Esilarante l’ultima trovata di Renzi sul fiscal compact. L’Italia ha un bisogno disperato di nuovi investimenti per favorire l’occupazione
La Civetta di Minerva, 5 maggio 2017
Matteo Renzi, alla ricerca di consensi per le primarie e, soprattutto, di una rinnovata credibilità personale, gravemente o irrimediabilmente compromessa, ha recentemente dichiarato: «Se vincerò la segreteria, il Pd proporrà di mettere il veto all’inserimento del fiscal compact nei trattati istitutivi dell’Ue». Ci chiediamo perché non prometta di darsi da fare per eliminare dalla nostra Costituzione l’obbligo del pareggio di bilancio, che di tale fiscal compact è amaro frutto.
Gli rinfreschiamo la memoria. Proprio in ossequio al fiscal compact (di cui solo ora Renzi sembra prendere coscienza) nel settembre 2011 il governo Berlusconi IV varò, su proposta del Ministro Tremonti, un disegno di legge costituzionale per l’introduzione dell’obbligo del pareggio di bilancio in Costituzione. Poi il 12 novembre 2011 Berlusconi, messo alle strette da una nota lettera della BCE, fu costretto a rassegnare le dimissioni. Nessun rimpianto per il cavallerizzo, che a nostro avviso non sarebbe dovuto neanche per un attimo entrare sulla scena politica. Purtroppo gli è stato consentito farlo da una classe politica inqualificabile, che, per non inimicarselo troppo, ha scandalosamente calpestato e disatteso la legge 361/1957 che, all’art. 10, stabilisce l’ineleggibilità per «coloro che (…) risultino vincolati con lo Stato (…) per concessioni o autorizzazioni amministrative di notevole entità economica». Tale legge, se rispettata, avrebbe impedito la candidatura e l’ingresso in parlamento di persone che godessero dei benefici di concessioni governative.
Come il Berlusconi, al quale (più che al suo amministratore delegato) andavano applicate le esclusioni previste dalla legge. L’intervento della BCE (probabilmente concordato da tempo con un politico di altissimo rango allora inquilino del Quirinale) fu un modo scorretto di espungere dal potere colui che ad esercitarlo non sarebbe mai dovuto arrivare. E si trattò di un episodio che rivelò una evidente sudditanza della politica e delle istituzioni a certi poteri forti.
Il successivo governo Monti (subentrato al Berlusconi IV) indusse il Parlamento ad esaminare con solerzia degna di miglior causa il disegno di legge costituzionale sul pareggio di bilancio. E fu così che, in obbedienza a Monti e in ossequio al fiscal compact, fu introdotto il famigerato obbligo. In tutta fretta.
La modifica (ma sarebbe meglio parlare di manomissione) della Costituzione venne infatti perpetrata in soli sei mesi; un periodo eccezionalmente breve, se si considera che una legge costituzionale necessita di quattro letture parlamentari e di una pausa di tre mesi tra la seconda e la terza. In tali ripetute letture parlamentari il disegno di legge venne approvato a larghissima maggioranza, con voto favorevole anche da gran parte dell’opposizione. E per tale ragione, poiché i voti favorevoli superarono i due terzi dei membri di entrambi i rami del Parlamento, non fu possibile ricorrere ad un referendum confermativo. Si trattò di un colpo di mano compiuto con la complicità del Parlamento, quasi interamente consenziente o connivente.
Fu modificato in primo luogo l’art. 81(con l’affermazione che “Lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio”, e con l’inserimento di forti ostacoli ad ulteriori indebitamenti, subordinabili solo “al verificarsi di eventi eccezionali”. Con la contemporanea modifica dell’art. 97 furono analogamente rafforzati i vincoli per le pubbliche amministrazioni: «Le pubbliche amministrazioni, in coerenza con l’ordinamento dell’Unione europea, assicurano l’equilibrio dei bilanci e la sostenibilità del debito pubblico». Trascuriamo, per brevità, le ulteriori modifiche (all’art. 117 e al 119). Aggiungiamo solo che la camicia di forza introdotta in Costituzione diventò di fatto esecutiva a decorrere dall’esercizio finanziario 2014.
La domanda sorge spontanea: perché Matteo Renzi, divenuto presidente del Consiglio nel febbraio 2014, non si occupò di far cancellare dalla Costituzione tale camicia di forza, nata dai vincoli conseguenti e correlati al fiscal compact, e venne invece a proporci quel pasticciaccio che abbiamo dovuto bocciare con referendum? E perché solo ora (nel contesto della campagna per le primarie e nell’imminenza di una campagna elettorale per le politiche, che si avvicinano) ci viene a promettere che, in caso di suo ritorno al timone del PD, il suo partito proporrà di mettere il veto all’inserimento del fiscal compact nei trattati istitutivi dell’UE?
Tale proposta di veto probabilmente non sortirà alcun effetto e si rivelerà solo fumo negli occhi degli elettori: Renzi sta cercando di apparire anche lui antieuropeista in un momento in cui la credibilità dell’Unione è piuttosto bassa per la cecità delle politiche economiche restrittive imposte dalla troika e dai banchieri teutonici. Ma il suo è un tentativo ridicolo ed inefficace. Anziché promettere di vietare l’inserimento del fiscal compact nei trattati, provveda a far liberare la nostra Costituzione dalla camicia di forza dell’obbligo di pareggio. Pochissimi altri Stati della UE hanno recepito tale costrizione in costituzione ed alcuni lo hanno fatto solo relativamente al pareggio del bilancio di parte corrente, consentendosi quindi la possibilità di ulteriori sbilanciamenti per le spese di investimento.
L’Italia ha un bisogno disperato di aumentare le sue spese di investimento per combattere la disoccupazione dilagante (che oggi torna a crescere anche tra gli ultracinquantenni); contro la quale Renzi non può venirci a riproporre la ridicola misura degli ottanta euro, rivelatasi inefficace e crudelmente beffarda nei confronti di quanti, avendo perso lavoro e reddito, hanno anche perso il diritto agli ottanta euro percepiti mensilmente e si sono trovati debitori di un aiuto da restituire in blocco. I Paesi europei che non hanno recepito il fiscal compact neanche nella loro legislazione ordinaria che scotto pagano? Quello di non poter usufruire di eventuali prestiti da parte del Meccanismo Europeo di Stabilità (o Fondo salva-stati); ma fu lo stesso Monti a dirci che noi entravamo tra i finanziatori di quel Fondo con l’intento di non servircene affatto, in quanto le condizioni per accedere a tali eventuali aiuti sarebbero esiziali per la residua sovranità di uno stato richiedente.
Dio ci guardi, dunque, dal chiedere aiuti al Fondo! Insomma il fiscal compact si è rivelato un fallimento e la sanzione contro gli stati che non lo hanno recepito (in legislazione ordinaria) è inefficace, in quanto è comunque da evitare il ricorso al Fondo salva-stati. Invece di proporci la liberazione da tale camicia di forza, Renzi si limita a prometterci che tenterà di vietarne l’inserimento nei trattati. Ma il Patto di bilancio europeo o fiscal compact non è già esso stesso un «Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’unione economica e monetaria»? Che bisogno c’è di inserirlo in altri trattati? Nessuno. E che possibilità ha Matteo Renzi di vietarne l’inserimento non previsto, non prevedibile e non necessario? Nessunissima possibilità.
Il Renzi ribollito probabilmente ha preso fischi per fiaschi: ha interpretato male l’obiettivo definito dagli euro-burocrati. Che è quello di “incorporare dopo cinque anni dall’entrata in vigore il trattato (fiscal compact) nella vigente legislazione europea”. Cioè, forse, nella Costituzione europea che lor signori immaginano già vigente per quella data (1° marzo 2019, a distanza di cinque anni 1° marzo 2014, termine fissato per l’entrata in vigore del fiscal compact). Questa l’implicita interpretazione fornita anche dal Sole, che titola un suo articolo «Il pareggio di bilancio in Costituzione (ma europea)».
Il lupetto fiorentino ha perso un po’ di pelo ma non il vizietto di gabbarci. Ci sta riprovando ancora una volta. Ci si presentò come l’ultima speranza e si rivelò l’ennesima delusione. Se vuole solo comunicarci che prenderà decisamente posizione contro le storture di una politica economica scellerata, che è concausa della crisi e fattore aggravante di essa, lo faccia in modo più esplicito. Meno vago. Ma ci chiarisca innanzitutto perché durante il suo semestre europeo di presidenza non ha fatto nulla di ciò che avrebbe potuto e dovuto fare in tale occasione.
Ne scrivemmo sulle pagine di questa Civetta (nel dicembre del 2014) un articolo ironico, che è ancora reperibile su internet, digitando le parole “semestre glorioso di Renzi”. Ne citiamo solo uno stralcio: «Gli stati furono così alleviati di buona parte del debito pregresso e liberati da quel sistema iniquo, che comportava un indebitamento strutturale progressivo. Furono, inoltre, affrancati da un altro capestro che avevano accettato di lasciarsi imporre: la restituzione di gran parte del debito pubblico in 20 anni. Tale obbligo, contratto con il «fiscal compact», era incompatibile con la funzione di stimolo dell’economia, che essi erano chiamati a svolgere per combattere efficacemente la crisi, mentre invece la miopia dei banchieri li aveva costretti a politiche di rigore che comportavano effetti deflattivi: dilagare della disoccupazione, crollo dei consumi ed estensione della povertà. Ma non fu solo questo il frutto prodigioso del «semestre glorioso»: il «tifone fiorentino» lasciò in eredità al Parlamento europeo ed alla Commissione un crono-programma ben definito. E si trattò del più rivoluzionario pacchetto di misure riformatrici che la storia ricordi»
Rimandiamo alla lettura del “semestre glorioso” chiunque voglia deliziarsi a riflettere sulle tante cose che Renzi avrebbe potuto e dovuto fare. Ma non ha fatto. E che noi descrivevamo in quella fantasiosa e ironica cronistoria del nostro Matteuccio.
Oggi ci limitiamo a respingere con sdegno la sua promessa tardiva ed inconcludente: non tenti di gettare ancora fumo negli occhi. E se vuol essere appena appena più serio di un venditore di fumo, allora cominci a liberare la nostra Costituzione dalla camicia di forza del vincolo di pareggio, che è conseguenza del fiscal compact, contro il quale dice di volersi schierare. O se ne sta zitto e vada a giocare a bocce con Monti e col cavallerizzo.

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