Solo parte degli zoccoli del cavallo rimangono ancorati alla struttura cementizia. Uno scempio che dura da tempo e un pessimo biglietto da visita per i turisti che affolleranno Siracusa per le rappresentazioni classiche
La Civetta di Minerva, 7 aprile 2017
Alcune settimane fa, la nostra redazione ha denunciato lo stato di salute della statua di Archimede a pochi mesi dal suo posizionamento, ma continua la nostra rassegna alla ricerca di numerosi “malati monumentali” nella nostra provincia: è la volta della Fontana di Diana che fu voluta dal Comune di Siracusa a seguito della creazione di Piazza Archimede nel 1878; l’opera fu commissionata allo scultore Giulio Moschetti.
Il gruppo statuario, ancora oggetto di ammirazione dei numerosi turisti che affollano le vie cittadine alla ricerca di qualcosa che possa essere immortalato, da mostrare agli amici al loro ritorno, presenta sin da subito uno stato di deterioramento, o meglio di disidratazione, in quanto non si comprende come mai l’erogazione dell’acqua spesso sia ad intermittenza.
Sebbene questo potrebbe essere l’aspetto su cui si voglia attirare l’attenzione del lettore, lo stato dei suoi componenti risulta essere ancora più desolante: il cavallo, che nell’antica Grecia rappresentava la classe sociale degli aristocratici, oggi sembra essere il simbolo di una mancata alimentazione che pian piano sta facendo deperire gli animali, ormai ridotti, è proprio il caso di dire, non all’osso ma al ferro. Basta osservare le loro zampe, che di norma dovrebbero essere forti e resistenti, ma nel nostro caso sono cadute letteralmente a pezzi. Solo parte degli zoccoli rimangono ancorati alla struttura cementizia.
La splendida fontana è rivolta a sud e mette in evidenza la figura di Diana con arco e cane, gli attributi della dea della caccia, protettrice di Ortigia in epoca greca. Ai suoi piedi c’è Aretusa che si allunga mentre è in atto la trasformazione. A cavallo un tritone stupefatto per ciò che sta avvenendo al suo destriero che, ormai dolorante, non riesce a stare in terra, chiedendosi forse chissà se un giorno potrà rifocillarsi e abbeverarsi, così come di solito si conviene nelle migliori stalle, scusate nelle città di buona amministrazione.
La realtà siracusana è luogo e simbolo per eccellenza di grandi filosofi, che hanno segnato la storia, hanno solcato i nostri territori in un tempo remoto ma denso di significato, hanno lasciato ricordi di inestimabile valore, pensiamo al Teatro greco, a breve sede degli spettacoli classici che attireranno copiosi spettatori in giro per le vie ortigiane, al Tempio di Apollo e tanti altri simboli di una cultura che mai più si ripeterà, anzi la stessa cultura che ci “obbliga” a conservare, a valorizzare, stimare – non riusciremmo mai a trovare un numero congruo di verbi da utilizzare, ma il significato sarebbe sempre lo stesso – il valore di una cultura materiale che noi siracusani non apprezziamo.
Una riflessione corre d’obbligo: perché questo scempio? In un altro paese, probabilmente, una simile risorsa verrebbe illuminata, rispettata, curata, creando un indotto, una ricchezza che porterebbe altre ricchezze, invece qui a Siracusa passa inosservata, senza che gli amministratori locali di turno si chiedano, o diano segni di un interessamento, seppur minimo, anche se già conosceremmo in anticipo la risposta: non ci sono le risorse! Siamo al paradossale, non abbiamo le risorse!
Certo pensare che qualcuno possa finanziare il lavoro di ristrutturazione, come dalle nostre indagini compare nel 1996, per conto dell’allora società delle acque SOGEAS, oggi appare quanto mai utopico; pensare che l’attuale azienda di gestione del servizio idrico, possa prendersi l’incarico, considerando che è cronaca di pochi giorni fa una ulteriore proroga con il comune di Siracusa, appare illusorio. Ma potremmo sbagliarci.

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