Il trasferimento della sede a Catania, ordito per mesi, nasce dallo scontro tra i potentati nei partiti di governo ma soprattutto tra forti gruppi imprenditoriali. La vicenda si inscrive anche nella forsennata lotta intestina in Confindustria siciliana
La Civetta di Minerva, 10 febbraio 2017
Ci sarà un motivo se Siracusa è classificata come provincia “babba” tra le province siciliane? Ci sarà un motivo perché Augusta è sempre umiliata nelle sue aspettative? Sono queste le domande che dobbiamo porci se vogliamo ricostruire l’orgoglio dell’appartenenza a questa comunità. E le risposte non devono essere autocelebrative, devono essere laceranti, impietose, vere.
Nulla accade per caso. Se tutti i simboli del potere amministrativo e politico sono stati via via trasferiti dalla provincia è perché non siamo stati in grado di essere comunità. Senza una classe dirigente degna di questo nome abbiamo arrancato e trascinato la nostra esistenza tra miserie vere e presunte nobiltà. Invece, sul caso del porto di Augusta si assiste al solito rimpallo di responsabilità: qualcuno addita il PD perché il ministro è PD, il Governatore è sostenuto dal PD, qualche altro addita lo Stato (sic), altri ancora Bianco e così via, nessuno che abbia il coraggio di interrogarsi sul fatto che da tempo immemorabile assistiamo alla deriva della nostra provincia; da sempre distratti, tra polemiche e insulti, da invidie e agguati assistendo così alla marginalizzazione della nostra comunità nel panorama nazionale.
Il Consiglio comunale di Augusta sciolto per “infiltrazioni mafiose” tutte da dimostrare, la destrutturazione del polo chimico, la dequalificazione della qualità della vita nelle nostre città, la chiusura della Camera di Commercio, la disastrosa situazione all’IAS, la irrilevanza della qualità scuola e della formazione nel territorio sono le tappe di un rapido decadimento le cui cause sono, in gran parte, tutte interne, tutte nostre a cui organi dello Stato, “strumenti ciechi di occhiuta rapina”, si sono appoggiate per depredare ed umiliare una comunità senza testa, senza classe dirigente o comunque, largamente inadeguata.
Oggi si chiude il cerchio, complice il miserabile calcolo politico di un guascone e inconcludente Presidente della Regione e ciò ci vede ulteriormente umiliati e sbeffeggiati in quello che resta del nostro orgoglio. Sia chiaro, poco importa dove sia la sede della autorità portuale per rilanciare il nostro porto (sono altri i problemi) ma se i simboli hanno un valore, il miserabile “escamotage” dei due anni a testa è la rappresentazione plastica della inconsistenza politica di una comunità.
In questi giorni si susseguono le dichiarazioni di chi ha cercato di avere un ruolo e, paradossalmente, di chi non ci ha neanche tentato. Il più moderato chiede blocchi all’attività del porto e invoca i forconi, qualcuno lamenta l’offesa all’onore, altri più prosaicamente, come causa principale (sic!), l’assalto al forziere rappresentato dall’avanzo presente nel bilancio dell’autorità portuale di Augusta per pareggiare i conti con i debiti di Catania. Ognuno cerca di attribuire all’altro le responsabilità ignorando volutamente che fare come i polli di Renzo non cambierà la nostra realtà. E’ uno scontro tra poteri interni ai partiti ma anche e soprattutto ai gruppi che rappresentano il potere vero, in una parola tra chi ha influenza e ruolo nella società siciliana, non altro – confessiamolo. E noi stiamo perdendo.
Mi limiterò a porre alcune domande senza dare risposte per facilitare un processo autocritico e tentare l’individuazione delle cause di quello che è il bilancio fallimentare di tutta la classe dirigente del territorio, ognuno con la sua parte di responsabilità più o meno estesa. Utile, per il futuro, sarebbe individuarle una per una non per mettere al rogo ma per rendersi conto che una comunità o si salva tutta o non è possibile uscirne (mi vengono in mente le parole di un girotondo sulla guerra, di Fabrizio De Andrè, quando parafrasando una vecchia nenia ricorda che non è possibile pensare che la guerra non ti coinvolgerà, comunque e ovunque avvenga, che non è possibile farsi un po’ più in là per tirarsene fuori).
E’ mai possibile che un ente pubblico degno di tale nome abbia un bilancio con un attivo così corposo? O piuttosto esso è la misura della propria inefficienza? Da almeno un triennio è noto che il riordino dei porti, con la creazione delle autorità di sistema, porterà alla creazione di un nuovo ente sovraterritoriale che unirà sinergicamente le specificità dei territori, i loro bilanci e le loro potenzialità per una politica dei trasporti più razionale ed efficace. Cosa avrebbe dovuto fare un ente con una cassa cospicua, consapevole che il nuovo ente avrà un bilancio unico, se non impiegare le risorse nel territorio che le ha prodotte (e cose da fare ce ne sono tante, dal dragaggio del rivellino alle tante cose richieste nel tempo da alcuni operatori)? Chi avrebbe dovuto farlo: i commissari, sicuramente, ma che ci sono stati a fare nel comitato portuale sindaci, rappresentanti degli operatori e vari soggetti tutti locali? Finalmente questo conglomerato informe verrà spazzato via dalla riforma ed avremo persone (poche) con qualifiche e, ci si augura, senza conflitto di interessi.
Perché l’unico atto formale fatto dal comune negli ultimi anni è stato quello di tentare il blocco del completamento dei piazzali inseguendo un presunto ambientalismo di maniera, assecondando elucubrazioni mentali di esperti dell’ultim’ora sui traffici del futuro? Perché ai concessionari delle operazioni portuali non si è chiesto conto del loro operato imprenditoriale a giustificazione delle concessioni ricevute da una comunità da sempre lontana dalle problematiche portuali? Perché le organizzazioni datoriali e sindacali non hanno, oltre a generiche lamentazioni, aperto un concreto tavolo di confronto sullo sviluppo e sul futuro del territorio che mettesse al centro lo sviluppo della portualità monitorando e denunciando efficacemente ritardi e inefficienze gestionali?
Perché Aldo Garozzo, manager confindustriale, oggi censore verso i nemici interni del territorio (come ha esternato in interviste varie), non esce dal riserbo facendo nomi e cognomi? Perché la magistratura (penale ed amministrativo/contabile) apre inchieste e sostiene clamori mediatici senza che nulla vada a sentenza evitando di sanzionare individui e gruppi responsabili e artefici dei maneggi? Perché sulla questione ambientale si mettono in campo solo polemiche senza sbocco, utili per le prime pagine sui giornali ad improbabili protagonisti e non si fanno inchieste chiare e coraggiose denunciando i ruoli di ciascuno, anche dei professionisti dell’ambientalismo di maniera? E si potrebbe continuare all’infinito.
Sia pure in un contesto di scelte nazionali e regionali spesso penalizzanti per il territorio, a mio parere, le cause della marginalità e del declino sono tutte nostre, sono tutte interne alla nostra classe dirigente, che è politica, sindacale, datoriale e delle istituzioni periferiche dello stato. Senza roghi mediatici, senza dalli all’untore, riflettiamo su tutto e cambiamo strada e quello che è accaduto non potrà mai più avvenire.
Concludo avanzando una ricostruzione (fantasiosa) su possibili chiavi di lettura del perché è accaduto quanto lamentiamo e sulla piega che sta prendendo la vicenda. Questo esercizio risponde alla necessità di vedere, senza emotività, quanto accade anche perché l’informazione sui reali termini della questione, spesso, non emerge in quanto i reali protagonisti quasi mai esternano le loro intenzioni, tanto meno si confrontano pubblicamente, preferendo le guerre sotterranee e gli accordi sottobanco.
Prima chiave di lettura, quella prevalente nell’immaginario collettivo: Crocetta pone una serie di opposizioni al disegno riformatore del riordino del sistema dei porti; alcune parzialmente sostenibili su Messina, altre su Catania, ritenendo che attraverso il sostegno alle aspirazioni di Bianco e D’Alia a Messina possa avere un ritorno di natura elettorale (cosa che escluderei in assoluto visto il bilancio del suo governatorato) per una sua eventuale ricandidatura. Quindi una storia di banale arrivismo politico per mantenere un ruolo.
Seconda chiave di lettura: Crocetta, quale portatore di interessi di un settore del mondo imprenditoriale, avanza proposte di candidatura per le adsp siciliane ritenute insostenibili da Del Rio per motivi di merito sulle singole proposte e, dovendo egli quadrare i conti a livello nazionale, ha altre opzioni: in particolare quelle poste dal Governatore De Luca che, non potendo ottenere la propria soluzione per la port autority di Napoli, chiede garanzie per il presidente della port autority di Salerno (peraltro, dalle notizie note, ben gestita) e degli interessi imprenditoriali salernitani che vogliono crescere su altri mercati (questo è uno dei danni per la mancata riforma costituzionale, n.d.r.). Crocetta e l’entourage resistono e creano difficoltà, come quella di cui ci occupiamo, al fine di scatenare una guerra tra Catania ed Augusta (sfruttando la debolezza di Bianco, che ritiene di valorizzare il suo ruolo nella città con questo risultato rilanciando le velleità megalomani di un entourage imprenditoriale catanese che vuole essere attore principale nella vicenda, in ciò spalleggiato dall’assessore alle infrastrutture Pistorio che appare il vero regista dell’operazione). Crocetta scende lancia in resta contro Annunziata nella port autority della Sicilia orientale e rilancia sull’assetto dell’intera zonizzazione delle port autority cercando di fare da spalla a tutti i frustrati che non si vedono più monopolisti nella gestione del potere nei porti e mal sopportano di doversi confrontare con nuovi soggetti imprenditoriali esterni alla Sicilia. Ciò accade mentre è in corso una forsennata lotta interna in Confindustria siciliana tra le varie componenti della regione, lotta nella quale siamo largamente perdenti come dimostrano la vicenda Camera di Commercio ed altre minori.
Terza chiave di lettura un concorso di cause presenti nelle due chiavi di lettura perché, sulle regole del gioco, ognuno si fa guidare dalle convenienze del momento. E il sistema collassa.
Qualunque sia la chiave di lettura corretta, la provincia “babba” paga lo scotto anche del fatto che Confindustria siracusana sia appannaggio dei petrolieri, che ne fanno l’uso e consumo utile ai loro interessi regalando commesse più o meno importanti a imprenditori del terrirorio, perlopiù improvvisati, spesso espressione della politica locale che “gode” di questa rendita da quattro soldi, evitando di governare i processi e limitandosi ad “amministrarli”(sbranandosi fra di loro, abbattendo prezzi e arraffando subappalti in una rincorsa senza scrupoli che genera incidenti sul lavoro e lutti fra le maestranze)
Tornando alla vicenda e alla proposta di nomina di Annunziata, comunque sia maturata, e se Del Rio ha respinto le proposte di Crocetta (che ha ritenuto improponibile la nomina di uno sconosciuto in Sicilia, come se quelli noti avessero dato buona prova di sè visti i risultati, Catania compresa, al di là dell’azione di supporto del quotidiano locale), a costo di essere considerato un esterofilo ritengo che essa sia la soluzione per uscire dal pantano in cui sguazziamo, da anni umiliati dalle lotte fratricide e con risultati di scarsa qualità.
Questo pasticcio, degno dell’avanspettacolo di altri tempi, supportato da una serie di motivazioni risibili (se si guarda la legge) ma che formalmente vorrebbero renderla legittima, potrebbe essere l’escamotage per accendere una guerra tra territori e innescare la contrapposizione a una riforma epocale che fissa obiettivi, consente di individuare responsabilità, introduce meccanismi di controllo gestionale e di risultato mai visti, che male sono tollerati da chi ha fatto imprenditoria assistita e di scarsa qualità, di cui il nostro Governatore, consapevole o no, si rende strumento in cambio di sostegno (tra l’altro improbabile).
Penso che Del Rio abbia dovuto decidere tra accettare questa pantomima o ritardare la nomina del presidente sine die, fino a che si riuscisse a trovare una soluzione, con grave danno per il sistema e per gli interessi del Paese. Da qui l’assunzione di una decisione meno dannosa (ma comunque colpevole) per gli interessi generali che gli ascari di casa nostra evitano di considerare. In ogni caso, il futuro della portualità della nostra zona dipenderà dalle scelte nazionali sui commerci, dalle infrastrutture che il governo assicurerà e dalla capacità di concretizzare le opportunità che i fondi europei e la gestione di quelli nazionali potranno assicurare. Poi ci sarà tutto il problema di chi deve fare cosa e di chi potrà attingere agli appalti. Se il Presidente dell’autorità di sistema sarà bravo, competente e onesto, riuscirà a comporre gli interessi in gioco e sugli appalti vincerà chi sarà il migliore e assicurerà tempi e qualità nella realizzazione delle opere. Infine le concessioni portuali: anche qui varrà la stessa regola e soprattutto il rispetto delle condizioni descritte dalla legge di riforma che prescrive risultati o ritiro delle concessioni e responsabilità patrimoniale dei gestori. Finalmente!

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