Il direttore della Civetta Franco Oddo, io, il direttore di Magma Salvatore La Rocca e Gianfranco Pensavalli accusati di calunnia e diffamazione nei confronti dei magistrati Rossi e Musco, in associazione a delinquere con l’ex on. Gino Foti e l’ex sindaco Aldo Salvo
La Civetta di Minerva, 21 aprile 2017
Dunque, io, il direttore de La Civetta Franco Oddo, e altri due giornalisti che si chiamano Salvatore La Rocca e Gianfranco Pensavalli dal 2013 siamo indagati, all’inizio dalla Procura di Messina, in un procedimento accomunati dallo stesso querelante: il magistrato Maurizio Musco. Oggetto delle querele, alcuni contenuti di articoli scritti da Oddo su La Civetta, di altri articoli pubblicati da Magma per quanto riguarda Pensavalli e La Rocca, e una vignetta apparsa su L’Isola dei Cani relativamente a me. E fin qui diciamo che per dei giornalisti si tratta di cose che capitano. Ad un certo punto quel fascicolo da Messina venne trasferito per competenza territoriale a Reggio Calabria, e il tempo è continuato a trascorrere senza particolari novità.
Poi, qualche settimana fa, è stato notificato un nuovo procedimento, iscritto a registro di nuovo a Messina, nel quale ai quattro giornalisti di cui sopra sono stati aggiunti l’ex parlamentare Luigi Foti e l’ex sindaco di Siracusa Aldo Salvo. Da quello che si evince dalla notifica siamo indagati, a vario titolo, per associazione a delinquere, calunnia e diffamazione a danno di Musco e dell’ex procuratore capo di Siracusa Ugo Rossi.
Ho già raccontato questa vicenda sul settimanale regionale 100Nove e ho messo un post su facebook. La maggior parte delle persone che hanno letto la notizia hanno avuto una reazione divertita, qualcuno ha pensato si trattasse di uno scherzo de L’Isola dei Cani. Franco Oddo da parte sua si dice molto indignato, Pensavalli, che ho incontrato per la prima volta a marzo, è un po’ incazzato pure lui. La Rocca non so, perché non ci conosciamo. Mentre ci siamo ho informato il presidente dell’Ordine dei Giornalisti di Sicilia Riccardo Arena di questo “curioso” procedimento.
La presenza dei due attempati uomini politici, quella di Foti in particolare, assieme a 4 giornalisti mi/ci fa pensare che questo fascicolo giudiziario abbia a che fare con un bel faldone che, a sua volta, è transitato dalle procure di Messina e Reggio Calabria: quello relativo alla storiella del complotto, fra l’altro basato su una programmata campagna di stampa che sarebbe stata ordita quasi 6 anni fa da alcuni giornali per screditare i magistrati siracusani. Riguardo a quel dossier redatto da uno o, chissà, più carabinieri della sezione di polizia giudiziaria presso la procura di Siracusa – di cui alcuni giornali pubblicarono qualche stralcio – sin dal 2012 abbiamo scritto su La Civetta che la tesi della campagna di stampa contro Musco e Rossi è una balla. Strada facendo è diventata una sorta di “effetto collaterale” della burrascosa stagione di malagiustizia nel Siracusano che ha coinvolto e continua a coinvolgere, fra i protagonisti principali, alcuni – solo alcuni – magistrati e avvocati.
Ai primi articoli pubblicati su Magma, seguì l’approfondita e documentata inchiesta di Franco Oddo e Marina De Michele. Aspetti di quell’inchiesta giornalistica – che ricordo ha valso agli autori il Premio Mario Francese – hanno trovato riscontro nelle aule giudiziarie. La galassia societaria realizzata dall’estro creativo dell’avvocato Piero Amara, e raccontata da La Civetta, è rispuntata di recente nel filone siciliano di un’inchiesta della procura di Roma partita dalle indagini sull’affaire denominato “Mafia Capitale”.
L’ex procuratore Rossi è andato in pensione con una condanna confermata in Cassazione per abuso d’ufficio; per la stessa imputazione anche il sostituto procuratore Musco è stato ritenuto colpevole nel medesimo processo, e in un altro è stato condannato in primo grado per tentata concussione.
Naturalmente Musco e Rossi, come qualsiasi altro cittadino che si ritenga diffamato da un articolo o da una vignetta, sono liberi di sporgere querele. Analogamente anche dei giornalisti possono ritenersi diffamati se accusati di avere partecipato a campagne di stampa preordinate e foraggiate per screditare qualcuno.

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