Spesso, operatori e utenti (dirigenti, docenti, personale ata, famiglie e studenti) replicano solo parole d’ordine e slogan impedendo una serena e strutturata critica alla norma. Il dibattito politico e sindacale appare sempre più quello di un mondo che non c’è
La Civetta di Minerva, 24 giugno 2016
E’ da tempo che resto colpito dal dibattito presente sulla stampa, nelle televisioni, sui social. Ho come la sensazione che il nostro paese abbia preso una deriva pericolosa verso l’incultura, la superficialità e la barbarie. Ne ho contezza dal livello dello scontro politico, dai toni che lo caratterizzano, dai contenuti che lo segnano. Anche i risultati elettorali ultimi lo indicano quando, ad esempio a Torino, nonostante la buona amministrazione uscente, si determina una saldatura solo “anti” che si apre verso l’ignoto facendo prevalere un indistinto voto di protesta, a prescindere dai contenuti della consultazione: è successo spesso nel nostro paese che elezioni comunali, regionali o di altra natura siano state condizionate da valutazioni politiche generali che, a ragione o a torto, prescindono dai contenuti specifici delle consultazioni. Così non si va da nessuna parte: sembra che, indipendentemente da come si governino le realtà locali, farà testo altro, e quindi risulti inutile sforzarsi a dare il meglio di sé nel gestire ciò che ti è stato affidato perché quasi mai i cittadini faranno lo sforzo di entrare nel merito.
I talk show, ormai, hanno raggiunto livelli di indecenza abissale, caratterizzati come sono dalle diatribe e dagli scontri verbali dai quali chiunque voglia farsi un’idea del contendere resterà profondamente deluso poiché nessuno ha interesse a far comprendere alcunché, meno di tutti i cosiddetti conduttori, alcuni dei quali sono perfetti agitatori di professione poiché hanno assunto come postulato che la aggressività, lo scontro, l’ingiuria e la scurrilità faranno aumentare l’audience; ormai questi ring mediatici sono porto sicuro solo per tifosi scalmanati che, al pari dei tifosi del calcio, soggetti al DASPO, replicano sui social le parole d’ordine dei propri paladini supportandoli con sostantivi truculenti del tipo: “asfaltato”, “distrutto”, “ammutolito”, azzerato” e via così dichiarandosi soddisfatti solo se l’altro è stato ridotto al silenzio…
Sociologi, psicologi, psichiatri e simili avranno lavoro per tanto tempo per analizzare e spiegare l’essere della politica ai giorni nostri. Siamo alle solite: appena si interviene su temi che ci riguardano tutti e di cui tutti ci lamentiamo si scatena il finimondo: ognuno contesta tutto, salvo poi a continuare nella sottolineatura che il paese è sfasciato, che le cose non vanno, che è tutto da rifare; la maggior parte di costoro, di fatto, opera affinché tutto resti come prima.
Due comparti in cui questo è più evidente e il dibattito dei lamenti è più partecipato sono la scuola e la pubblica amministrazione. Sulla scuola va detto con chiarezza che dopo i disastri della Gelmini, in cui l’unico intervento si concretizzò nei tagli lineari su materie e discipline, l’attuale governo è intervenuto con la cosiddetta “Buona scuola”; spesso si straparla senza averla letta, e verso cui, ancora più spesso, operatori e utenti (dirigenti, docenti, personale ata, famiglie e studenti) replicano solo parole d’ordine e slogan impedendo una serena e strutturata critica alla norma.
Di parti di essa ci siamo occupati spesso in questo giornale, ma a dispetto delle singole questioni evidenziate, in positivo e in negativo, le risposte che si ricevono sono sempre globali, pseudo ideologiche e spessissimo prive di rilievi autocritici sui propri comportamenti e sul modo di gestire il ruolo di ciascuno all’interno di quell’importante strumento di rinascita civile ed economico per l’intero paese che è la scuola.
Ci sono molte questioni da mettere a punto nella riforma della scuola e la scelta paventata di promuovere un referendum abrogativo tout court non aiuta certamente, sarebbe più utile e magari più efficace, proporre referendum per parti di essa, anche al fine di approfondirne la conoscenza e proporne modifiche mirate. Purtroppo, come spesso accade, le critiche danno voce al disegno di lasciare tutto com’è. Ben vengano i rilievi, purché non siano finalizzati all’immobilismo e al perpetuarsi dello status quo (e, magari, di qualche rendita di posizione). Renzi avvia riforme magari imperfette (com’è certamente quella sulla scuola), e i suoi avversari scatenano la guerra nucleare, non per aprire un grande dibattito su come migliorarle, ma per bloccarle. Così assicurano a Renzi medesimo l’opportunità di lanciare la sfida: “O me o la paralisi”.
Dispiace che in questa brutale semplificazione del dibattito politico quello che ci va di mezzo sia un riformismo di stampo moderno che in Italia avrebbe ampia materia per esercitarsi. È pur vero che questa tendenza sia comune a molti altri sistemi politici, e probabilmente sia connessa alla parallela brutalizzazione che si afferma sui social network dove ormai corre una quota sempre più rilevante dell’informazione; ma, appunto per questo, dovremmo dimostrarci capaci di mantenere un dibattito civile, basato sulla conoscenza dei problemi e sul confronto (e il rispetto) delle diverse posizioni: partendo dal presupposto che la paralisi che ha condannato l’Italia alla stasi deve essere vinta, senza mascherare col rifiuto preconcetto ogni e qualsiasi riforma con il disegno di cambiare nulla. E, naturalmente, tocca anche a Renzi dare ascolto alle (numerose) critiche intelligenti e in buona fede, che non possono essere pregiudizialmente confuse col verso dei gufi.
![]()
Lo stesso accade per la Riforma Madia, che pure contiene importanti novità quali ad esempio: l’addio al silenzio-rifiuto sulla trasparenza, sanzioni differenziate contro l’assenteismo, più concorrenza nelle società partecipate, più apertura agli operatori per il Codice dell’amministrazione digitale o su altre importanti riforme già decise (dalla legge sui diritti civili a quella del codice civile, per continuare alla riforma del codice degli appalti, a quella della logistica, del sostegno dopo la morte dei familiari alle persone non autosufficienti e potrei continuare citando le molteplici norme su cui si è messo mano in questi due anni e che daranno i frutti negli anni a venire).
La riforma della Pubblica Amministrazione, ad esempio, sta per passare dalla fase di cantiere a quella dell’applicazione pratica, dopo che il primo dei decreti attuativi è prossimo ad esercitarne gli effetti. Il provvedimento, che rappresenta uno dei manifesti della riforma, punta a introdurre anche da noi una trasparenza di stampo anglosassone: esso è stato parecchio cambiato rispetto a quello iniziale, ciò è avvenuto sulla base delle osservazioni delle parti sociali e delle modifiche che il parlamento ha introdotto nel corso dell’iter di approvazione; la stessa sorte potrebbe caratterizzare molti degli altri dieci provvedimenti che traducono in pratica la prima parte della riforma con cambiamenti, in larga parte migliorativi. Il decreto sulla trasparenza riassume perfettamente i termini del problema. Una norma che trasforma uno stato padrone in un organismo più trasparente e accessibile.
Altro provvedimento importante è quello sul taglia-tempi alle autorizzazioni per le imprese e le infrastrutture strategiche; la questione è complessa ma ciò non deve autorizzare una semplice replica dello scontro appena andato in scena con l’ultimo referendum. Il decreto prevede di dimezzare i tempi delle autorizzazioni e la possibilità di commissariare gli enti che ritardano, ma chiede di fatto al personale di gestire questi commissariamenti nei ritagli di tempo, senza incentivi economici né alleggerimenti dei compiti ordinari. Così non può funzionare; quindi, anche in questo caso non occorre contestare ed impedire la riforma minacciando referendum abrogativi complessivi, è più utile trovare il terreno del confronto senza anatemi e con una sana autocritica su come la macchina pubblica è degenerata nell’immobilismo e nell’inefficienza a causa di estese tutele che perdono di vista la finalità del servizio pubblico.
Anche in questi due comparti è venuto il tempo di entrare nel merito per rendere i cambiamenti più utili ed efficaci per la comunità senza difendere ad ogni costo l’indifendibile. È il tempo dei contenuti e della responsabilità per uscire, nei fatti, dalla crisi e dalla marginalità in un mondo sempre più complesso che ha bisogno, per essere interpretato e gestito, di strumenti più efficienti ed efficaci.
Il mondo è cambiato, prendiamone atto; ognuno deve operare, nell’ambito delle proprie competenze e prerogative, con serietà e senso civico concludente: ‟Questo Paese non si salverà, la stagione dei diritti e delle libertà si rivelerà effimera se in Italia non nascerà un nuovo senso del dovere” diceva Aldo Moro sintetizzando quello di cui il Paese ha bisogno. Ho l’impressione che di ciò non si abbia piena consapevolezza; infatti, il dibattito politico e sindacale appare sempre più quello di un mondo che non c’è.

Commenti recenti