Il letargo del sindacato: o cambia o muore

IL TACCUINO 

Lo annunziò nella ”Leopolda” del 2011 e poi, divenuto presidente del consiglio, Renzi ha volutamente ignorato il sindacato: l’ha tacciato di essere il “sindacato dei pensionati”. A distanza di due anni, potenza delle prossime lezioni, qualche giorno fa c’è stato un timido ritorno della concertazione. Bisogna pur dire che, al di là della ricerca dei voti per le comunali del 5 giugno e per il referendum di ottobre, poiché la vicenda riguarda il mondo dei pensionati era doveroso che fosse quanto meno consultato “il sindacato dei pensionati”.

Ma è giusto e corretto che la classe politica al governo non consulti più il sindacato? Per una adeguata risposta, occorre guardare la nostra società in continua trasformazione e controllare se il sindacato si sia attrezzato culturalmente innanzi tutto a captare le espressioni di questa nuova realtà e se poi sia culturalmente preparato a dare risposte adeguate. Se il  sindacato nuovo è Landini, la risposta è assolutamente negativa.

Il sindacato è rimasto ancorato a una concezione ottocentesca della società, ed è diventato il sindacato della fabbrica, il sindacato degli occupati. per i quali deve richiedere continui aumenti salariali, e il sindacato degli operai minacciati di licenziamento. In quest’ottica il sindacato italiano è arrivato al punto di elaborare la teoria per la quale il salario è una componente indipendente del costo della produzione. Un assurdo non soltanto di cultura economica, ma un assurdo nella interpretazione della realtà dell’impresa.

Autorevoli commentatori della vita del sindacato hanno puntualizzato che i tre sindacati confederali amministrano bilanci da centinaia di milioni di euro e che il 54% dei loro iscritti è costituito da pensionati. Il bilancio milionario consente la creazione di una burocrazia all’interno del sindacato, di persone che magari nella vita contano ben poco ma che, divenuti ”rappresentanti dei lavoratori”, hanno diritto a un buono stipendio e ad una posizione sociale che altrimenti li avrebbe lasciato nell’anonimato. E così il sindacato ottiene che le sue rappresentanze sindacali siano degli esenti dal lavoro perché debbono aiutare i loro iscritti: 24 ore su 24 ore.

L’esperienza di ciascuno di noi può guardare alle realtà sindacali all’interno dei comuni ove abitiamo per dover riconoscere che il sindacalista  dei dipendenti comunali fa parte di una casta che comporta il non lavoro e che, nonostante per scrivere una “o” debba ricorrere a un fondo di  bicchiere, fa ugualmente carriera e diventa dirigente!

Ma la realtà del Paese, la realtà del mondo è completamente diversa: è in atto una rivoluzione del modo di lavorare e questa quarta rivoluzione industriale sta portando a una compenetrazione fra servizi ed industria. Non per nulla è di qualche giorno fa l’alleanza fra Fiat e Google.

Altra domanda, ma allora la società italiana può fare a meno del sindacato? La risposta non può che essere negativa perché la tutela del mondo del lavoro non può permettersi vacanze. Ma il sindacato deve attrezzarsi con uomini culturalmente competenti per comprendere i nessi del mondo nuovo, diventando il punto di riferimento dei trentenni che si vanno inventando nuove espressioni di lavoro, di quei trentenni che assunti dalla impresa diventano la forza dell’azienda del datore di lavoro.

Il sindacato è ancora necessario perché deve diventare punto di riferimento di un mondo di giovani che chiede spazio mentre la società non gliene concede. I giovani non trovano riferimento nei politici: i partiti non esistono sul territorio e la classe politica è accomunata in un senso di rifiuto perché corrotta ed incompetente. Se guardiamo alla espressione della classe politica attuale, dobbiamo convenire che Vinciullo, Sofia Amoddio e Coltraro sono rare eccezioni di gente con un accertato curriculum studii alle spalle.

Il sindacato non è punto di riferimento dei giovani, perché gli attuali sindacalisti non sanno captare i fermenti e le rivoluzioni nel mondo della società e del mondo della produzione. Col rifiuto della politica e del sindacato, la solitudine di questi giovani è totale, si sentono in una barchetta alla deriva nell’oceano dell’indifferenza. Non resta loro che la rivolta. Questa rivolta, ringraziando la cassa integrazione guadagni costituita dalla pensione dei genitori e dei nonni, finora non è esplosa in fatti di violenza, ma i giovani si fanno affascinare dal Masaniello di turno ed alimentano il populismo.

E poiché bisogna cercare un nemico da abbattere, questo nemico è l’Unione Europea e stiamo arrivando alla disgregazione di questo grande fenomeno costruito dai leaders di 70 anni fa, che ci hanno consentito crescita e sviluppo nella pace.

Anche sotto questo riflesso il sindacato è necessario; ma va cambiato nei suoi uomini alla radice. Il sindacato italiano, ed europeo direi – si guardi a quello che sta avvenendo in Francia –, deve però cambiare radicalmente la sua cultura: non più quella ottocentesca basata sulla rivendicazione, ma una cultura che possa comprendere la rivoluzione sociale e industriale in atto.

 

Nota del direttore della Civetta – Dell’articolo dell’avv. Giambattista Rizza, mio amico da cinquant’anni, non condivido alcune analisi ma una cosa sì.

Tra il 1976 e il 1979 ero, a Siracusa, cronista politico de “La Sicilia”, nello stesso periodo in cui l’avvocato Rizza era consigliere comunale e poi anche assessore. A quei tempi, è vero, alcuni rappresentanti sindacali dei dipendenti comunali ascendevano sempre più in carriera con il trucchetto delle “mansioni superiori”, loro affidate dai dirigenti, che consentivano di occupare di volta in volta, senza titoli di studio corrispondenti, lo scalino più in alto fino a giungere in cima.

Nel corso di una di queste infornate, pubblicai un’inchiesta su quanto accadeva. L’indomani, recandomi al Comune come tutti i giorni, mi trovai a dover passare il varco di Palazzo Vermexio tra due file di manifestanti con vistosi cartelli sull’attacco della stampa veterocapitalista contro i rappresentanti dei lavoratori e ci fu chi non si limitò a mostrare i cartelli ma manifestò il suo dissenso con sputi, parolacce, spintoni. Pazienza, passai e ripassai lo stesso.

Il sindacato – diciamolo per intero – talora non ha solo rappresentato i lavoratori ma anche se stesso, divenendo un passepartout per acquisire incarichi o soddisfare ambizioni. Ma dire che è solo questo, affermare che non interpreta i cambiamenti della società mi sembra ingeneroso e inesatto. Essendo una palestra di competenze corroborate giorno per giorno nei luoghi di lavoro – cosa che non avviene più nei partiti – vive un grande fermento culturale in direzione di un adeguamento ai nuovi modelli di sviluppo. Se è stato spinto sempre più alla contrapposizione (vedi Landini), ciò si deve a tutti i governi di destra e di pseudo sinistra degli ultimi vent’anni molto più attenti agli interessi delle banche che non a quelli del popolo. Compreso il governo Renzi.

Franco Oddo 

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