Fabio Moschella: “Siracusa è la capitale italiana del limone”

Grazie al biologico, al Femminello e all’Indicazione Geografica Protetta. “L’agricoltura siciliana sta cambiando. Sempre più giovani fanno impresa innovando i processi”

 

La Civetta di Minerva, 14 ottobre 2016

Sono trascorsi molti anni da quando Fabio Moschella era una delle personalità più interessanti della sinistra giovanile siracusana. Coniugava la sua passione politica con acute capacità di analisi dell’economia e della storia, sì che tanti ne ricordano ancora gli interventi pacati ma efficaci nelle manifestazioni politiche del tempo. Poi l’incontro con Maria Grazia, figlia dell’imprenditore agricolo Sebastiano Campisi, che fu anche per anni consigliere comunale della DC, e il successivo matrimonio. Fu una storia d’amore, ma dovette certamente fare i conti con il pensiero critico di alcuni militanti che non vedevano di buon occhio il suo ingresso nel padronato agrario.

Erano tempi difficili. Totò Corallo, in un suo intervento nel salone del Santuario, di quei tempi scrisse: “Comunisti e democristiani non ci parlavamo, non ci salutavamo nemmeno”. Figurarsi se poi il giovane Fabio, oltre ad avere il suocero diccì, diventava genero di uno degli agrari più influenti della provincia di Siracusa.

Fabio Moschella, con garbo e coerenza, è riuscito a superare quelle diffidenze, restando sempre un punto di riferimento della sinistra, a tal punto che negli anni ha concorso alla sindacatura, è stato assessore comunale alle attività produttive e ha trasformato l’azienda agricola del suocero in una delle più importanti aziende di produzione limonicola, ciò che gli è valso ruoli nazionali nelle confederazioni agricole e l’incarico, riconfermato all’unanimità, di presidente del Consorzio di Tutela del Limone Igp di Siracusa. In questa veste lo incontriamo.

“Siracusa può definirsi senza enfasi la capitale italiana del limone – afferma – Combinando i dati della produzione in termini di quantità e qualità, i dati delle superfici e i dati del prodotto venduto in Italia e all’estero l’affermazione è tutt’altro che campata in aria.

“La Sicilia rappresenta il novanta per cento della produzione italiana di limone. Il restante dieci per cento è coltivato in Campania (Sorrento, Amalfi), Calabria (Rocca Imperiale), Puglia (Gargano). In Sicilia le aree produttive più importanti hanno visto ridurre progressivamente superfici e produzione, mi riferisco a Palermo, Catania, Messina. Solo Siracusa, in controtendenza, ha incrementato la produzione ed oggi anche la superficie, che è ormai vicina ai seimila ettari.

“Palermo e la sua Conca d’Oro sono state penalizzate da un impressionante fenomeno di espansione edilizia, Catania dall’essersi legata ad una varietà, il Monachello, che ha mostrato tutti i suoi limiti qualitativi, Messina nel versante jonico con il limone Interdonato ha avuto problemi di invecchiamento degli impianti a cui non hanno fatto seguito innovazione e investimenti. Migliore l’andamento della limonicoltura messinese della costa tramontana. La forza di Siracusa è legata alla varietà, il Femminello, allo sviluppo della produzione di qualità legata al biologico e all’indicazione geografica protetta. Tre fattori che, messi insieme, hanno riportato il Limone di Siracusa in quasi tutta Europa e con un forte predominio nel mercato italiano”.

Eppure ancora continuiamo a importare limoni da vari Paesi. Come si spiega?

“La produzione italiana è concentrata nel periodo ottobre/maggio. Da giugno a settembre vi è pochissima disponibilità di limoni italiani. Siamo quindi costretti ad importare. La domanda di limone in estate è particolarmente elevata. I nostri limoni verdelli estivi non sono assolutamente in grado di coprire le richieste. In estate quindi importiamo da Argentina, Sudafrica, Uruguay, qualcosa dalla Spagna in giugno e dalla Turchia in settembre/ottobre. E’ chiaro che i prodotti di importazione, soprattutto dagli altri emisferi, sono generalmente cari per via degli alti costi dei vari passaggi commerciali, di trasporto, conservazione, distribuzione. E’ vero anche che il limone è stato a lungo un prodotto a domanda anelastica, ovvero costante, ma negli ultimi anni la domanda è cresciuta sensibilmente per gli usi diffusi e soprattutto per le sue caratteristiche salutistiche. Nell’ultimo anno sui prezzi hanno inciso anche le calamità naturali che hanno colpito quasi tutti i paesi produttori, per cui si è creato uno squilibrio tra domanda e offerta. L’ultimo anno in cui vi furono prezzi così elevati fu l’anno del colera a Napoli, il 1963. Ma quest’anno il fenomeno non è stato solo italiano ma globale”.

Come mai non si pensa a forme di protezionismo per salvaguardare i nostri prodotti?

“Sulla liberalizzazione dei mercati non credo possano farsi passi indietro. Noi saremmo, peraltro, i primi ad essere penalizzati dalla chiusura delle frontiere. Siamo un paese leader nell’agroalimentare e avremmo tutto da perdere da politiche protezionistiche. Bisogna invece affermare in Europa e nel commercio mondiale politiche che privilegiano la qualità, la biodiversità, i territori, la cultura enogastronomica, la tipicità, i saperi. Vanno contrastate anche con piccoli gesti quotidiani le multinazionali del cibo che tendono ad imporre modelli di consumo indifferenziati in tutto il mondo”

Per anni si è lamentata l’incapacità della Sicilia di uscir fuori da una conduzione tradizionale delle aziende agricole, che impedisce la competitività e adeguati sbocchi commerciali. Com’è la situazione attuale?

“L’agricoltura siciliana sta cambiando. Sono molti i ragazzi e le ragazze che si affacciano a questo mondo liberandosi dei pregiudizi che per almeno tre generazioni hanno confinato il lavoro in agricoltura come un lavoro da cui fuggire. Crescono le cooperative agricole di giovani, le attività connesse legate all’agriturismo, alle energie rinnovabili, alle fattorie didattiche, ai mercati del contadino, all’e-commerce. Crescono le attività verticali e di filiera come la trasformazione dei prodotti agricoli (olio, vino, formaggi, conserve), cresce la ristorazione di territorio che sperimenta senza dimenticare le tradizioni ed il valore delle nostre materie prime. Ecco sono tutti segnali interessanti, di una bella inversione di tendenza confermata dai tanti iscritti alle facoltà di agraria”.

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