Mimmo Bellinvia (Cgil): “Quasi dappertutto i lavoratori nomadi (e immigrati) hanno pochissimi diritti. Le paghe più basse a Pachino e a Rosolini”
La Civetta di Minerva, 19 maggio 2017
Periodo di intensa raccolta questo: la madre Cerere regala le sue messi alla Sicilia che vede quest’anno una tenuta dell’ortofrutta e un mercato più propizio. In antitesi l’agrumicoltura presenta due facce della stessa medaglia: da un lato il limone Igp il cui valore sul mercato è in crescita, dall’altra le arance, i cui alberi sono stati poco carichi e con un prodotto piccolo. “I nostri raccoglitori hanno finito di lavorare a metà febbraio – ci spiega Mimmo Bellinvia, segretario provinciale Flai Cgil – quando, solitamente, la raccolta delle arance dura sino alla fine di aprile. Solo 35/40 giornate di lavoro a fronte degli anni precedenti durante i quali i raccoglitori sono arrivati a coprire 80 giornate lavorative”. Circa cinquanta giornate in meno che arrecano danno ai lavoratori su tre fronti: meno lavoro, meno sostegno alla disoccupazione, meno supporto previdenziale.
“Se non vengono raggiunte nell’arco di un anno solare le giornate lavorative utili – aggiunge il segretario Flai – chi vive con questo lavoro rischia di perdere la disoccupazione agricola, cioè la prestazione a sostegno del reddito, concessa agli operai iscritti negli elenchi nominativi dei lavoratori agricoli. Per questo la Flai ha aperto una vertenza con l’assessorato regionale al lavoro perché si attivino gli ammortizzatori sociali in deroga anche nell’agricoltura siciliana come accadde due anni fa in Puglia quando gli alberi d’olivo furono attaccati dalla xylella. Chiediamo come Flai che la Regione stipuli un protocollo con l’Inps ed integri le giornate di contribuzione anche ai fini previdenziali che in questo momento i lavoratori rischiano di perdere. Peraltro il problema abbraccia l’area del siracusano, del calatino e del catanese e l’assessorato regionale può da subito utilizzare parte dei 60 milioni per gli ammortizzatori sociali in deroga per un sostegno agli agrumari della Sicilia orientale”.
I numeri dell’Inps parlano di circa tremila lavoratori agrumari solo della nostra provincia, molti dei quali italiani e pochi comunitari provenienti dalla Romania, stanziali, che lavorano in quella che Bellinvia chiama l’area grigia: gente assunta ma con salari più bassi e con mansioni non sempre relative all’agricoltura.
Altro discorso per l’area centro della provincia (Siracusa-Cassibile): mentre i magazzini dell’ortofrutta lavorano a pieno ritmo e le grandi aziende evitano il lavoro nero, resta tra i piccoli proprietari lo sfruttamento dei nomadi dell’agricoltura, itineranti con pochissimi diritti ai quali si aggiungono anche gli immigrati risiedenti nei centri d’accoglienza. Peraltro gli ispettori del lavoro sono pochi e non riescono a coprire tutti i campi che vanno dall’edilizia ai servizi all’agricoltura. “Quest’anno il numero dei lavoratori itineranti è notevolmente sceso – ci spiega Bellinvia – per la rinuncia, da parte dei proprietari terrieri e piccoli agricoltori, di investire sui tuberi che richiedono una complessa lavorazione. Peraltro nel segmento lavorativo agricolo lavorano 14.273 lavoratori, iscritti negli elenchi anagrafici di tutta la provincia, e di questi 2.365 sono stanziali stranieri e regolari. E quest’anno si è registrato un aumento di 652 unità lavorative”. Un comparto tanto importante richiederebbe grande attenzione soprattutto visto che è un lavoro fisico e gravoso ma il governo lo ha tagliato fuori da qualsiasi agevolazione.
“I lavoratori agricoli sono rimasti fuori da qualunque agevolazione – aggiunge il segretario Flai – perché il governo ha stanziato i fondi sulle esigenze della Finanziaria e non dei cittadini! Considerati troppi, i lavoratori dell’agricoltura sono stati esclusi anche dall’ape social, cioè l’anticipo pensionistico. L’Ape social è la pensione anticipata a costo zero che consente di uscire dal mondo del lavoro già a partire dai 63 anni. Ma per aver diritto all’indennità corrispondente è necessario fare parte di alcune categorie che vengono specialmente tutelate dalle previsioni della nuova riforma delle pensioni 2017. E guarda caso il segmento agricolo è tagliato fuori”.
Un altro nodo poi grava sulla categoria: questi lavoratori vengono assunti periodicamente e, a fine lavoro, licenziati. Dunque su di loro pende la spada di Damocle del rinnovo lavorativo o dell’oblio per età avanzata. Perché di certo un’azienda sul mercato preferirà braccia lavoratrici più giovani rischiando di non far giungere gli anziani all’età pensionabile. “In verità – conclude il segretario – il contratto stabilisce che il lavoratore, a fine attività, deve presentare all’azienda domanda di disponibilità alla riassunzione entro 90 giorni dal licenziamento ma questo spesso non accade sia per il rapporto di fiducia che si crea tra lavoratore ed azienda sia perché le imprese disincentivano la domanda scritta. In tal modo diminuiscono le garanzie dei lavoratori (che senza richiesta scritta non potranno ovviamente pretendere nulla in caso di mancata riassunzione). Ecco perché come Flai Cgil invitiamo tutti i lavoratori a presentare sempre la richiesta di disponibilità all’assunzione”.
Ed infine, non certo per importanza, l’area sud che nell’ultimo periodo è portata al mancato rispetto dei contratti perché risente della vicinanza del ragusano dove la paga contrattuale è inferiore. “I lavoratori di Pachino e Rosolini – conclude Mimmo Bellinvia – scontano la vicinanza territoriale iblea con un decremento delle loro entrate. La Flai Cgil sta lavorando però in un’unica direzione che è quella di fare squadra nell’area orientale per evitare che accada ciò e i lavoratori siano correttamente retribuiti. Purtroppo scontiamo un momento estremamente delicato: da un anno e mezzo i contratti provinciali sono scaduti e non vi è neppure il tavolo aperto per il rinnovo. Mentre il tavolo regionale (parti datoriali e sindacali) ha raggiunto un accordo, lo stesso accordo è stato disconosciuto dai tavoli provinciali perché le parti datoriali delle varie province non hanno accettato l’aumento salariale minimo del 2% che, tanto per dirla in soldi, equivale a 13 cent l’ora. Noi chiediamo che i tavoli si riaprano perché in caso contrario i lavoratori ed i sindacati metteranno in atto iniziative tese al raggiungimento dell’obiettivo attraverso le lotte sindacali”.
Certo le aziende siciliane difficilmente saranno disponibili a pagare di più i lavoratori visto che sono già tartassate dalla concorrenza straniera di Tunisia, Egitto, Spagna e Portogallo. Solo che le stesse aziende dimenticano che molte tra le imprese estere sono italiane che hanno scelto il conveniente (nell’accezione più brutta del termine) sistema della delocalizzazione. Forse la verità è che il sistema andrebbe rivisto.

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