aver riportato condanne penali ma deve frequentare (e superare) un corso di formazione basato su principi giuridici (in merito alla conoscenza delle norme di ordine e sicurezza pubblica), tecnici (per essere in grado di intervenire in caso di primo soccorso, incendi, ecc), e ancora psicologico-sociali (autocontrollo e capacità di gestire situazioni difficili sono condizioni essenziali).
È possibile verificare che i buttafuori dei locali siracusani siano in possesso di questi requisiti? Le società/cooperative private cui spesso si rivolge presentano tutti i requisiti di affidabilità? Sono queste le domande che avremmo voluto rivolgere ai responsabili del Kukua Beach. Ha provato a farlo per telefono un giornalista di Meridionews ed ecco la risposta che ha poi ricevuto per sms: “Gent.mo signor Catalano, buonasera. Per come concordato telefonicamente in ordine alla sua richiesta di notizie circa il presunto accadimento nella notte del 2 settembre c.a. di cui mi ha riferito, ribadisco di non essere a conoscenza di alcun episodio di violenza perpetrato dal personale di sicurezza all’interno del ns. locale ove, per quanto mi risulta, tale personale ha sempre svolto con competenza e professionalità e nel rispetto della legalità il proprio lavoro, richiedendo, allorquando ritenuto necessario, l’intervento delle forze dell’ordine sempre prontamente intervenute. Cordialmente, Guido Gutkowski (socio non amministratore)”

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