Le ragioni del No. Senza criteri uniformi, si discrimina tra insegnanti buoni e cattivi consentendo al dirigente di attorniarsi di un corpo docente a sua immagine e somiglianza. Dopo sette anni di vacanza contrattuale, ai prof gettato l’osso di pochi spiccioli, a selezione
La Civetta di Minerva, 10 giugno 2016
Minare le fondamenta della scuola pubblica, Istituzione dello Stato, anche disgregandone l’unità, parcellizzandola in migliaia di segmenti sparsi sul territorio nazionale, ciascuna con un proprio sistema di premialità e di criteri per distinguere gli insegnanti meritevoli dagli immeritevoli, semmai, perché no, additando questi ultimi al pubblico ludibrio, alla disistima di famiglie e studenti.
Portare, all’interno di essa, a tutti i livelli, anche per le fasce di stabilità contrattuale consolidata (i docenti a tempo indeterminato inseriti da anni nell’organico di uno stesso istituto) la precarizzazione in modo che lo stesso insegnante “anziano”, così come i neo assunti, nel caso in cui, per un qualsiasi motivo, sia costretto a chiedere trasferimento, finisca negli ambiti territoriali di ultima invenzione e dipenda così dalle scelte del dirigente di turno senza veder più riconosciute carriera e anzianità.
Obbligarli quindi – in nome forse di una par condicio negata invece proprio ai neo assunti inseriti nelle scuole senza pari dignità professionale rispetto ai colleghi -, a condividere con le nuove generazioni quella triennalizzazione del contratto che inevitabilmente si traduce nella sostanziale soggezione di ogni nuovo insegnante al proprio dirigente scolastico da cui dipenderanno le personali sorti, la riconferma o meno dell’incarico ricoperto a prescindere da una oggettiva valutazione di merito perché nessun vincolo, nessun confine è stato posto all’arbitrio dei capi di istituto. Solo loro la scelta del sì o del no, della riconferma o del rigetto.
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Ma insieme a queste ulteriori forme di precarizzazione in una compagine che prima, almeno per determinate fasce, ne era esente, di fatto la pessima legge 107 è una porta aperta anche alla privatizzazione della scuola pubblica. Più di quanto finora è stato fatto: non solo dare, con diversi escamotage, più risorse alle scuole private e parificate come si è iniziato a fare da Sergio Berlinguer in avanti, ma direttamente privatizzare la scuola pubblica. Con la pseudo riforma renziana ogni dirigente potrà sentirsi libero di creare nel tempo, di riunire intorno a sé, un corpo docente a sua immagine e somiglianza, pronto a condividerne scelte educativo-didattiche, nonché ideologiche, grazie al ricatto occupazionale. L’obiezione che come in un’azienda privata, in ogni caso, a suggerire le scelte del dirigente sarà un obiettivo di eccellenza per poter competere con gli altri istituti, male si attaglia al sistema educativo perché si potrà forse, grazie a un team di docenti ben preparati, formare e promuovere studenti abilissimi e competenti nelle diverse discipline ma non è detto che, ipso facto, questo coinciderebbe con la formazione di cittadini liberi, dotati di capacità critiche, pronti a spendersi per quegli ideali e valori appresi proprio grazie all’esempio e agli insegnamenti di professori che, al di là di nozioni, capacità, abilità e competenze, abbiano saputo trasmettere ben altro, che abbiano educato alla libertà, che abbiano aiutato a far crescere persone dotate di spirito critico, pronte a combattere pregiudizi e formalismi, mal disposte ad adeguarsi a omologazione e massificazione. L’idea del docente quale mero facilitatore di saperi e non più di Maestro è l’altro male strisciante del nuovo corso.
E ad avallare questa deriva del nostro sistema scolastico giocano precipua parte proprio i criteri di valutazione degli insegnanti per l’accesso al “bonus”, in questi giorni al centro di discussioni nelle scuole. Una differenziazione tra istituto e istituto così ampia, e spesso astrusa, che costituisce la prova di come il lavoro dei docenti sia tanto complesso e onnicomprensivo da non poter essere facilmente incasellato in parametri rigidi di giudizio e valutazione.
Tant’è che lo stesso MIUR, non in grado di stabilire criteri oggettivi, temendo polemiche e ricorsi, e soprattutto non volendosi affidare a giudici terzi, garanti dell’oggettività del giudizio finale come accade in altri Paesi, ha preferito lavarsene le mani e affidare ai dirigenti il gravoso compito, e questi, a loro volta, hanno demandato l’onere ai docenti attraverso il meccanismo dell’autovalutazione.
Quale docente “confesserà” di non saper mantenere l’ordine nelle proprie classi, di non avere un metodo efficace di insegnamento, di non essere capace di gestire la conflittualità dei propri alunni, o di essere tout court un lavativo, rimane un mistero.
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Gli estimatori del bonus, quelli delle magnifiche sorti e progressive, sostengono che attraverso esso finalmente si potrà dare il giusto riconoscimento alle diverse professionalità presenti nelle scuole, al differente carico di lavoro, premiare l’impegno di pochi e indirettamente sanzionare il “menefreghismo” di altri, quasi non si sapesse che le posizioni di “prestigio” (se così le vogliamo definire), le ore aggiuntive, sono, almeno in parte, sebbene in maniera inadeguata (ma è problema che il bonus non risolverebbe), già retribuite attraverso il fondo di istituto.
Le funzioni obiettivo, i collaboratori del dirigente, i responsabili di laboratorio, i coordinatori ed estensori di progetti e via discorrendo, tutto questo e molto altro nell’amplissimo campo delle offerte formative che ogni scuola mette in campo, già trova spazio nei bilanci scolastici.
Oggi chi preferisce lavorare “solo in classe” e non partecipare ad altre collaterali attività per proprie personali sacrosante motivazioni, o anche perché la propria vocazione è solo il dialogo con gli studenti, lo fa in piena consapevolezza, rinunciando a qualsiasi retribuzione accessoria e non per questo sentendosi un professionista a metà. Chi vuole al contrario spendersi, proporsi, a tempo pieno e realizzare altre finalità (purché ciò non accada a discapito del lavoro curriculare e non si traduca in assenza sistematica dalla propria classe abbandonata al suo destino) lo fa e ne ricava un sia pur misero vantaggio economico.
Ma il bonus è altro, è il principio che lo sottende a renderlo inaccettabile: si presenta, è stato proposto, come una valutazione di merito, come un discrimine tra i professori buoni e quelli cattivi, come se la professione docente non fosse quella che trova fondamento nell’articolo 33 della Costituzione, come se essa non avesse quale sua prima irrinunciabile finalità quella di far crescere spiritualmente e culturalmente le nuove generazioni, obiettivi che a volte neanche l’esito di un esame può attestare perché, a dire veramente se il risultato ultimo sia stato conseguito o meno, è la vita nel suo prosieguo, il successo identitario del giovane, la formazione della sua personalità.
Il bonus è invece il seme della conflittualità in una realtà che ancora non l’aveva sperimentata nella sua forza devastante, che al più ne aveva assorbito solo qualche pillola velenosa.
Esso è soprattutto sottrazione di diritti, è un nuovo, più perverso, strumento per aggirare i contratti di lavoro e non riconoscere quella parte di impegno che una volta, banalmente, si chiamava straordinario; lo squallido stratagemma con cui si intende sostituire a modestissimi, ma almeno certi, scatti stipendiali legati all’anzianità di servizio un presunto merito connesso alla prestazione individuale nella scuola-azienda lasciato all’arbitrio dei dirigenti.
I docenti – la categoria per la quale il lavoro nero è componente di fatto inserita nel contratto di lavoro: ore di correzione, di preparazione delle lezioni, di autoaggiornamento, di studio, di supporto didattico agli studenti attraverso mailing list, whatsapp, classi virtuali, i social, e chi più ne ha più ne metta – con la scusa di un lavoro che impegnerebbe solo 18/22/24 ore settimanali, di periodi lunghissimi di vacanza, sono in realtà lavoratori sempre in servizio che da tempo chiedono il riconoscimento in busta paga delle tante attività che svolgono anche attraverso forme contrattuali totalmente ripensate.
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Eppure oggi, con contratto bloccato da 7 anni (una perdita di 16mila euro lordi per ciascuno e un aumento previsto, dopo la sentenza europea di condanna del blocco dei contratti, pari a 8 euro lordi al mese), con le retribuzioni più basse d’Europa, con nessuna seria progressione stipendiale riconosciuta alla carriera, si pretende attraverso il bonus/carota, sub specie di riconoscimento alla qualità, al merito, di arrivare a un impegno lavorativo che cumulerebbe ore e ore in più. Lavoro in nero non retribuito ma riconosciuto con un contentino di pochi euro, 100, 150 all’anno, se ripartito tra molti, o fino a 2000/2500 euro se tra i pochi privilegiati, per di più sottoposto alla volontà variabile dei dirigenti. Una nuova, più subdola, forma di schiavismo.
E d’altra parte il governo Renzi è il governo non dei diritti riconosciuti, dovuti, ma del paternalismo che distribuisce prebende: 80 euro ad alcuni, neanche ai meno abbienti (per poi pretenderne la restituzione in un’unica soluzione per errori nei calcoli come quelli fatti nel caso, aberrante, degli esodati), 500 euro ai docenti per la formazione o 500 euro ai diciottenni (perché si dia prova di inesausta creatività nel cercare di aggirare regole e prescrizioni), e via dicendo.
La fine dello Stato di diritto e l’affermazione del paternalismo che fa elargizioni.
Ma perché realmente si possa comprendere quale livello di insensatezza si sia raggiunto, come si calpestino diritti costituzionali inalienabili, come si stia andando verso una scuola prefettizia, basta mostrare una silloge dei criteri in parte già accolti dai vari comitati di valutazione, e riflettere anche sulla terminologia invalsa (un esempio per tutti: la somma dei punti che colloca nelle fasce per vedersi assegnato il premio… a 10 solo una tazzina con il piattino, a 20 una padella antiaderente).
Arbitrariamente si stabiliscono paletti: da premiare per esempio soltanto dal 10% al 40% dei docenti, o solo chi, con la raccolta punti, ne totalizzi almeno una certo numero.
Esclusi quelli che sono incorsi in un, pur generico, provvedimento disciplinare e se è stato perché sono sgraditi al capo, non ne hanno riconosciuto l’autorità, anzi l’autoritarismo, poco importa. Addirittura con riferimento non all’anno in corso per cui il bonus è previsto, ma illegittimamente guardando al triennio, o fino al quinquennio: antiche vendette da consumare.
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Non premiabile chi abbia cumulato un certo numero di assenze, come se nella scuola non esistesse lo strumento della visita fiscale attraverso cui il Dirigente deve e può porre fine al malcostume dell’assenteismo (un fenomeno in verità sporadico tra i docenti) e come se, quindi, fosse un demerito ammalarsi.
Qualcuno vorrebbe poi vietare la pubblicazione e la diffusione della graduatoria di merito o dei compensi attribuiti così da negare i principi di trasparenza dell’azione amministrativa o anche la stessa presunta positiva ricaduta sul corpo docente degli effetti del bonus come detto nella 107: un incentivo alle buone pratiche, alla sana (!) competizione.
Alcuni comitati di valutazione hanno esaltato l’innovazione didattica e metodologica, l’uso di strumenti multimediali e tecnologie varie, senza neanche avere la prova documentata che tutto ciò sia sufficiente a garantire il successo formativo degli studenti; altri guarderanno ai risultati finali degli allievi, implicitamente invitando i docenti a promuoverli con voti altissimi per dimostrare l’eccellenza del proprio metodo didattico; altri premieranno il lavoro organizzativo e l’aiuto dato nella gestione della scuola, materia che è però specifica della contrattazione integrativa di istituto, andando così a integrare i sempre più esigui emolumenti del fondo dell’autonomia al di là di reali meriti professionali.
È meritevole chi si presta a sostituire il collega assente, ma si tratta della dichiarazione che si sottoscrive a inizio d’anno sulla disponibilità a coprire ore al di là del normale orario di servizio, attività che va regolarmente retribuita. Lo è chi è fortunato e ha tra i suoi allievi quello che riesce ad affermarsi in qualche competizione, anche se in ciò l’insegnante ci ha messo poco o nulla. Lo è chi ha tra i suoi studenti il ragazzo straniero e lo aiuta ad inserirsi, come se si trattasse di un’azione straordinaria e non di routine. Lo è chi redige il documento del 15 maggio, per lo più frutto di un lavoro collettivo. Lo è chi dichiari che i propri allievi (in base forse a una specifica percentuale?) intervengono e fanno domande, come se gli altri docenti lavorassero con i morti. E ancora lo è chi durante le riunioni collegiali interviene “in maniera propositiva”: chi ha dissentito, chi ha votato no è fuori dai giochi.
L’elenco non potrebbe più finire tale è l’estro dei comitati di valutazione, ma poi alla fine del lavoro collegiale di definizione dei criteri, a decidere resta l’organo monocratico, il cui potere discrezionale rimane ampio. Ma anche i dirigenti non gioiscono, almeno non tutti, non quelli illuminati, che quasi sono costretti a porsi in contrapposizione con i docenti perché a loro volta sottoposti a valutazione (a cui è connessa una migliore retribuzione), e guai a non aver rispettato le direttive ministeriali.
Un’ultima considerazione: poiché il bonus riguarda l’anno scolastico in corso, essendo stati i criteri fissati a fine corsa, in che modo sarebbero state garantite eguaglianza e parità di condizioni tra tutti i docenti interessati? È tempo di ricorsi.

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