“Un simile livello di disparità non si era mai visto nella storia della civiltà industriale”. Le emissioni di CO2 e la distribuzione della ricchezza. Modelli e scenari futuri
La Civetta di Minerva, 7 aprile 2017
Come sostiene Jacopo Simonetta “Una maggiore equità sociale viene sempre più spesso invocata e con ottime ragioni. Un simile livello di disparità non si era, infatti, mai visto, perlomeno nella storia della civiltà industriale, ma probabilmente neanche prima, sebbene i confronti con economie strutturalmente diverse siano difficili. Molti sostengono che ridurre questa estrema disuguaglianza avrebbe importanti effetti positivi non solo sul piano socio-economico, ma anche su quello ambientale, ma vi sono altre conseguenze?” Il punto principale di chi sostiene la sinergia fra riduzione dell’iniquità e degli impatti ambientali è l’ovvia osservazione che i ricchi consumano molto di più dei poveri. Dai dati di World Bank e Wikipedia possiamo sapere come variano le emissioni di CO2 in rapporto al reddito pro-capite. Ebbene fra i due parametri c’è una correlazione, anche se non univoca e non lineare, ma risulta evidente che le emissioni di CO2 aumentano con il reddito in misura meno che proporzionale. Vi è un incremento delle emissioni a fronte di incrementi dei redditi molto bassi; poi salgono piuttosto lentamente, per tornare ad impennarsi presso i ricchissimi, anche se importanti fluttuazioni dipendono da altri fattori quali clima, geografia, struttura sociale, tradizione, eccetera. Se prendiamo per buona l’indicazione che l’1% della popolazione mondiale si accaparra il 50% della ricchezza del pianeta, ciò significa che circa 75 milioni di persone hanno un reddito procapite di circa 500.000 dollari l’anno e tra questi vi sono almeno un centinaio di multimiliardari (dati Forbes). Immaginiamo adesso che sia possibile ridistribuire tutta questa ricchezza sul 99% dell’umanità. Farebbero circa 5.000 dollari a testa e ciò per la maggioranza della popolazione mondiale cambierebbe drasticamente la vita. Miliardi di persone potrebbero finalmente permettersi di mangiare a sazietà, vestirsi decentemente, abitare in case anziché in baracche, mandare i figli a scuola, curare i malati e molto altro ancora.
EMISSIONI DI CO2 e DISTRIBUZIONE DELLA RICCHEZZA.
Con una buona approssimazione, possiamo classificare l’umanità in quattro meta-categorie: i super ricchi (che abbiamo stimato essere circa 75 milioni), la “Middle Class” (che secondo “The Economist” comprenderebbe circa la metà della popolazione attuale, cioè poco più di 3 miliardi), i poveri (che possiamo stimare per differenza in 2 miliardi) ed i poverissimi (che secondo la FAO sono circa 1 miliardo). Una ripartizione così sommaria è giustificata dal fatto che le emissioni di CO2 di queste categorie variano fra loro per ordini di grandezza. Confrontando i redditi e le emissioni pro-capite per paese, possiamo infatti arguire che, probabilmente, i ricchissimi producono intorno alle 50 tonnellate di CO2 pro-capite/anno, i medi circa 10 tonnellate, i poveri intorno a 4 e i poverissimi qualcosa come 0,1. Si noti che passando dalla quarta classe (poverissimi) alla terza (poveri) vi è un incremento di 40 volte; dalla terza alla seconda di 2,5-3 volte, dalla seconda alla prima di 5 volte. Ovviamente, l’auspicata maggiore equità sociale provocherebbe la scomparsa della classe dei poverissimi e di quella dei super-ricchi; promuoverebbe i poveri nella classe media mentre, all’interno di questa, ci sarebbe un sensibile spostamento verso l’alto del reddito. Queste sono le indicazioni che ci vengono da quello che ad oggi continua ad essere il miglior modello dinamico del sistema economico-ambientale globale.
MODELLI e SCENARI FUTURI.
Nell’edizione del 2004 (Limits to Growth) il gruppo dei Meadows propose, fra gli altri, uno scenario in cui si ipotizza che a partire dal 2002, la natalità globale non superi la media di due figli per coppia e che venga praticato un efficace razionamento dei prodotti industriali ad un livello del 10% superiore rispetto alla media globale del 2.000. E’ interessante vedere che queste condizioni allungano la fase di picco delle curve della produzione e della popolazione, prolungando quindi il periodo di benessere per una ventina d’anni. Vi è da dire anche che la ridistribuzione dei beni senza controllo delle nascite, comporterebbe conseguenze di diversa natura (maggiori consumi e maggiore inquinamento?). Un secondo modello che, in qualche modo, prende in conto il livello di iniquità sociale, è il modello HANDY, prodotto da alcuni ricercatori della NASA. Il modello ha il merito di essere il primo che tenta di inserire l’elemento sociale in questo tipo di modelli e possiamo prendere per buona l’indicazione di larga massima che “livelli moderati di disuguaglianza tendono a rendere più stabili e resilienti le società” e ciò, intanto nel breve periodo, non è poco, ma a nostro parere non basta. Per il futuro se non si riducono gli sprechi e le inefficienze e non si punta a sistemi e modelli sostenibili ed equilibrati, tutto (anche una più equa distribuzione delle risorse) può diventare inutile. Infatti, a nostro avviso, un’allocazione efficiente ed una distribuzione giusta delle risorse non garantiscono una scala sostenibile, poiché viene ignorato il fondamentale rapporto rispetto ai sistemi naturali e dell’utilizzo delle risorse. Il sistema regge, solo se non vengono intaccate le capacità rigenerative dei sistemi naturali e la dimensione dell’economia viene mantenuta entro i limiti fisici della natura. Non è quindi prioritario il problema della distribuzione, anche se importante, ma semmai la produttività biologica del pianeta, infatti, il restringimento della terra produttiva e la costante espansione della popolazione umana della terra sono in rotta di collisione ed il sistema economico globale diventa insostenibile.
Fonti: World Bank, Wikipedia, Forbes, The Economist, NASA, FAO, Jacopo Simonetta.

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