E’ chiara l’intenzione del premier di governare il Parlamento, fissandone il calendario e dettandone l’agenda. Un pastrocchio in ossequio al diktat della grande finanza
La Civetta di Minerva, 14 ottobre 2016
La politica a part-time rafforzerà il ruolo dei burosauri? Se avessero voluto accelerare i tempi dell’iter legislativo ed evitare il ping pong (vecchio cruccio del cavallerizzo), avrebbero semplicemente potuto eliminare il Senato. Invece lo hanno solo sfoltito numericamente e depotenziato nelle funzioni essenziali, ma lo hanno oberato cervelloticamente di funzioni di controllo, di proposta, di concorrenza legislativa in alcune materie, di ostruzionismo… da esercitare all’occorrenza. E a comando. Col solo risultato di farne una camera di dopolavoristi costretti ad affidare le loro competenze (?) a collaboratori tecnici dei quali poi dovranno ratificare le bozze con votazioni farsa. O forse con ratifiche sottoscritte in tempi diversi, davanti ad un funzionario “notarile”, considerato che sarà praticamente impossibile incastrare cronologicamente, in un calendario di sedute plenarie, la disponibilità di sindaci-senatori (alcuni dei quali anche presidenti di Città Metropolitane, che hanno preso il posto delle Province) e di consiglieri-senatori, tutti a part-time.
Ed anche presso i comuni i sindaci-senatori dovranno affidare le loro funzioni non solo a vicesindaci (eletti) ma anche a city manager (incaricati), moltiplicando la casta di politicanti professionisti, non eletti. Sindaci e consiglieri regionali paracadutati al senato dovranno poi confrontarsi con materie troppo distanti dal loro lavoro quotidiano (come le tematiche europee) magari senza riuscire ad incidere su di esse e sentendosi costretti, in assenza del dono dell’ubiquità e delle necessarie competenze, a delegare il lavoro a collaboratori tecnici. Meno senatori e più burosauri?
Domanda: non è che si voglia, in tal modo, affidare a tecnici il concreto lavoro legislativo e di controllo e ridurre ad un incarico onorifico/fiduciario il mandato del politico, eletto dagli eletti e non dagli elettori? Non è che si voglia ulteriormente indebolire o rendere addirittura evanescente il rapporto tra politici e cittadini elettori? L’elezione indiretta dei nuovi senatori suscita tale sospetto.
Ed anche la scelta dei capilista bloccati (nell’Italicum) risponderebbe esattamente allo stesso disegno, comportando una prevalenza di deputati imposti dall’alto rispetto a quelli votati con le preferenze tra un ristretto ventaglio di altri candidati, prescelti sempre dall’alto. Misera libertà quella di poter scegliere tra Caio, Sempronio e Martino, tutti benedetti dallo stesso potere che ha già investito i capilista! Il rito elettorale viene svuotato di significato. L’investitura viene ad essere esercitata dall’alto. Prevalentemente. E, di conseguenza, la fiducia al governo sarebbe espressa, per disciplina di partito e per dovere di riconoscenza (per l’investitura mascherata dal rito elettorale), da una maggioranza conseguita con l’Italicum, sistema elettorale genialmente ideato per aggiogare il parlamento al governo di turno. La perplessità è legittima, ma vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole… Lo vogliono i poteri forti, i mercati, le elite che contano a livello sovrannazionale. Lo vuole J.P. Morgan in un documento del 2013.
Le democrazie sono troppo volubili, troppo lente nell’eseguire i diktat, troppo inclini a discutere tutto, troppo populiste, troppo democratiche. Ci vuole una governance decisionista ma affidabile, prona ai voleri del dio mercato e della chiesa del dio quattrino. E il capetto spocchiosetto di questo governo etrusco (che ci si era prospettato come l’ultima speranza e che si rivelò subito come l’ennesima delusione) vuole accreditarsi, forse, come colui che per primo riesce ad adeguare la costituzione di uno degli stati dell’Europa meridionale ai dettati di J.P.Morgan. Ne va di mezzo, forse, la sua iniziazione presso qualche superloggia internazionale con sede in America (la Three Eyes), se è vero ciò che rivela uno che conosce bene i segreti di quel misterioso mondo che tanto ha influito e più ancora pretende di influire sul destino dei popoli e sulla politica di tutte le nazioni. Ci si riferisce al libro di Joele Magaldi (Massoni – La scoperta delle ur-lodges, del quale si consiglia la lettura, con atteggiamento critico e diffidente, delle pagine 557 e seguenti, relative ad una presunta aspirazione massonica del premier fiorentino.
È probabile che Magaldi abbia esagerato nel rivelare/esaltare i poteri delle ur-lodges, fingendo di smascherarle e in realtà magnificandole, così come è probabile che molte cose scritte nel suo libro siano non vere o non del tutto esatte. Quale sia il rapporto fra Matteo e quel mondo non lo sappiamo di certo, né ci fidiamo di quanto scrive Magaldi. Ma è un fatto che la democrazia italiana viene gravemente compromessa dalla renzianissima riforma costituzionale, subdola e ingannevole.
Vengono di fatto resi pressoché inagibili gli strumenti della democrazia diretta. Per presentare una proposta di legge di iniziativa popolare bastano attualmente 50 mila firme di cittadini. Ne occorrerebbero, se passasse la renzianissima riforma, il triplo. È quasi una punizione per noi cittadini che abbiamo osato avvalerci di tale proposta di iniziativa popolare: per esempio per proporre una legge di ripubblicizzazione dell’acqua o del servi idrici. Ma come osiamo andare contro i diktat dei cardinali del dio mercato, che vogliono la privatizzazione a tutti i costi?
Il quorum per la validità del referendum abrogativo (altro strumento di democrazia diretta) è stato abbassato alla maggioranza dei votanti alle ultime elezioni. Prima era la metà più uno di tutti gli aventi diritto al voto. Ma si tratta solo di una concessione ingannevole o di facciata. Infatti la riduzione del quorum vale solo nel caso in cui la proposta di referendum sia stata “avanzata da ottocentomila elettori”. Una beffa! Chi ha raccolto firme per promuovere referendum sa quanto sia difficile superare il traguardo delle 500 mila sottoscrizioni dei moduli. La riforma costituzionale imposta dal governo etrusco abbassa il quorum per fingere di agevolare il buon esito della prova referendaria, ma solo per i referendum promossi da ottocentomila elettori. Non elimina lo sconcio della capitalizzazione dell’astensionismo da parte dei fautori delle legge sottoposta a referendum abrogativo, che invitano i cittadini a disertare le urne piuttosto che a votare no. Riuscendo quasi sempre a snaturare la competizione referendaria,
Eliminare del tutto il quorum sarebbe un autentico rafforzamento della democrazia in quanto impedirebbe il ricorso all’ignobile trucco di capitalizzare l’astensionismo. Nessuna altra consultazione elettorale prevede una soglia minima di votanti come condizione di validità. Il quorum previsto per il referendum abrogativo rimane come uno sfregio alla democrazia. In questo senso la costituzione sarebbe da perfezionare: ma in senso democratico. Non in senso opposto, come è intenzione del governo etrusco.
Un governo poi non dovrebbe mai assumere l’iniziativa di varare una riforma costituzionale. Dovrebbe lasciarla fare dal legislativo. Autonomamente! E, nel rispetto della distinzione dei funzioni, dovrebbe ricorrere allo strumento del decreto-legge solo in casi di necessità ed urgenza. Invece oggi (e da tempo) la stragrande maggioranza dei provvedimenti legislativi è di iniziativa governativa. Ora il governo etrusco sembra optare per la procedura sollecita (art.72), stabilendo in costituzione che «un disegno di legge indicato come essenziale […] sia sottoposto alla pronuncia in via definitiva entro il termine di settanta giorni» ma non rinuncia allo strumento del decreto legge (convertibile in 60 giorni).
La novità è solo fumo negli occhi. Rimane ferma l’intenzione di governare il Parlamento, di fissarne il calendario e di dettarne l’agenda. Emerge quindi dalla riforma la consacrazione del principio della superiorità del Governo rispetto al Parlamento, asservito. E ciò contrasta gravemente col principio democratico della netta separazione delle funzioni (legislativa, esecutiva e giudiziaria). In pratica con le leggi essenziali (che il Parlamento dovrà approvare nell’arco di 70 giorni) il governo si mette al riparo delle critiche che si potevano muovere ad esso per abuso della decretazione. Se non son decreti, saranno leggi essenziali. Furbesca e renzianissima soluzione, che lascia immutata l’usurpazione di supremazia che il governo ha assunto nel tempo. E che la consacra! Vuolsi così colà dove si puote… In nome della governabilità si sacrifica la democrazia.
Infine il rapporto con le Regioni viene sbilanciato a favore del potere centrale attraverso la clausola di supremazia. Renzi sta abusando di impugnative nei confronti delle leggi prodotte dalle Regioni. Ha osato persino impugnare la nostra legge regionale n. 19/2015 sull’acqua pubblica, incardinata sul nostro Statuto dell’Autonomia (che ha rango di Costituzione e che assegna alla Regione la facoltà legislativa esclusiva in materia di acque). Ora la sua scellerata riforma costituzionale pretenderebbe di concedere alla legge dello Stato la facoltà sistematica di intervenire su tutte le materie oggetto di leggi regionali quando lo richieda l’interesse nazionale (Art. 117). A giudizio di chi? Del capo del governo, ovviamente. Anzi, «Su proposta del governo». Alla faccia della democrazia. Ne risulta stravolto il principio di sussidiarietà, secondo il quale «se una istituzione locale/territoriale è capace di svolgere bene un compito, l’ente superiore non deve intervenire, ma può eventualmente sostenerne l’azione, all’occorrenza».
In base a tale principio, recepito dal Trattato di Maastricht, (1992), ma troppo spesso disatteso anche da parte della stessa UE, occorre separare nettamente le competenze legislative statali da quelle regionali e riservare alle Regioni la facoltà esclusiva di legiferare su tutte le materie che esse possano regolare autonomamente. Eventuali interventi del livello politico sovrastante sono giustificabili ad adiuvandum, in base al principio di sussidiarietà, nel caso in cui l’intervento si riveli indispensabile e necessario. Esempio: si fissi come criterio generale (con legge statale) il principio secondo il quale ogni Regione debba risolvere il problema dei rifiuti nel proprio territorio, magari fornendo un suggerimento sulla opportunità di alcuni trattamenti piuttosto che di altri (raccolta differenziata piuttosto che indifferenziata; riciclaggio e recupero piuttosto che sversamento in discariche o incenerimento). O si stabilisca che la frazione umida possa essere consegnata, gratuitamente, alle aziende del territorio che ne facciano richiesta e che si impegnino a stenderla sul terreno e a rivoltarla con trattori. E si intervenga, sussidiariamente, con leggi standard solo in caso di inadempienza regolativa dei parlamenti regionali (da applicare solo in casi di vacatio normativa regionale) e con commissari in caso di incapacità degli organi di governo territoriali. Responsabilizzando le Regioni. Senza esautorarle ad libitum del governo di turno. E impedendo lo sconcio della trasmigrazione dei rifiuti da una regione all’altra o addirittura sino a destinazioni estere. E non si invada mai arbitrariamente la facoltà legislativa esclusiva delle regioni su temi ad esse riservati. Semmai si supplisca temporaneamente, fornendo una legge standard in caso di inadempimento legislativo regionale. Separazione netta dei poteri e separazione netta degli ambiti legislativi tra istituzioni diverse! Invece nella riforma Boschi-Renzi si trova un guazzabuglio incredibile e si lascia al governo la facoltà di intervenire tutte le volte che esso ravvisi un interesse nazionale. Siano elencate tutte le ammissibili tipologie di interesse nazionale. Noi ne ravvisiamo solo una: il tombamento in cavità sotterranee supersicure di residui radioattivi confinati e vetrificati. Per le grandi opere il governo, nel rispetto della Convenzione di Aarhus, non potrà pretendere di legiferare e decidere ignorando la volontà dei cittadini dei territori. Ma altrove si vogliono le grandi opere. E si vuole annullare ogni facoltà di opposizione da parte dei cittadini. E Renzi si genuflette ai voleri di chi puote.
Rileviamo che purtroppo la riforma Boschi non fa chiarezza sulla necessaria separazione di poteri né sulla distinzione degli ambiti legislativi esclusivi da riservare a Regioni ed allo Stato. Accresce anzi la confusione esistente. E predica quella inaccettabile clausola di supremazia. Troviamo poi risibile quanto poi si afferma, nella massima confusione di ruoli, in tema di conservazione e valorizzazione di beni culturali. Maria Elena l’etrusca dovrà essersi distratta. E tutti i sostenitori del sì con essa. O si saranno bevuti il cervello.
Di fronte a tanto scempio non si capisce come mai alcuni notabili del PD tergiversino e si dichiarino disposti a votare Sì qualora il governo modifichi la legge elettorale, mitigando gli effetti perversi del combinato disposto di essa con la riforma etrusca. La quale è un vero e proprio attentato alla costituzione democratica, poiché mira a rafforzare il potere centrale, contro ogni logica costituzionale e contro il principio di sussidiarietà. Storicamente le costituzioni sono servite solo a mitigare il potere; non a rafforzarlo. Almeno sino ad oggi. Per evitare all’Italia l’onta di una riforma traditrice della democrazia, bisogna votare NO. Decisamente. Senza esitazione.
L’iniziativa di Valerio Onida. Prospettive. Dallo scontro istituzionale e dal pasticcio in cui Renzi s’è cacciato e ha cacciato l’Italia si può uscire solo con la vittoria del No. Ma per svelenire l’atmosfera e per consentire una soluzione intermedia forse potrà giovare l’iniziativa di Valerio Onida. Se il suo ricorso (al Tar del Lazio e al tribunale civile di Milano) avverso l’unicità del quesito venisse accolto, il referendum forse slitterebbe ancora in attesa di una riformulazione e di uno spacchettamento dei quesiti. E Renzi, in tal caso, dovrebbe erigere una statua d’oro all’insigne giurista. E tutti i cittadini potremmo votare Sì alla eliminazione del CNEL e NO ad altre proposte, assolutamente non ricevibili. E forse il governo etrusco potrebbe anche approfittare del tempo supplementare per fare marcia indietro su vari aspetti critici della pessima riforma. Ma Renzi è lanciato come il Titanic verso un folle volo dagli esiti drammatici. La sua hybris e la sua cecità sono allergiche ai richiami della ragione. Che egli vada dunque incontro al suo destino. Ma non pretenda di salvarsi dal naufragio a cui sta correndo incontro. E noi cittadini elettori non abbiamo scelta: o con lui, verso l’abisso, o votiamo No, per salvare la democrazia. Anche a rischio di affrontare senza nocchiero un periodo di turbolenza. Un nocchiero come Renzi meglio perderlo. Meglio metterlo in condizioni di non nuocere alla democrazia.

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