Utilizzati da colossi come Foodora, oltralpe guadagnano più di 7,50 euro l’ora, in Italia 2,70 a consegna: le nostre leggi inadeguate. La gig-economy e le scarne tutele dei lavoratori; la flessibilità, troppo tesa, si spezza
La Civetta di Minerva, 28 ottobre 2016
Inforcano una bicicletta e girano per la città, distribuendo pranzi e cene: i fattorini sono il braccio operativo (o la gamba aitante) dei nuovi colossi della sharing economy, quali Foodora e Deliveroo.
Il concetto è innovativo: start-up che si avvalgono dei mezzi della moderna tecnologia – app per smartphone, GPS, feedback – per realizzare una mediazione, su piattaforme digitali; dagli hotel ai taxi, passando per il cibo, non v’è settore che non sia coinvolto. Dunque, da una parte un ristoratore che inserisce i suoi menù online; dall’altra un colletto bianco che, munito di app e connessione, ordina il pranzo direttamente dalla scrivania; l’elemento innovativo è costituito dai riders, i quali, in ossequio ad esigenze ecologiche (e per addentrarsi nelle ZTL), scorrazzano in bici.
Ciò che seduce i lavoratori è la piena autonomia di queste forme di impiego: invece di trascorrere una sera davanti alla TV o un’ora buca fra un corso universitario e un altro, si può scegliere di guadagnare qualche soldo e, grazie alla pedalata, perdere qualche chilo.
I problemi cominciano a porsi quando la sharing economy in questione perde qualche lettera e diventa gig-economy, “economia dei lavoretti”, caratterizzata da pochissime garanzie (niente ferie, niente CCNL, niente sindacato) e basse retribuzioni.
Ora, che sia sempre più difficile sbarcare il lunario con un solo stipendio è, ormai, assodato, ma essere pagati meno di tre euro (netti) a consegna è stato troppo pure per i riders di Foodora, i quali hanno attaccato gli scarpini al manubrio e hanno levato la voce, in occasione del primo sciopero dell’era dell’economia on-demand.
I vertici di Foodora, per cercare di arginare il dissenso, hanno proposto un aumento della retribuzione (da tre a quattro euro lordi per consegna), hanno offerto una convenzione per ridurre i costi di manutenzione delle bici, hanno rammentato che i versamenti dei contributi Inps e Inail sono effettuati regolarmente dall’azienda. Tuttavia, l’obiettivo dei manifestanti è il ritorno al sistema precedente di pagamento su base oraria.
Identiche proteste in Gran Bretagna, da parte dei riders di Deliveroo: anche lì, complice la Brexit, l’azienda vorrebbe passare da un sistema di retribuzione fissa, di 7 sterline l’ora, ad uno a cottimo da meno di 4 pounds a consegna.
Situazione ben diversa per i nostri cugini d’Oltralpe: Foodora – sì, proprio la stessa azienda che, in Italia, paga i suoi fattorini 2,70 euro a consegna – retribuisce i suoi livreurs 7,50 euro all’ora, ai quali si aggiungono altri due euro per ogni consegna effettuata. Quest’ultima quota è, peraltro, variabile: può diventare di tre o quattro euro per i “fattorini-maglia gialla”, che riescono a battere i loro colleghi nei tempi di consegna. Alcune aziende aggiungono, poi, i bonus: 1,50€ in più se, durante il tragitto, piove per almeno trenta minuti (evento non improbabile in Francia); 50€ in più se si porta un amico e questi effettua almeno 50 consegne; 50€ se si lavora più di dodici giorni in due settimane; 15€ per ogni ora davanti a un ristorante, in attesa di ricevere una comanda; 2€ in più l’ora, durante il weekend.
Fare due conti non è difficile: bonus a parte e considerando la media di consegne che effettuano, i livreurs di Foodora guadagnano oltre 900 euro per appena 80 ore di lavoro al mese. Mance escluse.
Certo, poiché i fattorini francesi hanno l’obbligo di dichiararsi «micro-imprenditori», devono sopportare dei costi (per le assicurazioni) e dei rischi (anche loro, se non lavorano, non guadagnano). Eppure, la legislazione francese ha trovato il modo di aiutarli: i disoccupati che si reinventano imprenditori beneficiano di un’aliquota contributiva ridotta del 5% e, in parole povere, pagano meno imposte.
La nostra, di legislazione, non lascia spazio a tutele. Alla luce del nostro diritto del lavoro, l’attività dei riders non può qualificarsi come di lavoro subordinato: manca, infatti, l’assoggettamento alle direttive gerarchiche del datore di lavoro e il “rischio di impresa” grava sul lavoratore. Inoltre, il Jobs Act ha abrogato la norma, introdotta dalla Legge Fornero, che prevedeva che il compenso dei co.co.co. non dovesse essere inferiore ai minimi stabiliti dalla contrattazione collettiva per i lavoratori subordinati, con mansioni equivalenti: oggi, i collaboratori non possono più richiedere un aumento retributivo, equiparandosi ai colleghi assunti.
Quasi comicamente, alcuni dei sobillatori di Foodora sono stati esclusi dal gruppo Whatsapp e sospesi dall’app che consentiva loro di candidarsi per un turno di lavoro; l’azienda nega che si sia trattato di un illegittimo “licenziamento” disciplinare e i lavoratori, dal canto loro, non desistono: quando l’asticella dei diritti si abbassa sotto una certa soglia, nessuna minaccia fa più effetto.

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