Il professore Emmanuele Schiavo: “Abbiamo oggi la possibilità di trasformare un’occasione, seppure non condivisa, in risorsa; accettare la “sfida del fare” proprio sul campo di chi ci descrive o ci vorrebbe immobili, conservatori, incapaci di rinnovarci e di rinnovare”
Sta avendo l’effetto di una valanga: l’opposizione al cosiddetto bonus premiale che dovrebbe “classificare” il merito dei docenti cresce di ora in ora in tutt’Italia e sembra inarrestabile, anche se il MIUR nicchia.
Un dissenso che ha assunto due forme: la dichiarazione esplicita di indisponibilità a ricevere il bonus (l’astenersi dalla domanda di accesso al fondo – “l’elemosina discrezionale” – non sarebbe sufficiente perché è obbligo dei dirigenti la valutazione di tutti ma oggi si fanno strada anche alcuni dubbi sulla effettiva praticabilità di questa scelta) e diversamente la partecipazione alla distribuzione – “nessun docente ha paura di farsi valutare: finiamola con questa manfrina!” dicono gli insegnanti sempre più indignati – con l’intenzione però di devolvere la somma, a titolo di donazione privata, a un fondo a beneficio della scuola di appartenenza o, qualora questo non fosse possibile per il numero ristretto degli eventuali aderenti, a un fondo esterno comunque utilizzato per similari finalità.
“Come alcuni colleghi della mia scuola e di altre, ritengo che la creazione di un fondo di raccolta dei “bonus” ricevuti possa diventare un esempio di dissenso attivo e propositivo, di buone pratiche, di Buona Scuola come la possono concepire forse solo coloro che vi agiscono dentro e sanno davvero cosa serva fare – spiega il professore Emmanuele Schiavo del Liceo Scientifico Orso Mario Corbino -. L’indisponibilità a ricevere quote di fondo per il merito è una scelta coraggiosa, impregnata di dignità verso noi stessi, verso il nostro lavoro, verso le persone a cui esso si rivolge, ma ritengo che non sia perseguibile. Ostano alcune norme relative al salario accessorio che nel nostro codice civile sono a garanzia stessa del lavoratore e che è non solo obbligo condividere ma anche opportuno. C’è però di più: oggi abbiamo la possibilità di trasformare un’occasione, seppure non condivisa, in risorsa; accettare la “sfida del fare” proprio sul campo di chi ci descrive o ci vorrebbe immobili, conservatori, incapaci di rinnovarci e di rinnovare.
Quante volte nella quotidianità ci rammarichiamo per “come sarebbe stato meglio fare diversamente…”, acquistare un bene o un servizio, una strumentazione o un dispositivo per far meglio la “Buona Scuola”, invitare l’esperto “vero” piuttosto che quello “finto”, amico di chissà chi e chissà come capitato tra noi e pagato dalla scuola (e quindi dalla collettività!); o ancora: quante volte proviamo un senso di vergogna intrisa di rabbia per non poter far sedere in tempi decorosi bambini e ragazzi su sedie o vicino a banchi degni di questo nome, o non poterli condurre su pullman che non siano stati noleggiati coi soldi delle famiglie (pagati quindi due volte!), con la consapevolezza di quante risorse in questo Paese vengano invece sprecate?!”
Secondo il professore Schiavo la creazione di un fondo così pensato consentirebbe quindi di supportare iniziative per le scuole, azioni produttive e lodevoli, persino coraggiose, di sicuro impatto sociale e altrettanta efficacia formativa ed educativa.
“Le idee spesso nascono sul campo, perché sappiamo che un progetto è un divenire dinamico, che può richiedere un supporto finanziario anche inatteso; o al contrario, un programma è fatto di azioni ben definite e tuttavia a volte non ricomprensibili in un piano finanziario (risorse insufficienti, tipologie atipiche di spesa..). Le quote possono essere accettate da ciascun aderente all’iniziativa e, al netto delle ritenute, donate al capitolo di bilancio “donazioni da privati” (già presente in ogni bilancio delle scuole): il capitolo può contenere sia importi predestinati anche rigorosamente, sia importi dalla destinazione più flessibile, a seconda del profilo d’intervento che ogni gruppo di lavoro interno alla scuola stia progettando. Più sarà positivo il giudizio dei colleghi in merito alla specifica iniziativa nell’Istituto, più persone la vorranno condividere, più saranno le donazioni, più il progetto si potrà arricchire, e così via….
Un circolo virtuoso di vera “Buona Scuola”: basta che si voglia, e si sappia finalmente, fare un po’ di più squadra!”
E c’è ancora di più in questa proposta che sembra prendere sempre più piede tra i docenti “contrastivi”, quelli che non ci stanno ad accettare senza condividerle le scelte che gravano sulla loro professionalità. L’iniziativa potrebbe diventare un supporto fondamentale per la comunicazione e per la formazione del consenso sulla Vera Buona Scuola e il fondo sarebbe uno strumento per offrire e integrare le iniziative nel Territorio: cogliere l’occasione per veicolare messaggi, coinvolgere la società civile nel dibattito sulla scuola, comunicare il modo con cui i docenti intendono declinare in concreto la “valorizzazione”, il “merito”, il “rinnovamento”, la “Buona Scuola”, sottrarre a chi detiene le chiavi dell’informazione l’esclusiva di poter descrivere, criticare, sottovalutare, blandire, etichettare e, al contrario, tenere accesi i riflettori sul confronto, grazie a contributi vivi, alternativi, costruttivi, e soprattutto inclusivi ed educativi.
“Liberta è Partecipazione” chiosa il professore.

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