Le imprese non hanno dato risposte adeguate allo spirito della legge: spesso gli studenti sono messi a rispondere al telefono, fare fotocopie e altre banalità. E intanto mugugnano anche i docenti che, senza quelle ore, sono costretti a tappe forzate per “chiudere il programma”
La Civetta di Minerva, 7 aprile 2017
Quest’anno l’alternanza scuola/lavoro è stata la novità più impegnativa della riforma. Molte scuole, però, pur disponendo di linee guida sufficientemente chiare, si sono “inventate” percorsi a volte incoerenti con la mission degli istituti, talora fantasiosi ed inutili.
Introdotta con il Decreto Legislativo 15 aprile 2005, n. 77, l’alternanza scuola/lavoro è stata sperimentata con successo in molte scuole, specialmente al nord, segnatamente in Trentino; al sud si contano sulle dita di una mano le esperienze eccellenti, un po’ di più sono quelle buone o sufficienti e per lo più sono state gestite con fatica e “fantasia”. Il sistema scolastico, da parte sua, si è limitato a distribuire risorse secondo schemi predefiniti ed ha svolto controlli di tipo amministrativo senza nessuna verifica sulla qualità delle esperienze né con interventi per correggerne storture, superficialità e qualche abuso.
Dieci anni di sperimentazione non sono bastati alla gran parte delle scuole per capirne il significato e stabilire col territorio rapporti stabili e efficaci. Oggi è diventata una norma obbligatoria ed è vissuta dai più con fastidio e repulsione. Forse sarebbe opportuno ritornare a riflettere e riprendere la sperimentazione con uno sforzo maggiore da parte dello Stato nel seguire le scuole nelle esperienze, aiutandole e lanciando una vera e propria campagna di confronto culturale sul tema e, più in generale, su come la scuola deve ripensare a se stessa.
Bisogna prendere atto che l’Italia non è uguale dovunque. Mentre al nord – sia pure con difficoltà e contraddizioni – il sistema produttivo, amministrativo e dei servizi si è prestato ad essere una gamba della sperimentazione, al sud sono poche le aziende e le istituzioni, degne di tale nome, che si sono prestate in quella che, di fatto, è un’opera di promozione sociale e di modernizzazione del paese. Molte chiacchiere, dichiarazioni di principio, convegni dove Confindustria e le altre associazioni datoriali si sono dichiarate disponibili a collaborare, come pure gli enti locali, poi, finiti i convegni ognuno ha operato per conto suo ottenendo risultati modesti e sicuramente non coerenti con la finalità della legge.
Dall’altro lato bisogna riconoscere che, nel mondo della scuola, questa novità è stata vista come una interferenza, con fastidio se non addirittura con sospetto; così è accaduto che l’esperienza si è svilita ed accade che, qualche volta, l’attività degli alunni consista nel rispondere al telefono, fare fotocopie o altre banalità del genere con il risultato di interrompere la scuola per un paio di settimane e, al rientro, imporre repentine accelerazioni per chiudere il “programma”, considerando il tempo in alternanza avulso dall’azione formativa; la novità è stata, in larga parte, gestita con sufficienza tanto che non sono pochi i dirigenti scolastici che hanno delegato ad altri tutta l’attività limitandosi a dirigere il traffico.
Ritorna, ancora una volta, più urgente che mai la necessità di interrogarsi su come ciascun docente e dirigente viva la propria professione; su come le attività messe in campo siano coerenti con gli obiettivi formativi che la scuola si è data e su come nella progettazione dei percorsi si abbiano presenti le finalità del nuovo strumento. Molti non ne hanno proprio capito la funzione, mentre altri non si sono neppure posti il problema, limitandosi ad una repulsione aprioristica. Vi sono anche settori del mondo della scuola che, seppure con buona volontà, si sono impegnati per dare un senso alla norma ma non sono riusciti a trovare nel mondo delle imprese e dei servizi adeguati riscontri e disponibilità, quindi hanno impasticciato esperienze improbabili finalizzate solo ad adempiere ad un dovere ed avere le “ carte a posto”.
Ancora una volta emerge il problema che è alla base di molti fallimenti nei tentativi di innovazione del sistema scolastico: la mancata passione civile e l’adesione culturale alla necessità di cambiamento, il che comporta l’impegno a costruire, con la necessaria fatica, nuovi strumenti operativi mettendo in gioco la “tranquillità” garantita da modelli triti e ritriti di cui si ha consapevolezza che non funzionano più o, nel caso peggiore, si resta prigionieri della pigrizia culturale di chi pensa che acquisita la cattedra si sia raggiunta la meta, rinunciando a dare quell’apporto vitale che la coscienza critica, forgiata da tanti anni di studio, dovrebbe garantire nell’espletamento della propria attività professionale. Una testimonianza di ciò è data dall’uso che dell’autonomia scolastica è stato fatto in tante scuole, dove, ancora oggi, a tanti anni dal suo varo, questo strumento democratico, fondamentale per realizzare una scuola moderna ed efficiente, è stato utilizzato solo, nella maggior parte dei casi, per rendere più “comodo” il proprio lavoro.
Quanto detto per l’autonomia scolastica, umiliata nella sua ragion d’essere, vale anche per l’alternanza scuola/lavoro: se essa non è pensata e progettata per integrare e verificare i contenuti delle competenze apprese a scuola essa sarà inutile e comporterà solo l’interruzione del percorso formativo organizzato sprecando tempo e fatica in amenità varie con pesanti ricadute sui tempi di apprendimento degli alunni.
Una nota esplicativa del Miur spiega che “l’alternanza scuola lavoro è un’esperienza educativa, coprogettata dalla scuola con altri soggetti e istituzioni, finalizzata ad offrire agli studenti occasioni formative di alto e qualificato profilo. Ma è questo ciò che accade? In gran parte no. Purtroppo molte scuole per limiti propri e per le difficoltà presenti nel territorio, dove le imprese che potrebbero dare un contributo, generalmente, si sottraggono o offrono collaborazioni marginali, non declinano in maniera corretta l’innovazione. Se vi fosse stato un monitoraggio rigoroso delle esperienze , non solo attraverso le carte, ma con verifiche sul territorio, sicuramente il Ministero, prima di metterla a sistema e renderla obbligatoria per un numero di ore così impegnativo, avrebbe messo in campo maggiore cautela, magari rinnovando le sperimentazioni assistite laddove le esperienze prodotte si fossero rivelate inconsistenti ed inadeguate.
In Trentino, l’alternanza funziona bene perché il territorio è strutturato e l’impresa ha una dimensione sociale, dimensione che qui da noi è inesistente. Al punto in cui stanno le cose, sarebbe utile ripensare alle modalità di esercizio di questa innovazione accompagnandola e rimodulandola in rapporto alla reale disponibilità delle imprese e delle organizzazioni presenti nel territorio a sostenerla; altrimenti una pur buona idea (perché è una buona idea) potrebbe trasformarsi in elemento negativo e di dequalificazione, come in parte è stata l’autonomia scolastica, ancor oggi di fatto, inapplicata in molte scuole nelle sue parti più innovative ed impegnative. Anch’essa andava sostenuta ed aiutata.
Questo è un altro esempio di come buone leggi possano essere rese inefficaci, umiliate dalla burocrazia e dalle resistenze culturali presenti in quella larga parte della comunità educante che rifiuta di mettersi in discussione e di mettere in discussione modelli operativi obsoleti consolidatisi negli anni in cui non erano presenti le sfide del sistema globalizzato che richiede una maggiore capacità di innovazione e risultati più impegnativi. Pur non di meno, se si vuole una scuola al passo con i tempi e al servizio dei bisogni della società, non vi sono alternative a quella di un impegno professionale più pregnante e ad una partecipazione attiva al cambiamento.
Dal centro qualcosa si muove. Il 23 febbraio scorso il Miur ha siglato un protocollo d’intesa con Unioncamere, con il quale si è concretizzata l’istituzione del Registro nazionale per l’alternanza scuola-lavoro. Il Registro è costituito da due aree: un’area aperta e consultabile gratuitamente, in cui sono visibili le imprese e gli enti pubblici e privati disponibili a svolgere i percorsi di alternanza. Per ciascuna impresa o ente il registro riporta il numero massimo degli studenti ammissibili e i periodi dell’anno in cui è possibile svolgere l’attività di alternanza ed un’altra che consente la condivisione delle informazioni relative all’anagrafica, all’attività svolta, ai soci e agli altri collaboratori, al fatturato, al patrimonio netto, al sito internet e ai rapporti con gli altri operatori della filiera delle imprese che attivano percorsi di alternanza. Attraverso questo registro il dirigente scolastico o il delegato, individua le imprese o gli enti pubblici e privati disponibili all’attivazione dei percorsi di alternanza; e quindi procede alla stipula di apposite convenzioni o contratti, anche finalizzati a favorire l’orientamento scolastico e universitario.
Questa iniziativa, finalizzata ad agevolare il rapporto tra scuola e impresa, si configura come uno strumento di trasparenza, pubblicità e programmazione delle politiche e degli interventi volti alla diffusione dell’alternanza scuola-lavoro e dell’apprendistato; i contenuti delle attività, comunque, dovranno essere definiti in un confronto tra scuola e soggetto interessato avendo presenti gli obiettivi da raggiungere. In questo senso non sarebbe male andarsi a rileggere i decreti istitutivi della sperimentazione dell’alternanza per non confonderla con altre storie lontane dagli obiettivi del legislatore. Forse sarebbe anche il caso di rivedere, specie nei licei, la quantità delle ore riservate all’alternanza, in particolare a terzo anno e sarebbe bene che le scuole segnalassero direttamente al ministero difficoltà e riserve per migliorare il sistema in occasione dei report sull’attuazione dell’alternanza previsti dalla normativa. Segnalare all’ex provveditorato è inutile oltre che una perdita di tempo.
La scuola, comunque vada, resta una delle gambe su cui poggia lo sviluppo del paese e se essa non si attrezza per adeguarsi alle necessità dello sviluppo , resteremo sempre una nazione che arranca e blatera.

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