Trading on line. Andate via alla chetichella dalla turbofinanza

Con il muro di Berlino non caddero tutte le ideologie, in realtà una di esse non fu rimossa ma addirittura elevata al rango di religione: la religione del dio quattrino

 

 

La Civetta di Minerva, 7 aprile 2017

Dopo i «trenta gloriosi» (trenta scarsi, ma di vera crescita: gli anni ’46-‘73) abbiamo avuto un’altra trentina e passa di anni caratterizzati da eventi straordinari e da una euforia smodata che ha impedito di valutare le avvisaglie di una nuova e più grave crisi economica. Ci siamo illusi di essere proiettati verso una scalata senza fine: la conquista della luna; le nuove scoperte astronomiche; lo spostamento dell’orizzonte verso l’alto; l’avvento e la diffusione dell’informatica; la mondializzazione dell’economia (e l’elenco potrebbe continuare). Sono state conquiste che ci hanno riempito di orgoglio e di ottimismo circa la possibilità di puntare su uno sviluppo senza limiti, non intralciato da alcun confine, da alcun muro, da alcun ostacolo… 

E cadde, infatti, l’obbrobrioso muro di Berlino. E caddero le ideologie bugiarde. Una smania irrefrenabile di grandezza si impossessò di tutti noi: il mito della crescita senza limiti divenne il nostro orizzonte di riferimento. Si parlò di crollo delle ideologie, ma in realtà una di esse non fu rimossa ma addirittura elevata al rango di religione: la religione del dio quattrino.

Mercato, successo e ricchezza costituirono la nuova trinità adorata dai neofiti del nuovo credo: la religione dell’iperliberismo eslege. Senza lacci e laccioli il mondo non avrebbe più dovuto affrontare alcuna crisi. L’umanità si lanciava verso un futuro radioso. Altro che sol dell’avvenire! La ricchezza e il benessere erano a portata di mano per chiunque. Le energie erano state liberate da ogni vincolo. Era cominciata l’età dello splendore che non avrebbe visto alcun tramonto. La finanziarizzazione estrema dell’economia fu la liturgia della nuova religione.

Se un evento esterno segna la prima fase di ogni processo che conduce ad una crisi, possiamo ammettere che ce ne siano stati parecchi nel trentennio folle. E tali eventi hanno prodotto e rafforzato la seconda fase: quella dell’euforia. Si intravedeva la fine del lavoro come fatica: i soldi producevano soldi. E ne avrebbero prodotti sempre di più. Sarebbe bastato seminarli nel terreno fertile degli investimenti ed essi si sarebbero moltiplicati meravigliosamente. Le aziende crescevano in dimensioni e in fatturato. I profitti generavano investimenti e questi, a loro volta, altri profitti. E il carosello dei mercati movimentava, in un vortice ascensionale, le risorse accumulate e attirava senza sosta nuovi risparmi.

Si arrivò così alla terza fase, quella della mania collettiva. L’atmosfera di generale ottimismo seduceva nuovi investitori, molti dei quali erano neofiti della nuova religione del dio quattrino. E, come tutti i neofiti, erano anche i più zelanti o i più perdutamente invasati. Ignari dei rischi. E poiché non c’erano più sufficienti imprese da dare in pasto a un mercato affamato di investimenti, occorreva un nuovo miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci. E fu così che la finanza creativa inventò nuovi prodotti. Vengano, signori, vengano. Ce n’è per tutti. Derivati, scommesse, abs, cdo (obbligazioni aventi come garanzie collaterali dei debiti)…; anche cdo al quadrato e persino al cubo. Altro che mania olandese ed europea per i bulbi di tulipani! Altro che compagnia del Mississippi, dei Mari del Sud! La cornucopia dell’iperliberismo eiaculava senza sosta nuove creazioni. Cosa contenevano? E che importava? Venivano comprati ad occhi bendati, anche da Comuni, da Stati, da banche, da privati… Erano prodotti  certificati dalle agenzie di rating. Le stesse (pagate dalle banche!) che certificavano, con la tripla AAA, il perfetto stato di salute di Lehman & Brathers sino alla vigilia del suo clamoroso fallimento. Inutilmente qualcuno spiegava che erano salsicce avvelenate, contenenti uno spezzatino di prodotti ambigui, a loro volta confezionati con un tritato di ingredienti oscuri (cdo al cubo).

Nell’euforia collettiva il pensiero si rende gregario oltre ogni possibile immaginazione; tutti sognano, ad occhi aperti e a coscienze bendate, di diventare come Soros. Si afferma uno schema di comportamento collettivo decisamente acritico: si ritiene impossibile che tutti stiano sbagliando. Appare insensato farsi prendere dalla paura. Si ripetono giaculatorie ottimistiche: «La fortuna premia gli audaci. L’intelligenza sta nel rischiare e vincere. Il successo è la ricompensa promessa a chiunque non abbia paura e vada avanti per la strada dei forti. La ricchezza e il potere economico sono il paradiso a cui mirare senza tentennamenti».

Ma la realtà è diversa dalle autosuggestioni ingannevoli. L’epifania del marcio risale al 2001: le azioni del colosso Enron crollano improvvisamente da 90 dollari a meno di un dollaro, per irregolarità contabili. Poi, nel 2007, esplode la bolla dei mutui immobiliari e, nel settembre del 2008, Lehman Brothers fallisce per aver accumulato troppi titoli tossici. Poi le banche smettono di prestare moneta. Non solo ai clienti, ma anche alle altre banche. E si guardano con sospetto. Gli investimenti azionari subiscono brusche frenate. E anche successive riprese. Ma l’incertezza si diffonde. I consumi calano. La disoccupazione cresce. E la crisi comincia ad avvitarsi in una spirale involutiva.

I governatori della cornucopia monetaria si danno da fare per emettere un fiume di nuova moneta, ma l’economia stenta a ripartire o ristagna. O retrocede. Le banche tengono la moneta immobilizzata, temendo di prestarla. La fiducia viene a mancare. Si verificano ripetuti crolli dei mercati orientali, ma il potere centrale cinese impone acquisti massicci e riesce a tamponare la crisi. Per quanto tempo ancora? E sarà riproducibile una tale strategia autoritaria nei paesi occidentali? O è disponibile solo il bazooka di Draghi e dei suoi colleghi della FED e del Giappone? Sarà sufficiente?

«Scenari planetari! Disquisizioni sui massimi sistemi!», sbotterà di sicuro il nostro amico direttore della Civetta, giornalista ancorato alle tematiche del territorio.  Questa seconda parte di questo scritto è finalizzata a soddisfare la sua passione per il concreto e per il locale.

Anche da noi i cittadini hanno affidato i loro risparmi alle banche. Ed anche varie banche locali hanno, disinteressatamente (!), consigliato ai clienti di lasciare sul conto corrente solo le risorse necessarie a mantenere il tenore di vita abituale e ad investire in prodotti «sicuri e garantiti» il resto dei loro risparmi. Anche da noi molti risparmi hanno preso la strada degli investimenti assicurativi, dotali, pensionistici, ecc. Anche da noi cospicue risorse private sono state affidate, direttamente o indirettamente (per interposto operatore finanziario) ad agenzie esperte in risparmio gestito: i fondi comuni di investimento. Anche in questo nostro territorio, caro Franco, comuni amici stanno ballando coi lupi della finanza speculativa, essendosi fatti contagiare dalla ludopatia per il gioco borsistico. Fanno «trading online». Si sono improvvisati acrobati e stanno camminando su un filo sospeso sopra un burrone di cui non intravedono il fondo. E forse non scorgono nemmeno l’approdo, al di là del filo su cui si sono avventurati.

Caro Franco, la nittalopa civetta non stia ad aspettare gli eventi per raccontarli, ma ne anticipi la tragicità e inviti alla prudenza. Forse quando ci si troverà nell’ulteriore fase del panico sarà troppo tardi per disincagliarsi da quel mondo: le banche non hanno moneta a sufficienza neanche per rimborsare a tutti i clienti i loro personali accantonamenti su conto corrente: i loro risparmi. Se n’è avuta conferma in Grecia. E, dunque, come sarà possibile disinvestire le cifre da capogiro che girano vorticosamente nella giostra della turbofinanza speculativa? Il capitale finanziario in movimento perenne nei mercati del mondo è enormemente superiore al PIL mondiale. Forse di cento volte. Si tratta di un valore dematerializzato ingente che non potrà mai e poi mai essere monetizzato. Un eventuale panico porterebbe ad una svendita colossale e ad una polverizzazione del valore degli investimenti.

Se queste riflessioni sono fondate o anche solo vicine al vero, tutto il mercato finanziario attuale forse costituisce una colossale bolla speculativa, alimentata da titoli farlocchi, finiti nelle casseforti delle banche come nel Tesoro di vari Stati, come anche nei capitali azionari degli investitori istituzionali, nei fondi comuni, nei fondi pensioni… e nei portafogli dei tantissimi “operatori finanziari fai da te”.

E, se è così, lo spettro di un colossale crollo, ancora più grave di quello del ’29 dello scorso secolo, si aggira per il mondo. Lo si intravede ma non lo si vuole ancora ammettere. E noi stessi abbiamo la tentazione di tacere e di chiudere gli occhi per non vedere. E preferiamo ingannarci e speriamo ardentemente che le nostre paure non si avverino. Ma il compito della nittalopa Civetta è quello di spingere lo sguardo un po’ più in là e di tentare di rischiarare le ombre. Alla luce della ragione. 

Perciò, senza alcuna enfasi, senza dare esca al panico, limitiamoci a sussurrare alle coscienze dei nostri lettori e dei concittadini del nostro territorio un messaggio di prudenza. Chi ha orecchie per intendere intenda. Meglio non lasciarsi sedurre dalle lusinghe delle ingannevoli sirene che prospettano successi finanziari mentre vogliono solo attrarre verso Scilla e Cariddi. I due mostri fatali, in questo caso, sono: l’eccessivo rischio della competizione ad armi impari contro giganti del settore, favoriti da una incolmabile asimmetria informativa; il rischio, ancora più grave, di avventurarsi in una bolla globale senza precedenti.

Le conseguenze umane dei danni che possono derivare dal primo rischio sulla psiche degli incauti, sul loro equilibrio, sui legami familiari ed amicali, sulle relazioni sociali sono devastanti e possono risultare dolorosissime. Inimmaginabili quelle che si proietterebbero, in caso di esplosione della superbolla globale (ovvero di un nuovo grande crack, molto più grave di quello del ’29) sulle relazioni politiche e geoeconomiche delle grandi potenze e degli Stati del mondo. Relazioni già compromesse dagli sviluppi politici della crisi in atto: trumpismo in USA; disfacimento della UE ed ingovernabilità di vari Stati dell’Unione; scricchiolii delle vecchie alleanze; ecc. Chi preferisce considerarci dei gufi e rimanere arroccato all’ottimismo del pensiero unico dominante, faccia pure. Gli auguriamo di tutto cuore di avere più senno e più lungimiranza di noi.    

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