Il governatore Crocetta, a fronte di una riforma sul sistema portuale e sulla politica dei trasporti che si può definire epocale, ha avanzato una richiesta di moratoria triennale per la sua applicazione nel territorio siciliano. Mai autonomia fu spesa così male
La Civetta di Minerva, 15 settembre 2016
Questa provincia, nella sua travagliata esistenza, ne ha viste di tutti i colori: accanto a figure luminose del mondo della politica si sono affermati personaggi ridicoli e sinceramente modesti, per usare un eufemismo, dal punto di vista umano. Molti di essi, degni di un palcoscenico di avanspettacolo di infimo ordine, sono stati i rappresentanti di una comunità smarrita e succube dell’incultura (intesa nel senso corretto: incapacità di dare alle proprie scelte di vita la coerenza con i propri valori). E così tra macchiette e risate siamo andati avanti meritandoci l’appellativo di provincia “babba”, marginale nei processi politici essenziali, avvitata nel proprio residuale “particulare”.
In un certo senso abbiamo fatto scuola, perché nel paese, qua e là, sono emerse figure simili e macchiette da rotocalco. La Sicilia non è stata immune, ma non lo è neppure il Paese stando a quanto si legge nelle cronache nazionali. Da noi le parole d’ordine sacrosante contro la mafia e altrove per concetti indiscutibili come l’onestà innanzitutto, hanno portato alla ribalta figure mediocri a cui in una riunione di condominio non avremmo affidato la gestione del nostro palazzo, mentre con semplicità li abbiamo eletti a governare regioni, città importanti e, forse, l’intero paese.
Questa premessa è necessaria per valutare l’ultima decisione del nostro Governatore, che a fronte di una riforma sul sistema portuale e sulla politica dei trasporti, che non ho disagio a definire epocale, ha avanzato una richiesta di moratoria triennale per la sua applicazione nel territorio siciliano. Mai autonomia fu spesa così male.
Forse con un occhio alle prossime scadenze elettorali e a una malriposta speranza di essere ricandidato, il Nostro ha deciso di esercitare le prerogative che la legge gli consente, chiedendo una moratoria di tre anni per l’istituzione nell’intero territorio dell’isola delle autorità portuali di sistema. Il motivo, a mio avviso, è quello di non disturbare i “lavori in corso” in modo che i “lavoratori” possano concludere le proprie attività senza disturbo alcuno e… poi si vedrà. Un vecchio detto recita: se non puoi vincere pareggia! Così leggiamo sul quotidiano catanese che “certo Augusta per i suoi fondali etc etc” è la sede della port autority ma Catania ha “ingigantito“ i suoi traffici e questi tre anni saranno utili a Catania per completare le sue opere e consolidarsi e ad Augusta per dotarsi di quelle infrastrutture necessarie ad intercettare l’aumento del traffico marittimo containerizzato che il raddoppio del canale di Suez garantirà”.
Siamo alle comiche. Come se l’Autorità di sistema non potesse garantire tutto ciò, però ciò avverrebbe con una nuova governance e gran parte degli attori odierni sarebbero marginalizzati. Chissà, lo stratega avrà pensato illudendosi che i beneficiari saranno generosi al momento del bisogno. Avanspettacolo, appunto.
Del Rio ha di fronte due possibilità: 1) respingere la richiesta, scelta oggettivamente difficile in un contesto in cui i vari “padroni dei porti” sono tutti in rivolta per mantenere ciò che la nuova legge toglierà loro e dove un diniego a regioni come la Sicilia, la Liguria e così via potrebbe mettere i bastoni fra le ruote per sabotare la svolta, cosa che un politico serio ed accorto come il Ministro dei trasporti non potrebbe accettare vanificando il lavoro degli ultimi tre anni; lavoro che ha visto tensioni, passaggi parlamentari e scaramucce varie non facili da superare; oppure, 2) lasciare alla propria ignavia i territori che hanno rappresentanti così “sensibili” agli interessi di bottega, accettando, suo malgrado, di avviare la riforma in gran parte del territorio segnando così un punto di non ritorno per il prossimo futuro, anche se ciò, oggettivamente, costituirebbe un rallentamento agli obiettivi della riforma da un punto di vista generale. Io sceglierei la prima ipotesi, anche se “molti nemici molto onore” non è retorica adatta ai nostri tempi.
Qualora scegliesse la seconda ipotesi, ragioniamo su cosa andrebbe fatto. Intanto bisognerebbe nominare ugualmente i nuovi Presidenti delle port autority secondo le procedure richieste dalla nuova legge, chiudendo l’era dei Commissari, giustificati (forse) dal riordino incombente anche se in contrasto con le norme precedenti e poi operare ad Augusta, in particolare , facendo di necessità virtù: ovvero utilizzando la cospicua cassa della port autority per interventi sul territorio in modo da arrivare fra tre anni ad una integrazione tra pari (visto che Catania ha passivi non trascurabili) e completando le infrastrutture del porto abbandonando visioni romantiche e autolesioniste come quella espressa dal Comune quando ha deliberato un’opposizione in contrasto con l’ampliamento dei piazzali perché “bisogna impedire la cementificazione delle saline” (sic! ovvero colmare un residuale acquitrino retrostante i piazzali esistenti) e perché “non servono” in quanto non c’è alcun traffico di containers nel porto (affermazione che registra l’esistente ed è in contrasto con tutti gli studi di settore più volte segnalati su questo giornale). Della serie: chi è nato prima l’uovo o la gallina?
Sgombrato il campo dal falso problema, dove sarà la sede della port autority, adesso bisognerà occuparsi di come costruire il sistema portuale della Sicilia orientale (nonostante Crocetta) concentrandosi sui contenuti: l’affidabilità tecnica e professionale della nuova governance e sull’impiego delle risorse disponibili (in cassa e nelle provvidenze garantite dalle recenti scelte ministeriali) per attrezzare e ottimizzare l’impiego di spazi, concessioni e collegamenti con la rete ferroviaria prevista dai nuovi investimenti, per adeguare questo porto alle funzioni che sarà chiamato ad espletare ( port core della Sicilia orientale).

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