“Tanti giovani italiani vengono, trovano lavoro e restano in Polonia”

Storia di un cervello (e un cuore) in fuga. Intervista a Paolo Messina, project manager migrato dalla nostra città: “A Siracusa l’unica opportunità concreta di avere un reddito è la pubblica amministrazione”

La Civetta di Minerva, 27 gennaio 2017

Paolo Messina. 53 anni, tre figli e una compagna. Laureato in sociologia, ha lavorato nel campo della programmazione e organizzazione dei servizi sociali, dell’impresa sociale, della formazione professionale. Ruolo professionale: project manager. Due anni fa molla tutto e si trasferisce da Siracusa in Polonia. Intanto raccontaci cosa facevi prima di “emigrare”.

Ho iniziato come consulente del Comune di Augusta per la programmazione dei servizi sociali. Poi sono passato al Consolidas (un consorzio di cooperative sociali) e divenni responsabile per la progettazione europea. Dopo alcuni anni, con altri due colleghi “sociologi” (Gianfranco Damico e Sebino Scaglione, ndr), fondammo la Passwork, una cooperativa specializzata nel campo della progettazione sociale. Lasciai la Passwork perché mi fu offerto di lavorare al Ciapi di Priolo come responsabile della progettazione europea. Per me, a parte i soldi, si trattava di poter gestire progetti di dimensioni molto maggiori in termini di complessità e budget. Ma anche quella esperienza si interruppe, per fortuna. A quel punto ho costituito una cooperativa (Demosphera), accreditata come ente di formazione presso la Regione Siciliana e certificata ISO 9001.

Ma i progetti che ho presentato (che a mio giudizio erano molto migliori di quelli che predisponevo per altri committenti) non sono apparsi meritevoli di finanziamento dalla Regione Siciliana. Ho collaborato quindi con le Università di Palermo e Messina, con un Istituto del CNR e con il Distretto della Nautica, entrambi di Messina. Una bella esperienza questa, ma la cooperativa Demosphera non ebbe il successo che auspicavo. A quel punto ho deciso di interrompere quel tipo di carriera e fare le valigie.

Fare le valigie, “emigrare”, era l’unica alternativa possibile?

Fatta eccezione per gli amici del Consolidas nessuno, a Siracusa, si è accorto di me. Per oltre venti anni i miei clienti sono stati a Palermo, Messina, Catania, Napoli, Roma. Guadagnavo bene e avevo ottimi risultati professionali. Ma a Siracusa non sono riuscito ad attecchire anzi, a dirla tutta, sono fallito. Mettici le truffe di chi non ti paga il lavoro, un direttore di banca che mi ha fatto un’estorsione, un ambiente professionale abitato da soggetti improvvisati e squallidi, ma potenti… E poi le tasse, accidenti, le tasse. E l’INPS che ha preso i miei contributi da lavoratore autonomo e mai mi darà una pensione. E poi la cattiva qualità dei servizi, le strade sporche e rotte… Insomma, le cose che conosciamo tutti e non siamo mai riusciti a cambiare.

In genere siamo abituati a vedere polacchi che vengono a lavorare da noi. Tu hai scelto proprio la Polonia, come mai?

La mia compagna è polacca, le mie due bambine sono bilingue, un altro figlio studia fuori. Ho venduto la maggior parte dei mobili, regalato molti libri, impacchettato il resto e sono partito.

Alla base c’è comunque un ragionamento pessimistico sulla possibilità che Siracusa diventi mai un posto nel quale valga la pena vivere.

A Siracusa non funziona proprio nulla?

Un posto come Siracusa non è in grado di attrarre o trattenere le risorse umane migliori semplicemente perché non ha abbastanza da offrire. E questo produce un’ulteriore spinta verso il sottosviluppo. Mancano le risorse, si aggrava il deficit infrastrutturale, la pubblica amministrazione diventa l’unica opportunità concreta di avere un reddito. E così via, in modo circolare.

Inoltre Siracusa non ha mai avuto una vocazione produttiva e imprenditoriale. La tradizione industriale di Siracusa, da questo punto di vista, è più simile alla colonizzazione da parte di un apparato para-statale che ha distribuito redditi senza generare sviluppo. E il siracusano ha concluso che produrre ricchezza sia alternativamente impossibile, inutile o spregevole. Nessuna azienda sana investirebbe un centesimo in un contesto di questo tipo. Di lavoro (io credo) non ce ne sarà neanche in futuro. Una città è come una macchina, o se vogliamo come un organismo vivente le cui parti sono combinate tra loro in vista di un obiettivo comune. A Siracusa mancano pezzi interi di ciò che serve a fare funzionare un organismo-città: dalle pensiline dell’autobus al depuratore, dall’edilizia scolastica all’ospedale… in più quello che c’è è gestito da una pubblica amministrazione autoreferenziale e parassitaria la cui principale funzione è distribuire stipendi.

In Polonia cosa hai trovato di meglio? E cosa, invece, ritieni non funzioni abbastanza?

La Polonia è stata distrutta dalla dittatura comunista, una società abbastanza ricca ed evoluta che è stata schiacciata nella morsa degli interessi geopolitici russi e tedeschi.

Per converso tutto quello che si poteva fare in questi anni è stato fatto: il sistema dell’istruzione è molto bene organizzato a tutti i livelli (con ottimi risultati per quanto riguarda l’istruzione universitaria). E le imprese di tutto il mondo trovano conveniente investire in Polonia perché beneficiano di un sistema di servizi efficienti, risorse umane qualificate e agevolazioni a molti livelli da parte di uno stato che è, di per sé, leggero. In Italia si parla tanto di imprese che “delocalizzano” in Polonia. Ma qui arrivano tutti i giorni ragazzi italiani che trovano lavoro alla Volkswagen, in banca, o in uno dei call center organizzati da multinazionali, e molti ci restano.

Tra i punti di debolezza della Polonia (dal mio punto di osservazione): la produzione di energia da carbone e una sanità ancora da migliorare. Molte delle risorse umane migliori (tra cui quelle in campo sanitario) hanno scelto la via dell’emigrazione.

Che tipo di lavoro svolgi?

Faccio quello che avevo già cominciato a fare a Siracusa, con la mia compagna. Gestisco una piccola agenzia di traduzioni e interpretariato. Mi occupo dell’amministrazione, del marketing, del reclutamento delle risorse umane, del project management. I nostri clienti sono aziende italiane che esportano (non solo in Polonia) e sono localizzati nel centro-nord Italia.

È stato facile? Ti sentiresti di consigliare di andare a lavorare in Polonia?

La lingua è il problema principale. Bisogna avere una buona conoscenza della lingua inglese. Poi mettersi a studiare il polacco (cosa che io sto facendo). Le opportunità per chi parla italiano sono molte. Se si hanno competenze nel campo della contabilità, finanza, marketing e informatica è un must. Gli stipendi sono bassi per i nostri parametri. Ma un ragazzo che trova lavoro qui fa intanto un’esperienza, prende casa e vive in maniera autonoma, perché il costo della vita è rapportato ai salari. Se si vuole guadagnare di più occorre puntare sull’imprenditorialità. Ma è assolutamente sconsigliato se non si hanno competenze ed esperienze in questo campo. I fallimenti di imprenditori italiani improvvisati sono all’ordine del giorno.

E la vita sociale, culturale, di svago?

La mia vita sociale è quella che ha avuto il miglioramento più clamoroso. Ho tanti amici quanti me ne bastano. Posso andare tranquillamente a vedere un film italiano in lingua originale (o optare per un film in inglese) e dopo il cinema scegliere tra una pizzeria italiana (tante quelle ottime) o un locale polacco. Mi può capitare di andare al parco vicino casa e sentire un coro che canta l’aria di un’opera lirica (o di andare al Teatro dell’Opera a vedere “Le nozze di Figaro” di Mozart).

Ho accesso ad eventi culturali che in Italia mai avrei potuto raggiungere. Anche se occorre dire che mi trovo in una città di grandi dimensioni e che in Polonia i consumi culturali sono da sempre un fenomeno di massa. Ho aderito a un progetto per la promozione del dialogo multiculturale che mi ha messo in contatto con persone che vengono dall’Asia, dall’Africa, dall’America, oltreché dall’Europa. I miei vicini sono cordiali e sorridenti. La xenofobia che purtroppo si sta diffondendo non mi coinvolge perché i polacchi hanno per l’Italia e gli italiani un amore (e un livello di conoscenza) che mai potrà essere ricambiato.

Le figlie si sono inserite? Che tipo di opportunità hanno?

Le mie bambine frequentano entrambe due scuole pubbliche di ottimo livello (dovrei dedicare un intero capitolo solo a questo). La più grande è stata ammessa ad una scuola di musica che ha 50 anni di tradizione, parte di un percorso formativo che conduce al Conservatorio ed alla professione di musicista. Studia pianoforte con ottimi risultati. Gratis, e a due isolati da casa. Da bilingue (italiano e polacco) studia inglese e un po’ di tedesco, dal secondo giorno della sua prima elementare ha iniziato a frequentare il laboratorio di informatica della scuola. Biblioteche, centri culturali, attività estemporanee … “a tinchitè”. Tutto assolutamente inimmaginabile a Siracusa.

Il fatto è, per essere sintetici, che qui c’è tutto in quantità maggiore e di migliore qualità (questo vuol dire che una sola strada di un solo quartiere contiene aree attrezzate per il gioco dei bambini – pubbliche e condominiali – quante ce ne sono in mezza Siracusa, che uno solo dei tanti parchi urbani è grande come Ortigia. Anche questo sarebbe lungo da raccontare. Basta dire che avremmo dovuto trasferirci prima anche solo per questo. E la vita è organizzata in modo tale da risultare “banalmente” prevedibile. Esci di casa per fare una cosa, la fai e torni a casa. Certo ho dovuto reimparare a guidare e mi sono dovuto condizionare mentalmente per riconoscere una fila davanti ad una cassa.

Si direbbe che consiglieresti ai giovani di … andare via?

Purtroppo sì, e senza perdere tempo. Mio nonno diceva che non si piglia il sole con la rete. O ci sono le condizioni per giocarsela o non ci sono, e a Siracusa non ci sono (parlo ovviamente di chi non ha una rete solida di sostegni familiari a spianargli la strada – ma ho visto “fallire” anche quelli). È vero che nell’era di internet ci si può giocare la carta dei servizi immateriali e puntare su attività innovative e ad alto valore aggiunto, ma anche quelle avrebbero bisogno di un contesto fatto di università e centri di ricerca, e di un tessuto imprenditoriale solido e avanzato, senza i quali non si può fare molta strada. Si possono costruire “nicchie di eccellenza” ma non dare prospettive di sviluppo ad un intero territorio.

Tu sei un attento osservatore della realtà sociale. Come vedi da lì, Siracusa?

Da fuori, com’è normale, credo di vedere in modo molto più chiaro quello che non va a Siracusa (e forse mi sbaglio). Ma senza entrare nel merito mi preme dire che i siracusani non hanno davvero idea della velocità con la quale si muove il mondo e del ritardo che stanno accumulando.

Non si tratta di essere ipercritici o disfattisti. Ma un siracusano quando vuole dire una cosa carina sulla Polonia ti dirà che “si stanno avvicinando al nostro livello” (mentre pensa a un luogo triste, grigio e povero). Quando invece i polacchi che vengono in vacanza a Siracusa restano scioccati per le cose che vedono (bella ma sporca, caotica e senza servizi). Il siracusano ha la testa rivolta al passato, si gloria di cose che furono costruite molto tempo prima dell’invenzione del treno a vapore.

Io credo che a Siracusa servano due livelli di progettualità: quello delle piccole cose, che sono piccole, ma se non ci sono significa che stai fuori dal mondo civile. E quello della prospettiva strategica verso la quale muoversi. Senza una prospettiva di sviluppo coerente le energie si disperdono e si gira semplicemente a vuoto.

Invece capita di vedere politici che inaugurano un parco giochi per bambini con la stessa enfasi di un lancio spaziale su Marte. Qui non si inaugurano le giostrine e non si fanno comunicati stampa quando si taglia l’erba sul ciglio delle strade, altrimenti i giornali avrebbero lo spessore dell’elenco del telefono. Lo dico con grande dispiacere.

 

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