Anni in uno studio legale, poi maternità… e licenziamento. La storia vera di Sara (chiamiamola così), praticante a 750 euro per 50 ore settimanali
La Civetta di Minerva, 16 giugno 2017
Questa è una storia che ci è stata raccontata. Una storia come tante altre nel nostro paese. Una storia che potrebbe riguardare voi in prima persona o vostro figlio o vostra sorella. Siamo così abituati ad ascoltare storie di questo tipo che abbiamo smesso di indignarci, rassegnandoci alla realtà dei fatti ed accettando di abolire il sacro binomio lavoro-dignità.
L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro, ma sul lavoro precario, sul lavoro senza tutele e, spesso, sul lavoro senza stipendio.
La nostra amica la chiameremo Sara. Dopo la laurea in giurisprudenza, aveva deciso di avviare i diciotto mesi di praticantato presso uno studio legale.
Occorre aver maturato un periodo di schiavitù (no, scusate: di lavoro) ed avere all’attivo svariate udienze (nei vostri sogni: nei fatti, avere all’attivo svariate file alla cancelleria del tribunale), prima di potersi presentare agli esami di abilitazione. Durante questo periodo di un anno e mezzo, scordatevi di essere retribuiti. I primi mesi è, addirittura, impossibile; nei mesi successivi – se gli affari vanno a gonfie vele e voi manifestate una adeguata propensione (allo schiavismo e a dribblare le file in cancelleria) – potreste ricevere un rimborso spese. Va da sé che, se non lo ricevete, sarete in perdita pure per i soldi della benzina, quando vi recate in tribunale. Per non parlare delle ore ed ore di lavoro mentale, dalle nove alle ventuno in media, retribuito in gloriosa “esperienza” e qualche firma sul libretto da praticante.
Sara aveva percorso interamente questo cammino e, poco prima di sostenere gli esami di abilitazione, con sua enorme gioia, aveva iniziato a percepire uno stipendio da praticante: 750 euro netti, per almeno cinquanta ore di lavoro settimanale.
Poi, gioia ancor più grande, aveva ottenuto l’agognato titolo. L’avvocato Sara aveva continuato a lavorare nello stesso studio legale ed aveva cominciato a versare alla cassa forense qualche migliaio di euro l’anno.
Lavorava con partita IVA, non era assunta – nonostante non curasse propri clienti, ma cause dello studio – e lo stipendio che percepiva era sempre quello da praticante. Aveva, così, deciso di chiedere un aumento al datore di lavoro, il cosiddetto dominus; la risposta che aveva ricevuto l’aveva lasciata spiazzata: “Ma tu lo sai quanti altri ne trovo, disposti a lavorare per questa cifra?”.
Sara si era zittita, non si era persa d’animo ed aveva continuato a lavorare alacremente, per anni ed anni, per ore ed ore. Con meno di mille euro al mese. E lavorando gratis diversi mesi l’anno, visto l’importo elevato di tassazione e contribuzione.
Di anni ne erano passati nove, Sara ne aveva compiuti 33 ed aveva deciso di mettere su famiglia: aspettare all’infinito non si può, si diceva.
Aveva comunicato la lieta novella ai suoi superiori, specificando che si sarebbe assentata il meno possibile, giusto quel poco che le spettava per la maternità. E, ovviamente, senza retribuzione. D’altro canto, coloro che lavorano con partita IVA, non guadagnano nei mesi in cui non producono, ad esempio ogni agosto.
Ma Sara è una lavoratrice assennata: si era separata dalla scrivania solo allo scoccare dell’ottavo mese e, per non lasciare incompiute le pratiche aperte, aveva passato le ultime settimane prima del parto a lavorare. Telefonicamente e gratis.
Praticamente, Sara era entrata in sala parto con il cellulare all’orecchio e la mente a decreti ingiuntivi e memorie. Ma, quando si ama il proprio lavoro, si fa questo ed altro.
Al compimento del terzo mese del bambino, Sara aveva telefonato ai suoi colleghi per avvisare del suo imminente rientro: il periodo di congedo maternità era, infatti, terminato.
“Forse, è meglio che tu resti a fare la mamma”, si era sentita rispondere.
Aveva insistito: “Voglio riprendere”. Sottotitolo: voglio lavorare e ho bisogno di guadagnare.
“No, è meglio che fai la mamma. Passa a prendere le tue cose quando vuoi”.
Sara era senza parole. Aveva capito quali timori nutrissero i suoi colleghi: una neo-mamma smette di essere lavoro-centrica, non accetta di sforare continuamente le ore di ufficio, arriva in ritardo se il figlio ha la febbre. In una parola, non è più disposta ad essere schiava della propria professione. E chiede, con più insistenza, di essere pagata tanto quanto le spetta.
Di donne (e anche uomini) come Sara, in giro, ce ne sono tanti, tutti figli di una generazione in cui si baratta la necessità della stabilità con la voglia di lavorare a tutti i costi. Si opta per una realizzazione – professionale e personale – limitata (pochi figli e tardi, molto lavoro e gratis), pur di non restare impantanati in un’inebetita inattività. L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro, ma non certo sui sogni.

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