Calcarono le scene del Teatro anche talentuosi artisti siracusani. Un pomeriggio, durante le prove, entrò un giovane alto: “Bravi”, ci disse, “mi chiamo Ermanno Olmi…”
La Civetta di Minerva, 24 marzo 2017
La pluridecennale vicenda del Teatro Comunale richiama alla mente personali esperienze artistiche degli anni trascorsi, quando su quel palcoscenico si alternavano grandi nomi. Scegliendo fior da fiore, e solo per farne qualcuno, vale la pena di ricordare le celebrità della Lirica, e poi quelle della Prosa (Annibale Ninchi, Dario Fo, Paola Borboni), della Musica (Pantaleon Perez Prado, Xavier Cugat), del Balletto, del Concertismo…
Per tacere dei fermenti teatrali dei giovani siracusani di allora (Franco Marenga, Gioacchino Lentini, Sebastiano Zammitti, Pippo Lampo, Giovanni Capodicasa) fino ad arrivare a Renzo Monteforte che col suo “Teatro d’Arte” fu l’ultimo a fare spettacolo al Comunale (“Addio giovinezza”, quasi un presagio). Dichiarata inagibile la sala, nel Foyer realizzai alcuni veglioni con l’orchestra Zannelli, oltre a diversi spettacoli tra i quali uno su Bertolt Brecht con la voce di Ida Carrara e al pianoforte Nino Lombardo (prodotto dal Teatro Stabile di Catania), e poi “Giovanna del popolo” con Lydia Alfonsi e Massimo Mollica.
Ma sul palcoscenico del Comunale, con l’amichevole consenso del custode Angelo Accolla, provavamo gli spettacoli che poi avremmo dato al Vasquez. Uno, tra i tanti: “Dio salvi la Scozia” per il quale Renzo Monteforte mi affidò la regia.
Un pomeriggio, durante le prove, in sala entrò un giovane alto, dall’aria distinta, che silenziosamente sedette in fondo alla sala ad ascoltare. Quando finimmo, venne vicino al proscenio e disse: “Mi chiamo Ermanno Olmi, sto preparando un film nell’area industriale di Priolo. Vi faccio i miei complimenti per la qualità della vostra recitazione e per il vostro impegno. Tornerò qualche altro pomeriggio a vedervi lavorare”,
Ora leggo di una diatriba a proposito del nome da dare al Comunale. Mi pare che il nome di Salvo Randone sia sicuramente il più serio e soprattutto doveroso. Perché, d’altronde, chiamarlo Massimo è un modo qualunquista e pedissequamente privo di percezioni culturali se è vero, com’è vero, che quel luogo deve tornare ad essere la culla della cultura a Siracusa.
Sperando che competenza professionale e lungimiranza tornino presto a fare risplendere quelle luci.

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