Sembra una maledizione la posa di questi grossi blocchi di cemento nello specchio acqueo di Ortigia: il loro peso li trascina giù nei fondali melmosi e l’effetto a ventosa ne impedisce il recupero. Cantiere chiuso e avvio della procedura di licenziamento
La Civetta di Minerva, 23 dicembre 2016
Qual è l’aspetto più grave nella vicenda del porto di Siracusa? Che i lavori di riqualificazione delle banchine del Molo Sant’Antonio subiranno una battuta d’arresto per un periodo di tempo difficilmente quantificabile (qualcuno azzarda funeste previsioni parlando addirittura di anni, e dovevano essere consegnate in ottobre!) o che, a partire dall’inizio del nuovo anno, prima dieci e poi probabilmente altri lavoratori, forse addirittura tutti i 40, saranno licenziati? Ovviamente i due fatti sono intimamente connessi e preoccupano in egual modo ma noi diamo la precedenza ai lavoratori. I tre sindacati di categoria Feneal Uil, Filca Cisl, Fillea Cgil sono stati compatti, la settimana scorsa, nel rifiutarsi di sottoscrivere le procedure di licenziamento avviate dalla Società Porto di Siracusa chiedendo invece l’attivazione della cassa integrazione fino alla ripresa dei lavori, come ci informa Salvo Carnevale, molto preoccupato per il futuro dei dipendenti anche per la situazione non felice in cui versa la Sics per una serie di motivi.
Un percorso complesso, forse impossibile, dal momento che, trattandosi di una società di scopo, espressamente finalizzata alla realizzazione di quelle specifiche opere portuali, le norme di settore consentono il licenziamento nel momento in cui il cantiere dovesse chiudere. E il cantiere è chiuso da metà novembre. Solo il 60% dei cassoni è stato calato in mare ma, a quanto pare, con esito disastroso. Si dice che il problema sia nella loro instabilità: i fondali fangosi del porto cedono al loro peso e, a quanto si racconta, l’effetto a ventosa che si è determinato renderà estremamente difficile il loro recupero, possibile solo con il supporto di macchinari costosissimi.
Inutili quindi le grandi quantità di materiali di cava e di riuso versate nel mare per cercare di creare una base solida (“tappeti sovrapposti compressi”), lavori di cui in passato abbiamo dato notizia, che ritenevamo una vera e propria fatica di Sisifo, un’idea progettuale balzana almeno ai nostri occhi da incompetenti. Eppure!…
Si è scritto, è vero, che la società consortile a seguito di alcuni studi geotecnici avrebbe trovato la soluzione ma noi ci permettiamo un sano scetticismo.
C’è infatti chi da sempre, inascoltato, continua a pubblicare commenti che a noi appaiono ragionevoli e che chiamerebbero in campo non le responsabilità dell’impresa, chiamata ad eseguire lavori non da essa progettati, ma di chi quella tipologia di riqualificazione ha voluto, a livello tecnico come politico, ai tempi della giunta Bufardeci. Ricordiamo a margine che il recente allagamento del neo-rifatto Foro Italico, trasformatosi in mare esso stesso, pare sia dovuto all’effetto tappo dei canaloni di scolo delle acque provenienti da Ortigia determinato proprio dalla sopraelevazione della banchina, quindi la domanda se fosse quella scelta la soluzione progettuale più idonea a dare nuovo splendore al Porto Grande di Siracusa, se non sia il caso di riflettere sulla realizzabilità di queste opere ci sembra, più che legittima, doverosa.
Scrive un commentatore, Paolo Gallo, che sembra ben informato delle varie circostanze, il 10 dicembre scorso: “Vorrei ricordare che, a valle dello sciagurato piano regolatore del porto che sta distruggendo il bacino del Porto Grande, il contratto dei lavori per la messa in sicurezza delle banchine fu stipulato in data 16/3/2006 e che per la realizzazione di tutte le opere erano previsti 900 giorni. A ciò si aggiunge che il porto turistico (quello privato, ndr) non potrà essere realizzato finché il molo non sarà completo. Consiglio, quindi, di fare “dei semplici conteggi” sia in termini temporali, che di perdite occupazionali e di pil, non tralasciando di ricordare che tutto ciò origina dalla decisione di Titti Bufardeci e Paolo Reale di scaricare sul porto 30 milioni di euro di cemento tentando, poi, di “scaricare” il problema sui successori. Inoltre, in uno con il completamento del pennello della banchina per consentire l’attracco delle navi da crociera, bisogna chiedersi se è stata effettuata l’escavazione dei fondali, come da progetto, a -11 metri. Le navi da crociera per poter ormeggiare devono poterci arrivare all’attracco!”
“Il progetto per la riqualificazione funzionale delle banchine del Porto Grande – scriveva Gallo un anno fa – è stato più volte modificato in funzione dei maggiori finanziamenti che poteva ottenere. Inizialmente 8, poi 16, fino ad oltre 28 milioni di euro. Ciò ha comportato che l’iter si sovrapponesse illecitamente al procedimento già in corso di richiesta di concessione demaniale per la realizzazione del porto turistico. L’amministrazione ha preteso che i progetti concorrenti fossero adeguati alle future opere di riqualificazione e con tale illecita sovrapposizione non solo si è dato corso ad una colossale cementificazione del Porto Grande, ma si è bloccata la realizzazione dell’approdo turistico con il rischio che, ove l’ampliamento del Molo S. Antonio non dovesse intervenire, non verrebbe in esistenza”.
Considerazioni che naturalmente dovrebbero essere aggiornate con l’attuale situazione del porto privato travolto dal fallimento della società madre di Caltagirone e attualmente alla ricerca di un acquirente, ma che sono utili per comprendere qualcosa in più sull’opera pubblica. Paolo Gallo definisce “devastanti” gli effetti dei lavori in corso sul territorio e critica con durezza che si sia preferito dare corso ai lavori sulle banchine del Foro Italico “più favorevoli agli appaltatori delle opera, piuttosto che al Molo S. Antonio, come previsto dall’art. 3, c. 9, del D.P.R.S. 19/07/2007”. “Emerge – conclude – il rischio tangibile per il futuro dell’opera pubblica per la realizzazione dell’approdo turistico”. Una facile profezia si direbbe.

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