Anche Adam Smith afferma che si dev’essere lieti di sacrificare i propri interessi per quelli comuni. Molti economisti hanno sostenuto un comportamento collettivo egoista diventa antieconomico per l’intera comunità
La Civetta di Minerva, 30 giugno 2017
L’economista John M. Hartwick sostiene che “per mantenere intatto il capitale culturale, sociale ed ambientale o se proviamo a sostituire i valori umani soppressi e la perdita dei saperi, con uno specifico ammontare d’investimento di rendite di risorse aggregate nella formazione, nell’istruzione e nella legalità, ma anche per ricostruire risorse ambientali degradate, abbiamo la possibilità di preservare alle generazioni future l’opzione di non stare peggio della generazione che l’ha preceduta”. Ciò dovrebbe essere sufficiente a far sì che il genere umano adotti tutte le precauzioni per prevenire, nel miglior modo possibile, i danni all’ambiente sociale e fisico per non disperdere la quantità ereditata di risorse culturali, professionali e naturali.
Oggi assistiamo, purtroppo, in vasti settori della società, a una perdita di valori, alla mercificazione del corpo, alla volgarità imperante nei mezzi di comunicazione di massa, all’egemonia della esteriorità e del mercantilismo più sfrenato.
L’antropocentrismo egoista non conviene – Persino Adam Smith, il più importante sostenitore dell’interesse personale come molla dell’economia, nella sua Teoria dei sentimenti morali, afferma che “l’uomo dovrebbe considerare se stesso non come qualcosa di separato e staccato, ma come un cittadino del mondo, un membro della vasta comunità della natura e all’interesse di questa grande comunità egli dovrebbe sempre esser lieto che si sacrifichi il suo piccolo interesse personale“ (pag. 92).
Molti economisti hanno sostenuto, come ad esempio J.M. Keynes e i premi Nobel Tobin, Becker, Solow che il comportamento mosso dall’interesse personale ha ostacolato le relazioni sociali ed economiche, come, d’altronde, un comportamento collettivo egoista diventa antieconomico per l’intera comunità. Ad esempio, infatti, a causa dello sfruttamento massiccio, da parte delle nazioni industrializzate, delle risorse naturali non rinnovabili, si va verso l’esaurimento di alcune e diventa sempre più costoso estrarre energia da fonti sempre meno sfruttabili; pertanto i costi per la dissipazione d’energia e per il degrado ambientale si sommano ai costi sociali, rendendo non più conveniente, in termini complessivi, il rapporto costi-benefici, come dimostrano analisi sistemiche inoppugnabili (ricerca pubblicata su “Science” dell’Università di Cambridge e Stanford e studio del Centro di Monitoraggio dell’economia dell’ONU). Così l’impoverimento, il sottosviluppo, la fame, le malattie creano profondi disagi, ribellioni, crisi sociali ed esistenziali, crescita della criminalità e conseguenti spese per fronteggiare il malessere e reprimere i reati conseguenti.
Come sostiene, d’altronde, Joseph E. Stiglitz (premio Nobel 2001 per l’economia) nel saggio “In un mondo imperfetto”: “Le cattive (ciniche, speculative, di rapina, neo-coloniali, ecc.) politiche economiche sono causa di rivolte, vi è fuga di capitali, si rompe l’ordine sociale e, di fatto, l’economia della nazione si allontana dalla stabilità che è un valore aggiunto per un’eventuale e possibile ripresa.”
Convenienza dell’economia ecologica – Investire, invece, nell’apprendimento, nella ricerca, nella prevenzione e nell’educazione alla legalità è conveniente proprio dal punto di vista economico poiché il miglior modello economico è possibile dove esiste, da una parte, maggiore conoscenza, dall’altra, stabilità e sicurezza per tutti. Gli operatori finanziari hanno più propensione ad investire proprio dove le istituzioni sono più salde e dove vi è maggiore impermeabilità nei confronti delle organizzazioni criminali. Come per la salute è ormai assodato che è conveniente investire nella prevenzione, così è per l’ambiente e anche per la legalità.
Come afferma Jeremy Rifkin, lo stesso possiamo dire che avviene per le risorse culturali. Anche queste rischiano di essere sfruttate oltre ogni limite e di venire, perciò, depauperate, proprio come accadde nell’era industriale alle risorse naturali. Sostiene Rifkin che “bisogna trovare un modo per preservare e stimolare la diversità delle culture, cioè la linfa vitale della civiltà, e questo soprattutto oggi poiché siamo in un’economia di reti globali; ciò sarà una delle questioni politiche prioritarie del nuovo secolo.”
Le persone creano comunità, costruiscono elaborati codici di comportamento, trasmettono significati e valori (religiosi e laici) condivisi e costruiscono rapporti di fiducia in forma di capitale culturale (della fratellanza, della tolleranza, dell’umanità e della certezza del diritto). Solo se la fiducia e le relazioni sociali corrette sono ben sviluppate, si innestano correlazioni in positivo. Se ne deduce che la sfera economica è sempre stata derivata, e dipendente, da quella culturale. Questo perché la cultura (della solidarietà e della reciprocità) è la sorgente da cui provengono le norme di comportamento condivise. Sono tali norme che, a loro volta, creano rapporti relazionali fruttuosi.
Quando la sfera economica comincia a divorare questa sfera culturale (nel senso lato già descritto), le fondamenta che hanno reso possibili ed incentivato le relazioni rischiano di essere distrutte. Ripristinare un equilibrio adeguato fra il dominio della cultura e quello dell’economia sarà, probabilmente, un imperativo categorico per salvare il capitale culturale evitando, nello stesso tempo, l’omologazione e l’appiattimento. Un’economia responsabile e di salvaguardia delle stabilità e della tutela del capitale culturale, oltre che creare un’identità precisa, crea un circolo virtuoso tra le istituzioni e la società e tra le nazioni stesse. Da un reciproco riconoscimento nascono la fiducia e la convenienza a stipulare contratti vantaggiosi e ciò rappresenta un valore aggiunto nei rapporti economici e sociali.
L’economia, pertanto, è costretta ad interagire costantemente per ottenere risultati rilevanti e per guidare i complessi progetti di sintesi richieste dal nostro tempo. La misura del vero progresso delle nazioni è ormai valutata non più sul P.I.L. (Prodotto Interno Lordo), cioè sulla base del prodotto materiale, ma sull’I.S.U. (Indice di Sviluppo Umano) che si basa, anche, sul grado di istruzione, di morbilità e mortalità, sulla sicurezza sanitaria e previdenziale di un popolo, un positivo processo che provoca una migliore comprensione dei meccanismi che interagiscono al fine di ottenere comportamenti corretti, legali e transazioni reciprocamente vantaggiose e quindi economie di scala più convenienti e di conseguenza più efficaci, perché più compatibili, nei rapporti umani delle moderne società complesse.
Fonti: (1) John M. Hartwick – “Non-renewable resources extraction programs and markets (Fundamentals of pure and applied economics series)”; (2) Adam Smith – “The Theory of Moral Sentimentes”; (3) Joseph E. Stiglitz – “In un mondo imperfetto“; (4) Jeremy Rifkin – “ L’era dell’accesso“.

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