Se l’Italia volesse farlo, la BCE vorrebbe il rientro immediato dalla posizione debitoria. E no, questo no! Lo rispediamo al mittente con sonora pernacchia
La Civetta di Minerva, 24 marzo 2017
Scrive il prof. Marcello Minenna: «Il 20 gennaio 2017 potrebbe essere ricordato come un giorno spartiacque per il futuro dell’Euro. A margine di una lettera di risposta ad alcuni europarlamentari italiani, il Presidente Draghi ha dichiarato apertamente che in caso di ipotetica uscita di un Paese membro dall’Eurozona, i saldi Target2 della banca centrale uscente dovrebbero essere regolati in pieno. Nota a margine: la Banca d’Italia [sic!] deve all’Eurosistema 363 miliardi di euro (dai nuovi dati di novembre; 5 in più di quanto dichiarato da Draghi nel suo discorso). […] Ma cosa sono realmente questi saldi? Target2 è il sistema europeo che registra i pagamenti fra banche private; semplificando, ogni pagamento tra Italia ed estero diviene un rapporto di debito/credito tra Banca d’Italia e le altre banche centrali dell’Eurozona. Dunque se una banca italiana investe all’estero per conto di un proprio cliente, compra un titolo di Stato che la banca estera sta vendendo […], dei capitali abbandonano il Paese e ne lasciano traccia nel conto Target2 che diventa sempre più negativo».
ALT! Proviamo a capire: se la banca italiana Pinco Pallino compra titoli tedeschi, dei capitali abbandonano il nostro paese e un pari valore di titoli di stato tedeschi o BUND entra in Italia. Anzi, più esattamente: nella cassaforte della banca privata acquirente. Tutto regolare! C’è libera circolazione di moneta all’interno della UE. O no? Il meccanismo Target2 “registra” questi pagamenti, queste transazioni, questi trasferimenti di valore monetario e di controvalore in Bund (o in altre forme) ma, a rigor di logica, la transazione (tra altri soggetti, privati) non dovrebbe comportare alcun indebitamento della banca centrale del paese A o del paese B.
Il Target2 è un sistema di pagamento di proprietà dell’Eurosistema, che ne cura la gestione; viene utilizzato dalle banche commerciali per trattare pagamenti in euro di importo rilevante in tempo reale. Il pagamento è effettuato mediante un addebito sul conto della banca A e un accredito su quello della banca B. Il sistema che cura la transazione non dovrebbe subire alcun indebitamento. Ma anche ammettendo e non concedendo che dalla transazione derivi un indebitamento o un arricchimento della Banca centrale A e della Banca Centrale B, tale situazione creditoria o debitoria (solo contabilmente registrata dalle Banche centrali) non dovrebbe comunque contagiare lo stato in cui operano, rispettivamente, il venditore e l’acquirente. E questo può essere affermato con assoluta certezza, essendo ormai noto (dal 2005, grazie al superlativo lavoro di Fulvio Coltorti) che la Banca d’Italia non si identifica con il paese Italia (ma è posseduta da banche private, da Istituti assicurativi e solo per un 5% dallo Stato Italiano attraverso la quota posseduta dall’INPS. Allo stesso modo la Deutsche Bundesbank non si identifica affatto con la Germania. Dunque cosa avrà voluto dire Draghi col suo messaggio criptico? Perché esso è stato interpretato come una dissuasione minacciosa?
Nello scritto del prof. Minenna leggiamo pure: « Se la Banca d’Italia acquista un titolo governativo italiano direttamente da una banca tedesca, i fondi sono automaticamente trasferiti all’estero». Bene! Transazione conclusa: titolo pagato. Che debito aggiuntivo ne deriva allo stato? Il titolo governativo (BOT) prima rappresentava un debito verso la banca tedesca che deteneva il BOT ed oggi rappresenta lo stesso debito nei confronti di bankitalia, che lo ha acquistato.
Allora perché Draghi dice che « in caso di ipotetica uscita di un Paese membro dall’Eurozona, i saldi Target2 della banca centrale uscente dovrebbero essere regolati in pieno»? Draghi non sta alludendo a inesistenti debiti contratti dal sistema Target per transazioni varie (cosa che non avrebbe alcun senso), ma allude solo ai titoli del debito pubblico rastrellati presso istituti bancari ed altri possessori esteri e fatti acquistare da bankitalia. In altri termini sta ricordando all’Italia che i BOT acquistati sul mercato secondario da bankitalia (su disposizione della BCE, per la quale Draghi merita un sincero ringraziamento) e messi al sicuro da operazioni speculative rappresentano una sorta di guinzaglio invisibile ma reale. Se l’Italia si dovesse sognare di uscire dall’eurosistema, la BCE potrebbe costringerla a rientrare immediatamente dalla sua posizione debitoria verso bankitalia (che è parte della BCE).
Evidentemente Minenna ha sbagliato quando ha scritto che la Banca d’Italia deve all’Eurosistema 363 miliardi di euro. Intendeva dire che lo stato italiano deve all’eurosistema (di cui la Banca d’Italia fa parte) 363 miliardi. Per i BOT che Draghi ha fatto acquistare da bankitalia sul mercato secondario, da detentori stranieri. E di ciò (conviene ripeterlo) gli rendiamo grazie. Ecco perché Minenna e Luca Piana sull’Espresso numero 9 del 26 febbraio 2017 (in un articolo di pag. 87, dal titolo: GHIGLIOTTINA A ciascuno il suo, che riferisce stralci dello scritto del professore) affermano che «L’entità gigantesca della “transazione” (circa il 22% del PIL per l’Italia) riduce di molto la probabilità di uno scenario di uscita “ordinata” dalla moneta unica; gli enormi costi associati sicuramente sono un valido dissuasore nei confronti di qualunque forza politica che abbia la velleità di muoversi verso un abbandono dell’unione monetaria». Draghi usa un linguaggio piuttosto criptico, da iniziati, ma sta rivelando due realtà spiacevolissime. La prima è che, dopo averla negata come impossibile in assoluto (perché non contemplata da nessuna parte), egli sta ora ammettendo, sia pure in via ipotetica, una eventuale uscita dell’Italia dalla moneta unica. In pratica, sta ammettendo che un potere politico diverso dall’attuale possa sognarsi domani di voler uscire dall’euro. La seconda è che sta minacciando sin da ora una sanzione pesantissima per dissuadere chiunque (i cinque stelle?) dal provare ad operare una tale scelta. E no, Mariotto! Questo no!
Intendiamoci: noi non siamo per una uscita dell’Italia né dall’euro né dall’Unione. Vorremmo invece una radicale riforma, sia del sistema di emissione monetaria (in euro) che dell’Unione. E vorremmo che la politica si emancipasse dallo strapotere bancario: non riteniamo tollerabile che le scelte economiche siano dettate o imposte da banchieri che transitano (senza elezioni) al ruolo di Commissari europei. Ma vorremmo che questa radicale riforma si attuasse all’interno delle istituzioni europee esistenti. Magari per una iniziativa non convenzionale del Parlamento, che potrebbe avviare una rivoluzione democratica, decidendo di attribuirsi una funzione costituente e di esercitarla a partire da una seduta permanente, per chiedere poi agli elettori di tutta l’Europa di pronunciarsi su una Costituzione che la rifondi su basi democratiche. Sì, siamo dei sognatori e coltiviamo le utopie possibili. Non dei sudditi rassegnati e, dunque, non accettiamo che siano i banchieri a comandare o a vietare una eventuale opzione di exit. Nemmeno il signor Draghi.
L’euro forse non riuscirà a resistere a lungo come moneta unica insensibile ai disallineamenti di sistemi produttivi diversi e sempre più divaricati. Noi però non tifiamo certo per una caduta dell’euro, ma non accettiamo che una eventuale decisione di uscire dalla moneta unica, ove si riveli inevitabile, sia impedita da banchieri. Né che i banchieri ricorrano a minacce preventive di azioni sul debito per vincolare la libera scelta degli stati. Non lo accettiamo neanche da Draghi.
Forse questa Unione Europea, necessaria ma mal realizzata, si spezzerà per l’insipienza delle politiche comunitarie di rigore, che stanno contribuendo ad aggravare la crisi. Noi non siamo tra i fan che aspettano con impazienza questo drammatico evento. Preferiremmo una radicale revisione dei trattati e un consolidamento dell’Unione all’insegna della democrazia e non del potere di una casta di banchieri-padroni della moneta. Di una moneta che vale solo grazie alla legge degli stati ma che viene prestata ad interesse agli stati, non più sovrani. Noi vorremmo un Istituto Centrale di Emissione dell’euro autonomo nella decisione circa la quantità di moneta da emettere per mantenere l’inflazione prossima e non superiore al 2% e la disoccupazione bassa il più possibile; ma pubblico. Non ci piace che l’attuale istituto di emissione (la BCE) sia di proprietà di Banche Centrali, nazionali solo di nome ma di fatto possedute da banche private. Grideremo con quanto fiato abbiamo in gola contro questa assurda situazione, che impedisce di consegnare agli stati (in proporzione alla loro consistenza demografica) la moneta creata dal nulla. Essa ha infatti un valore esclusivamente legale (derivante dalla legge degli stati) e non è basata su alcuna riserva aurea. Non e concepibile, a nostro avviso, che la moneta che riceve valore solo dalla legge statale sia prestata ad interesse agli stati e non consegnata ad essi da un istituto di emissione pubblico. Ci batteremo contro questo sistema di emissione che contribuisce ad indebitare gli Stati, per tenerli poi al guinzaglio del debito. Protesteremo contro il madornale conflitto di interessi che affida alla BCE e alle Banche Centrali il potere di controllo sulle altre banche, dalle quali esse sono possedute: troviamo assurdo che il posseduto possa controllare efficacemente il possessore. Noi siamo per la razionalizzazione e non per la distruzione. Ma non accettiamo che nessuno, nemmeno il signor Draghi, venga a dirci che non possiamo e non dobbiamo… altrimenti saremo costretti a pagare sull’unghia un debito pubblico corrispondente ai BOT acquisiti da bankitalia e registrati, a quanto pare, tra le attività del Target2. No, cribbio. Chiunque non sia interessato a razionalizzare l’esistente, vada al diavolo con questo sistema, ma non cerchi di schiacciarci con minacce inaccettabili. Se questo sistema dell’euro crolla, sarà forse possibile mettere in piedi un sistema monetario più razionale. Se questa UE mal realizzata andrà a pezzi, si cercherà di ricostruire pazientemente una Unione politica più rispettosa della democrazia e della volontà popolare. E se questo sistema pachidermico e planetario dei mercati finanziari (che risucchiano sudati risparmi di onesti cittadini e smisurate ricchezze mal accumulate per far vorticare il tutto in una colossale girandola speculativa destinata a distruggere i piccoli e ad alimentare l’insaziabile sete di impersonali mostri voraci e insaziabili) crollerà sotto il suo peso, ce ne faremo una ragione. E ricostruiremo un sistema di relazioni economiche e produttive partendo dall’economia dei territori. Anzi, alcuni pionieri hanno già iniziato a dar vita ad esperienze di altra economia, di altro consumo e di altro mercato. A misura d’uomo. Cioè che abbiano al centro di ogni interesse il lavoro umano, il benessere diffuso e la dignità di tutti: non il profitto, non la ricchezza smisurata, non il mercato eslege, non la legge della giungla, dove è fatalmente portato a spuntarla su tutti il più feroce, il più vorace, il più forte, il più cattivo.
Noi staremo con tutti gli innovatori pacifici e ispirati dal buon senso. Di qualsiasi orientamento. E di opposto temperamento: schivi pensatori aristocratici o chiassosi populisti. L’attuale establishment forse resterà arroccato nei posti di comando e nelle logge del potere, ci infliggerà sacrifici inumani, imporrà divieti e cercherà di scoraggiare iniziative sgradite. Condannerà cinicamente all’esclusione sociale le giovani generazioni. Ma alla lunga sarà sconfitto. Parola di un sognatore ottimista. Che è in buona compagnia.
Niente divieti, signor Draghi. Lei governa sulla BCE, posseduta da banche centrali, possedute da banche private. Non sulle anime libere. Si dia pace. Sul sistema abbiamo molto da ridire. E non taceremo. Il verso della civetta è flebile, ma ascoltato. E la resilienza delle coscienze è sorprendente.

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