L’inchiesta giornalistica di Magma, e poi della Civetta, lumeggiò situazioni oscure. I sette giorni terribili del magistrato, dal 23 febbraio al 2 marzo. E in Procura continuano a girare esposti: in questi giorni un altro, non più anonimo come nel 2011
La Civetta di Minerva, 10 marzo 2017
Quando nel 2011 la rivista catanese Magma pubblicò quella che sarebbe stata la prima pagina del racconto infinito sull’affaire Procura di Siracusa, due erano le vicende poste in evidenza: quella relativa a supposti reati ambientali della VED, ditta dei Prestigiacomo, “prescritti nel luglio 2008 dopo sette anni di indagini e solo tre udienze”, e quella di Villa Corallo che, come ormai è noto, si è risolta in primo grado a Messina con una condanna del sostituto procuratore Maurizio Musco alla pesante pena di 3 anni e 8 mesi di reclusione, all’interdizione in perpetuo dai pubblici uffici e all’estinzione del rapporto di lavoro (e al pagamento delle spese). Accertata quindi al momento la tentata concussione ma già il magistrato ha annunciato il ricorso in Appello.
Ma prima di quel fatidico 19 novembre 2011, giorno di pubblicazione degli articoli detti, già da qualche tempo giravano nelle sedi giornalistiche due esposti rigorosamente anonimi, uno dei quali ad opera di un sedicente magistrato in servizio proprio presso la Procura aretusea improvvisamente scaraventata sotto i riflettori. I tanti illeciti che vi erano elencati, le anomalie, frutto, secondo gli estensori e come poi confermato in buona parte nel corso di diversi processi, di connivenze, relazioni indebite di diversa natura, scambi di favori, tra magistrati, avvocati, faccendieri e giornalisti, hanno avuto esiti giudiziari, concludendosi a volte nella condanna dei magistrati responsabili (per esempio il caso Oikothen con la condanna a 18 mesi del sostituto Musco e quello relativo a Sai8 con la condanna a un anno per l’ex procuratore capo Ugo Rossi), a volte nella prescrizione come per la VED o in un non luogo a procedere (episodi ritenuti evidentemente irrilevanti sul piano penale), a volte ancora nell’assoluzione per insussistenza del fatto (come è accaduto per il calcio scommesse dei due calciatori del Catania, Falsini e Pantanelli. In questo caso, e se ne aspettano le motivazioni, sia per l’ex procuratore capo di Siracusa Roberto Campisi, che per il sostituto procuratore Maurizio Musco e l’ex ispettore del nucleo investigativo reati ambientali Giancarlo Chiara, la Cassazione ha accolto il ricorso presentato dai legali di parte, assolvendoli “perché il fatto non sussiste” dall’imputazione del reato di abuso d’ufficio per il quale la Corte d’Appello aveva, invece, dichiarato non doversi procedere per avvenuta prescrizione”).
Nei due anonimi circolati (non sappiamo se la mano fosse unica) la ricostruzione dei fatti era molto dettagliata, sebbene qua e là comparissero alcune imprecisioni soprattutto in relazione all’individuazione di alcune delle persone menzionate, e riguardava oltre un quinquennio, prendendo l’avvio addirittura dal caso Mare Rosso (ipotizzato inquinamento da mercurio del mare nella rada d’Augusta nel 2004, una storia dai risvolti giudiziari molto complessi che sarebbe interessante ricostruire).
Nel rileggere tutti i documenti che hanno contrassegnato quella stagione, non si può non pensare che, se allora, come sembra invece sia accaduto oggi con il nuovo caso Procura, questi esposti fossero stati più tempestivi e se il loro estensore avesse avuto un volto, e se soprattutto non fosse stato solo (oggi si parla di un esposto sottoscritto da otto magistrati nei confronti di due o tre colleghi) è molto probabile che l’intera storia di questa provincia sarebbe stata diversa, perché moltissimi sono i fatti e i personaggi che a quelle vicende si sono intrecciati e ancora si intrecciano, e la vita di molte persone forse non sarebbe stata travolta da indagini improprie.
Ribadiamo, così come fatto nei giorni caldi della nostra inchiesta del 2012, che in genere le responsabilità e il malaffare non sono attribuibili solo a chi materialmente agisce ma anche a chi, pur sapendo, e pur avendo l’obbligo istituzionale di intervenire, volge lo sguardo altrove e nel silenzio diventa connivente. A determinare poi quel clima di sospetto, di intimidazione, del tutti contro tutti, denunciato in questi giorni dallo stesso sindaco Giancarlo Garozzo, che giustamente chiede finalmente chiarezza su quanto accade in uffici, quelli giudiziari, che dovrebbero essere più trasparenti di quelli del municipio, ha un rilevantissimo peso specifico (rectius responsabilità) l’incredibile e inammissibile lentezza, e incertezza, con cui opera la magistratura.
Dai fatti di Villa Corallo (o Milena se si preferisce) sono trascorsi ben 10 anni, un tempo infinito per appurare situazioni decisamente non complesse come dimostra la stessa ricostruzione della Procura di Messina. Durante un controllo di polizia di routine presso Villa Corallo, dove si sospettava si svolgessero feste pubbliche non autorizzate, nella notte tra il 30 e il 31 agosto del 2007, il dottor Musco “… presente unitamente all’avv. Piero Amara (cui era legato da rapporti di amicizia) … qualificandosi come PM della Procura della Repubblica di Siracusa, esibendo il tesserino di riconoscimento, chiedendo di sapere se il controllo era stato operato di iniziativa o meno e quale ne fosse la ragione… sindacava la possibilità da parte degli agenti operanti di misurare il volume della musica… ed avvisava gli agenti che l’indomani avrebbero dovuto trasmettere al suo ufficio l’incartamento relativo a tale controllo. Nei giorni successivi lo stesso magistrato chiedeva anche che gli fosse inviata la relazione degli agenti e successivamente “… nel corso di un incontro svoltosi il 3.9.2007 presso il suo ufficio, con i citati appartenenti alla P.S. e con il loro dirigente Pasquale Alongi, in occasione del quale gli veniva mostrata la relazione di servizio relativa a detto controllo…” Musco “lamentava la irregolarità delle attività compiute e relazionate, assumendo che il controllo era avvenuto in orario diverso da quello inserito sugli atti, circostanza a seguito della quale scaturiva un confronto, dai toni verbali molto accesi, tra il Musco e l’Alongi”. Musco quindi “da ultimo disponeva l’iscrizione nel registro degli indagati…” di un poliziotto “…ed ordinava l’esibizione nei confronti del commissariato di Augusta di tutti gli atti relativi ai controlli compiuti presso villa “Corallo” da appartenenti al citato Commissariato… e in tal modo compiva atti idonei, diretti in modo univoco, a costringere o ad indurre gli appartenenti al commissariato P.S. di Augusta a desistere da ulteriori controlli ed attività di servizio in ordine a intrattenimenti musicali e danzanti tenuti presso la villa dell’imprenditore Corallo che avrebbero potuto pregiudicare l’attività economica organizzata da costui (celata sotto le spoglie di una associazione culturale) e la relativa possibilità di guadagno.”
A chiarire ulteriormente il quadro arriveranno le motivazioni della sentenza entro i 90 giorni previsti dalla normativa mentre si aspettano come imminenti le decisioni del CSM in merito alla posizione del dottor Musco, in attesa che il secondo grado ed eventualmente la Cassazione ne stabiliscano in maniera definitiva la colpevolezza o l’innocenza per i fatti specifici.

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