Dopo il servizio delle Iene che ha mostrato l’aggressione agli operatori tivvù, pescatori e clienti continuano a incontrarsi. In Ortigia, i ricci costano solo 15 euro a bicchierino: meno che a Catania (20 euro, in media) e Palermo (0,70 a pezzo)
La Civetta di Minerva, 14 ottobre 2016
Ortigia, mercato rionale: un intenso trionfo di sapori, odori e colori; così tipico che persino i turisti girano con la macchina fotografica in mano, pronti a immortalare quelle viuzze con bancarelle a perdita d’occhio, quello scorcio di un tempo che pare essersi fermato. Soffia una leggera brezza di mare e gli ambulanti decantano la loro merce. Si trova di tutto e di “pisci friscu”, poi, ce n’è quanto se ne vuole.
Ci avviciniamo a uno dei primi venditori: – Scusi, ha i ricci? –, ma la risposta negativa arriva repentina. Ci avviciniamo, dunque, alla seconda bancarella, per porre la stessa domanda: – È vietato prenderne – ci sentiamo rispondere – però, di solito, ci sono dei ragazzi che si mettono laggiù, all’angolo: arrivano verso le dieci, a volte un po’ più tardi.
A conferma della dritta ricevuta, intravediamo, in un incrocio defilato ed esposto al vento, due giovani accovacciati vicino ad una bacinella blu. Solo uno dei due indossa dei guanti: quello che brandisce le forbici, con le quali taglia gli aculei; il secondo si occupa di versare nei bicchierini di plastica le profumate uova arancioni. Dietro di loro, un uomo imponente, che porta ancora i segni della maschera da sub sotto gli zigomi.
I ricci, in Ortigia, costano solo 15 euro a bicchierino: meno che a Catania (20 euro, in media) e Palermo (0.70 euro a pezzo). L’uomo che li ha pescati, un sub di frodo, ha ancora la faccia stravolta dalla stanchezza: – Quattro ore in acqua – ci dice con disappunto – per prenderne così pochi! – Sul tavolo, tuttavia, campeggiano almeno un centinaio di ricci, con gli aculei che si agitano ancora, lentamente.
Qualche mese fa, a denunciare il fenomeno della pesca di frodo, sono arrivati gli inviati del noto programma televisivo “Le Iene”. Proprio in Ortigia, di fronte all’ex Palazzo delle Poste, sono stati aggrediti da un giovane e da sua madre, malmenati e insultati; persino un anziano signore si è unito alla rissa, lanciando una sedia di legno al di sopra delle auto parcheggiate, cercando di colpire la telecamera. Il servizio è andato in onda lo scorso martedì sera, ma lo si trova facilmente in rete, con il titolo “Il business dell’estinzione”.
Nessuno è intervenuto a dare sostegno a chi, in fondo, stava facendo rimarcare una illegalità: tutti davano manforte a un “povero caruso” che stava lavorando e che, magari, aveva passato delle ore a mollo e messo a repentaglio la propria incolumità, per raccogliere dai fondali marini tante monete da un euro… ops, tanti ricci da uova. Per rivenderli abusivamente (significa, en passant, senza pagare un briciolo di tasse).
Il fermo pesca, o fermo biologico, è un provvedimento emanato ogni anno con decreto del Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali, al fine di regolare la pesca e le sue modalità, durante il periodo – prevalentemente quello estivo – in cui avvengono i cicli riproduttivi degli organismi marini. Il provvedimento si applica a scaglioni, da nord a sud, con facoltà per le isole a statuto speciale (Sicilia e Sardegna) di stabilire il proprio periodo di fermo, che non deve, comunque, essere inferiore a trenta giorni. La lettera della legge, dunque, non blocca la commercializzazione del pescato; nessun timore di vedere le bancarelle sguarnite: il sistema scaglionato consentirà di ricevere, durante il periodo di fermo, la merce pescata in altri mari; inoltre, i pescherecci, anche durante il blocco, possono continuare a pescare, utilizzando però delle tecniche meno invasive.
Davvero così difficile consumare l’ottimo pesce dei nostri mari, nel rispetto dell’ambiente e della normativa?
“Salvaguardare la fauna marina” può sembrare una frase pomposa, parole altisonanti e di difficile fruizione. Mettiamola, dunque, così: immergetevi con la maschera in una delle aree marine protette (quelle teoricamente sottratte alla razzia) e, poi, in una qualunque delle altre coste siracusane, per scoprire che al grigiore e alla desolazione delle seconde fa eco il (lento) ripopolamento delle prime. E pensate che, magari, di questo spettacolo – indubbiamente più affascinante della barriera di bottiglie di plastica o degli atolli di spazzatura – vorranno goderne anche i vostri figli, nipoti e pronipoti.

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