Tutti studenti “bene”

i cyberbulli siracusani scatenati contro la giornalista Selvaggia Lucarelli. L’analfabetismo emotivo analizzato dal filosofo Galimberti interroga le nostre coscienze di “educatori”

 

Non sono i nostri figli. Sono i figli degli altri. Quelli delle appendici periferiche delle nostre città, delle borgate degradate dal deserto emotivo dell’inciviltà e dell’ignoranza. Quelli senza prospettive, la cui azione si esaurisce nel gesto nichilista dell’istante. Il “pianeta degli svuotati” alieno ai nostri ragazzi, il cui vuoto dell’anima abbiamo colmato di interessi e passioni, sogni e speranze, progetti di vita e orizzonti culturali estesi, nei quali rispecchiarci a conferma delle nostre capacità di educatori.

Ce lo ripetiamo tutte le volte in cui la cronaca richiama l’attenzione su un gesto estremo che vede protagonista un adolescente.

Eppure la recente denuncia della giornalista Selvaggia Lucarelli, oggetto di una sadica violenza verbale sulla propria pagina facebook da parte di un giovane studente siracusano, fa vacillare le nostre rassicuranti certezze e ci costringe a confrontarci con il perturbante che si cela dietro l’illusorio confine dell’ordinario, in quella normalità nella quale, all’improvviso, i nostri figli appaiono infinitamente distanti da noi, incomprensibili e misteriosi, come stranieri che vivono nella nostra casa ma di cui ignoriamo il segreto dell’anima che ci siamo illusi di poter colmare.

Perché quel giovane è uno dei nostri figli, uno dei nostri studenti, un “ragazzo perbene”, come gli altri coetanei comprimari nelle sue sopraffazioni, pronti ad istigarlo all’attacco mediatico e a proteggerlo con il silenzio.

E mentre gli accademici, inorriditi dalle sgrammaticature delle matricole, lanciano l’anatema contro la scuola, accusata di fragilità didattica nell’educazione linguistica degli studenti, rimane in sordina quel che Umberto Galimberti, nel saggio L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani, definisce l’“analfabetismo emotivo” delle nuove generazioni, che impedisce agli adolescenti di comprendere la differenza “che passa tra scherzo, insulto, violenza verbale” e di dare un nome alle emozioni.

Se infatti l’allarme dei docenti universitari consente di arginare l’ambito delle responsabilità, accollandole, secondo un costume tipicamente italiano, ad un capro espiatorio, quello di Galimberti chiama in causa la società nella sua interezza, dalla famiglia all’istituzione scolastica, dalla politica all’informazione pubblica.

Ed ecco ancora una volta un rimpallare di accuse: la famiglia iperprotettiva che deresponsabilizza i giovani giustificandone le trasgressioni come bravate; la scuola-azienda che abdica ad una paideia incentrata sui valori dell’umanesimo a favore di una formazione tecnologico-prassistica basata sulla competizione; il confronto politico ridotto a teatrocrazia di risse e insulti, in cui l’interlocutore diventa il nemico da vilipenderne e ridicolizzare; la comunicazione mediatica che amplifica l’espressione di “pensieri aggressivi e indicibili” con l’apparente garanzia dell’anonimato; la violenza verbale di certa stampa antropofaga.

Chi riuscirà a far comprendere a quel giovane che la libertà di parola di cui gode non può essere usata impunemente per offendere e calunniare, quando il raffinato eloquio di Sgarbi, in preda a impulsi furiosi, diviene sul web turpiloquio nei confronti dei ragazzi del Volo, che rifiutano l’invito a cantare per Trump, e il giornale di Vittorio Feltri, giocando con la valenza connotativa del linguaggio, attribuisce il fallimento politico della Raggi a una “patata bollente”?

Mentre il cyberbullo ritiene un suo diritto sfogare virtualmente la sua rabbia ingiustificata contro una popolare giornalista, in altri paesi del mondo, in cui ogni forma di libertà è un’utopia, giovani dissidenti continuano ad usare la parola e la comunicazione attraverso i social network contro governi dittatoriali per denunciare abusi di potere, violazioni dei diritti umani, persecuzioni di ogni forma di diversità, a rischio della propria vita.

Nell’ignoranza di quel “leone da tastiera” è il fallimento non solo del nostro sistema scolastico, ma della nostra stessa democrazia.

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