La portavoce di Demetra: “Il centro storico è preda di un’occupazione selvaggia. Chi ha un bugigattolo s’improvvisa ristoratore riempiendo di tavolini in plastica le vie senza tracciabilità dei cibi e non osservando le norme igieniche”
La Civetta di Minerva, 24 giugno 2016
Alza i toni la polemica su facebook in relazione all’occupazione degli spazi pubblici da parte dei ristoratori di Ortigia e di altrove. Anche in zona umbertina, per esempio, le strade vengono chiuse, privatizzate, e non solo d’estate bensì per l’intero inverno, per essere “concesse” ai dehors dei ristoranti: via Cairoli ne è fulgido esempio. Chiusa “momentaneamente” nel luglio 2015 per “l’alta concentrazione di esercizi pubblici di somministrazione le cui annesse occupazioni di suolo pubblico per spazi di ristoro all’aperto hanno fortemente caratterizzato l’ambito in questione (sic!)… al fine di consentire ai vari (due, ndr) pubblici esercizi del luogo di organizzare manifestazioni musicali (?)” e poi definitivamente pedonalizzata con delibera di giunta dell’ottobre 2015.
Scrive l’avvocato Corrado Giuliano in un post condiviso da molti a proposito delle strade del centro storico invase da tavolini: “Non esiste governo… dalla Soprintendenza ai BB CC al Comune, alla Capitaneria di Porto, non abbiamo in questo momento capacità di governance della città e dei suoi spazi più sensibili alla mercificazione. Sono convinto che queste forme di partecipazione (commenti e segnalazioni su fb, ndr) rappresentino le uniche garanzie di tutela, è importante continuare ed esercitare tale controllo sugli spazi pubblici”.
Ma la polemica rischia di trasformarsi in ben altro se si guarda alle azioni intraprese dal Consorzio Demetra, da poco costituitosi per iniziativa di quaranta esercizi di ristorazione di Ortigia ma che già vede nuove adesioni.
“Vorrei precisare subito che il Consorzio intende muoversi con spirito di collaborazione con l’amministrazione. Non vorremmo passasse l’idea che ci ergiamo a sceriffi, a paladini della legalità. Desideriamo solo che si restituisca ordine a un settore che in questo momento appare in preda all’anarchia” esordisce la portavoce, la dottoressa Olga Aliffi.
Fulcro delle contestazioni la “libertà” con cui ormai qualunque esercente, proprietario di un qualsiasi basso, si improvvisa ristoratore solo piazzando davanti alla propria porta, alla men peggio, quattro tavolini con quattro sedie. “Nell’ottica dello street food sono saltate tutte le regole: non si tiene più conto di requisiti, parametri, ricercatezza e qualità dell’offerta, e ciò peggiora la stessa immagine della nostra ristorazione praticata senza programmazione e soprattutto senza alcun reale investimento. Non è raro incontrare turisti che si lamentano di pasti pessimi o di discutibili condizioni igieniche”.
A monte, la liberalizzazione dei servizi avviata con la Direttiva Bolkestein, atto comunitario del 2006 ormai recepito da tutte le legislazioni nazionali, dall’Italia nel 2012.
“Poiché questa direttiva ha da subito mostrato le proprie criticità, dato il campo di applicazione eccessivamente ampio tale da entrare in conflitto con altre disposizioni e strumenti comunitari, si è reso necessario l’intervento dei governi nazionali prima e locali poi per emanare disposizioni integrative e correttive. Qui da noi, il 16 luglio dell’anno scorso, è stato approvato l’accordo sui criteri da applicare nelle procedure di selezione per l’assegnazione di aree pubbliche ai fini dell’esercizio di attività artigianali, di somministrazione di alimenti e bevande e di rivendita di quotidiani e periodici – chiarisce la dottoressa Aliffi – e si è stabilito che governo, regioni ed enti locali avrebbero adottato gli atti di rispettiva competenza con particolare riferimento alla durata delle concessioni, alla disciplina delle procedure di selezione e alle disposizioni transitorie, anche concedendo una proroga fino al 2017 alle concessioni scadute dopo l’entrata in vigore del decreto legislativo che, nel 2010, ha recepito la direttiva. Dunque, anche nel caso di inattività da parte della Regione, come ha obiettato a giustificazione dell’inerzia dell’amministrazione, il sindaco, i comuni possono, devono, deliberare sulle procedure di selezione previa comunicazione pubblica.
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L’attuale situazione è di caos totale se si pensa che il piano commerciale di Ortigia risale al 2008 e che la Camera di Commercio, se si fa richiesta di visionare l’elenco aggiornato degli esercenti, risponde che è necessaria un’istanza del primo cittadino. La motivazione? Nessuna sostanziale. Prendono tempo. Eppure il comune avrebbe anche l’obbligo di prevedere le aree tutelate, quelle cioè dove è anche possibile l’inibizione di nuove attività, certo non nell’ottica di tutelare unicamente gli esercizi già esistenti. Ma il centro storico è ormai preda dell’occupazione selvaggia e sono saltate anche le zone prima specificate per caratteristiche commerciali. Ora ovunque c’è di tutto… quindi niente. Artisti di strada, baracchine e bancarelle di ogni tipo, tavolini alti di appoggio per la consumazione rapida sostituiti con tavoli in plastica per la somministrazione dei pasti. Che chiunque è in grado di preparare ma non si sa nel rispetto di quali norme igieniche. E sorvoliamo sulla tracciabilità degli alimenti. Nei ristoranti “regolari” non esibire una fattura di acquisto della merce che sia perfettamente in regola significa una contravvenzione salatissima”.
In effetti, le nuove norme di “semplificazione” nel settore dei servizi e commercio prevedono che solo nelle zone soggette a una specifica tutela sia necessaria l’autorizzazione comunale mentre, negli altri casi, è sufficiente la segnalazione certificata di inizio di attività (SCIA) presentata allo sportello unico per le attività produttive del comune di riferimento. In sostanza diventa possibile avviare la propria attività senza aspettare i 30 giorni previsti dalla precedente disciplina a seguito della denuncia di inizio attività (DIA). Dunque, per garantire regole e qualità contro il caos e l’approssimazione, servirebbero immediati controlli per verificare la sussistenza dei requisiti necessari ma, come è noto, il refrain è che “manca il personale” e di qui il far west, sebbene sembri che da quando il Consorzio ha iniziato a farsi sentire, ricevendo anche il sostegno della Confcommercio che ne ha sposato la causa, qualcosa sia cambiato: la squadra mista (asp, nas, carabinieri, Guardia di Finanza, Polizia Giudiziaria, ispettorato del lavoro, Annona) è più presente – “ma non dovrebbe effettuare i controlli sempre lo stesso giorno alla stessa ora” commenta l’Aliffi “altrimenti è uno scherzo“.
“In verità, la sensazione che abbiamo è che la situazione sia sfuggita di mano all’amministrazione e certo, ormai, sarebbe impopolare iniziare a dire dei no, verificare le condizioni dei vari esercizi, ritirare licenze. Ma se questa acquiescenza a tutto e tutti dipendesse da una valutazione, diciamo, sull’eventuale perdita di consensi futuri, va ricordato che il Consorzio già rappresenta almeno 4mila voti. Bisognerebbe rifletterci su. Noi lamentiamo l’inerzia normativa dell’amministrazione e troviamo paradossale che a stilare, forse primo in Italia, un regolamento del commercio e dei servizi sulla scorta della Bolkestein sia stato il comune di Priolo avvalendosi proprio di un nostro funzionario comunale che ora dice di non sapere di cosa si parli. Noi siamo pronti e disponibili a incontrarci con l’amministrazione per stilare il regolamento per Siracusa e non vorremmo essere costretti a procedure diverse, più efficaci ed eclatanti. Non si tratta di voler andare al muro contro muro, ma davvero la misura è colma, soprattutto perché troppe parole sono state già spese inutilmente, e gli effetti di questa liberalizzazione selvaggia si stanno facendo concretamente sentire anche a livello occupazionale, basta considerare l’inferiore numero di assunzioni nel nostro settore. Aboliti dalla legge anche le tutele legali e gli indennizzi di avviamento, è evidente che gli onerosi investimenti sostenuti per le nostre attività evaporano nel nulla e si rischia di gettare sul lastrico chi da sempre opera in questo settore, oltre ai danni nella qualità dell’offerta che una città che aspira all’eccellenza turistica non può permettersi”.

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