La libertà da qualsiasi norma ricetta unica e fallimentare del capitalismo eslege. TTIP e CETA sono strategie per sottomettere gli stati ai mercati
La Civetta di Minerva, 27 maggio 2016
È sin troppo nota la ricetta del liberismo fondamentalista: abbattimento di ogni residua regola che ancora ostacoli il mercato o tenti di controllarlo. Eliminazione (attraverso il TTIP) delle barriere non doganali, ovvero delle norme che ancora proteggono la qualità e la genuinità dalla dilagante concorrenza di prodotti pessimi o contraffatti, come il Parmesan, o contenenti mille additivi chimici e OGM. In nome di un mercato senza barriere di alcun genere, si pretende che nessuna norma debba proteggerci dalle imitazioni e dagli intrugli che rischiano di invadere senza alcun ostacolo gli scaffali dei nostri supermercati e la nostra tavola. E di compromettere la nostra salute.
Ma poiché le perfidie nascoste negli articoli del TTIP, contrattato in gran segreto, sono state smascherate e la Francia ha trovato il coraggio di opporsi (contrariamente a Renzi, che continua a dichiararsi favorevole al trattato capestro), ecco che le multinazionali hanno trovato un espediente per aggirare gli ostacoli: puntare sul CETA (Comprehensive Economic and Trade Agreement), un accordo commerciale tra Ue e Canada, già contrattato riservatamente e che i parlamenti nazionali dovrebbero essere presto chiamati a ratificare per renderlo operativo. Il CETA comprende una norma ISDS (Investment State Dispute Settlement) che conferisce alle corporations straniere (quindi anche a quelle americane, particolarmente interessate) la facoltà di citare in giudizio uno stato dell’UE che pretenda di applicare una sua legge che risulti lesiva del libero mercato. La clausola potrebbe essere utilizzata non solo dalle aziende canadesi ma anche da quelle di altri stati aventi uffici in Canada, cioè da quasi tutte le multinazionali (prevalentemente americane). E così i nostri prodotti di qualità non avrebbero più alcuna tutela.
O di riffa o di raffa: o con il TTIP o con il CETA, gli Stati devono smettere di tutelare i loro prodotti più genuini. In nome del libero mercato o della libera concorrenza o dell’abbattimento delle barriere anche non doganali. Via ogni genere di lacci e lacciuoli! E Renzi abbocca. E Obama viene in Europa per avviare la sua attività post-presidenziale in qualità di sguattero delle multinazionali e di pontefice del liberismo. Sollecitando l’adesione ai trattati.
È anche noto che la crisi attuale deriva, in gran parte, da un eccesso di finanziarizzazione dell’economia: troppe risorse (derivanti da accantonamenti di ricchezza mal distribuita) sono state investite nella roulette della finanza speculativa e sottratte all’economia reale (quella che foraggia le aziende produttrici di beni materiali e servizi nonché creatrici di opportunità di lavoro). Ma ora il bluff si sta facendo troppo scoperto. La gente si sta rendendo conto che affidare i propri risparmi ai fondi di investimento (o investire in prodotti bancari di tipo finanziario) comporta seri rischi e sta cercando di disimpegnarne una parte: dall’inizio dell’anno gli investitori hanno ritirato 90 miliardi di dollari dai fondi azionari.
A noi profani di economia tale scelta appare comprensibile: crescono i timori per ulteriori crolli delle borse, dopo le avvisaglie che si sono avute soprattutto nelle borse asiatiche; l’eventuale uscita della Gran Bretagna dall’UE (brexit) potrebbe avere conseguenze notevoli sul futuro dell’Europa e dell’economia; la crisi è tutt’altro che conclusa; varie banche sono a rischio e il fondo di salvataggio Atlante potrebbe risultare insufficiente; cresce continuamente il numero dei compratori d’oro (per conto di investitori vari che stanno puntando sul più tradizionale dei beni rifugio, quello che manterrà il suo valore dopo una eventuale grave crisi o un cataclisma bellico); lo scenario del fallimento di stati viene preso in seria considerazione dai banchieri europei ecc. In questo contesto un esodo graduale dal mercato azionario ci sembra una scelta prudenziale. E non ci appare affatto controproducente, se libererà risorse che potranno trovare investimento nel mondo dell’economia reale (che dà lavoro) o che potranno alimentare i consumi, oggi troppo stagnanti per via dell’austerità impostaci e della povertà dilagante. Ma noi siamo degli incompetenti.
Un luminare, il prof. Eugene Fama, premio Nobel per l’economia nel 2013, si augura che la fuga di capitali dai mercati spinga ad affrontare i veri nodi che limitano la crescita. A quale crescita si riferisce? A quella della bolla speculativa globale, cioè del valore nominale delle azioni o dei volumi (sino allo scorso anno crescenti) di risorse aspirate dall’idrovora dei mercati finanziari anche con gli specchietti per allodole costituiti da derivati farlocchi? O alla crescita reale di beni e servizi che potrebbe essere alimentata proprio da un ritorno di risorse dalla stratosfera speculativa alle imprese e ai consumi? Non sta a sottilizzare l’illustre prof. Fama, ma sa indicare senza esitazione (in una sua intervista pubblicata sulla Stampa) la colpa del fattore che limiterebbe la crescita.
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“Le regolamentazioni eccessive, cioè la presenza asfissiante dello Stato. Questo imbriglia oggi l’economia e limita anche l’attività creditizia delle banche”, egli dichiara. Lo stato limita l’attività creditizia delle banche? A noi non pare che sia così. Ma Fama rincara la dose, accusando “la continua presenza eccessiva del governo nella gestione dell’economia, attraverso regole che la frenano, a danno di tutti”. La paura di perdere i risparmi, le preoccupazioni per la brexit e per il deterioramento degli scenari politici, la sfiducia verso i banchieri non c’entra per niente? “Hanno fatto i loro errori, senza dubbio, ma non è strozzando il credito a colpi di regole che si fa partire l’economia. E se l’economia non riparte, la gente normale [il grassetto è nostro] ne risente almeno quanto le grandi banche”.
“Gli investitori hanno ritirato i loro soldi perché pensano di fare più profitti altrove”. L’idea che preferiscano mettere al sicuro una parte dei loro risparmi sembra non sfiorarlo. Secondo lui, mirano solo a fare più profitti altrove. Vuoi vedere che stanno puntando sul gratta e vinci? Fama non ha dubbi: “ La questione fondamentale che frena l’economia e genera tutta questa incertezza è la presenza eccessiva dello Stato, con le sue regole che paralizzano tutto. Ma invece sentiamo i populisti che parlano del contrario, della necessità di aumentare l’ingerenza, per proteggere i cittadini dagli abusi. Così però i cittadini non avranno più un’economia forte, grazie a cui prosperare”. Parola di Eugene Fama, premio Nobel! Secondo il quale, un intervento regolativo, volto a proteggere i cittadini dagli abusi, sarebbe una “ingerenza” indebita dello Stato! Mentre in una economia eslege (senza protezioni per i cittadini) ci sarà più possibilità di prosperare darwinianamente: i furbi prospereranno a danno di altri non protetti dagli abusi. Noi, allibiti, a costo di ritrovarci accomunati ai populisti, preferiamo prendere le distanze dall’opinione di Fama.
Con tutto il rispetto per l’uomo ma senza alcuna riverenza per le opinioni dozzinali espresse dall’economista, ci permettiamo di pensarla diversamente. Per noi l’attuale crisi (ancora tutt’altro che conclusa) trova una delle sue cause più gravi nell’eccesso di finanziarizzazione dell’economia e in particolare nella cancellazione della differenza di ruoli tra banche di affari/investimento e banche di credito/risparmio. Tale diversificazione (introdotta in America nel ’33 e in Italia nel ’36 col senno maturato in seguito alla grave crisi del ’29) è stata poi abolita da noi nel 1993 (governo Prodi) e negli USA, dal democratico Clinton, nel 1999. Il che conferma, a nostro avviso, la pervasività del pensiero unico anche in ambienti politici che, pur dopo il crollo delle ideologie, avrebbero comunque dovuto avere a cuore gli interessi della società più che l’assoluta libertà dei singoli di spadroneggiare e trionfare darwinianamente in una giungla senza leggi.
La crisi della MPS (solo per citare un esempio) è frutto di quella sciagurata abolizione della separazione di ruoli tra banche diverse. Noi “gente normale” vorremmo che i politici si affrettassero a ripristinare tale distinzione di ruoli (che renderebbe immuni dai rischi di speculazione finanziaria le banche popolari e di credito, che dovrebbero utilizzare i nostri risparmi per finanziare l’economia locale, cosa che alimenterebbe la produzione di beni e servizi e la creazione di opportunità di lavoro). E vorremmo che si vietasse alle banche, nuovamente differenziate, di far parte di uno stesso gruppo finanziario, perché altrimenti sarebbe aggirata e vanificata la dicotomia di funzioni. Noi “normali cittadini” vorremmo anche controlli più efficaci sulla gestione delle banche, per proteggerle da bancarottieri e criminali che imboscano risorse nelle tasche di amici e parenti, sapendo bene che essi non restituiranno quanto avranno avuto senza garanzie, mentre agli imprenditori veri negano ogni credito necessario per alimentare l’attività produttiva. Noi “normali cittadini” vorremmo che i creatori di derivati farlocchi (che impacchettano spazzatura e semplici scommesse) venissero remunerati soprattutto con i loro stessi prodotti (da rendere vincolati e non vendibili per vari anni), in modo da togliere loro il ghiribizzo di turlupinare banche, risparmiatori, Stati e amministrazioni locali (poiché abbiamo motivo di temere che vari titoli spazzatura siano stati spacciati anche a funzionari del Tesoro e ad incauti amministratori comunali).
Noi “normali cittadini” non siamo sostenitori di un’economia che sia pianificata dallo Stato, ma siamo favorevoli alla gestione pubblica dei servizi più delicati (che non possono essere declassati a riserve di caccia di privati, miranti al lucro assicurato). Siamo per il libero mercato, ma non per un mercato eslege (come quello che sembra stare a cuore al prof. Fama) e vogliamo anzi che le norme di regolamentazione di esso siano semplici, chiare, efficaci e ineludibili. Non siamo contro la proprietà privata né contro la libera impresa, ma siamo contro ogni strategia di esterovestizione che consenta di eludere le tasse del paese in cui ha sede un’impresa; e siamo contro le strategie di delocalizzazione dei furbastri che esportano gli impianti produttivi, sopprimono il lavoro e pretendono di venirci a vendere senza alcuna imposta doganale i prodotti realizzati altrove, a costi minimi. Siamo contro la globalizzazione dei profitti e il cinismo che sopprime il lavoro e distrugge la dignità delle persone: di quelle private della loro attività in Italia e delle altre sfruttate nei paesi in cui vengono trasferiti gli impianti.
Siamo anche contrari al demenziale ostruzionismo burocratico che ostacola il sorgere di nuove iniziative a l’asfissiante stretta del credito da parte di banchieri che preferiscono il guadagno finanziario o l’imbellettamento dei bilanci al rischio calcolato del prestito agli imprenditori.
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Noi “normali cittadini” non riusciamo più a sopportare senza fastidio le insulse giaculatorie di sapientoni e sedicenti scienziati che pretendono di subordinare ad una improbabile ulteriore crescita ogni politica sociale, ogni ipotesi di più equilibrata ripartizione delle risorse. Sentiamo ancora ripetere fino alla nausea che “se la torta non cresce, non ci potrà essere nuovo lavoro per i giovani o più reddito per i meno abbienti”. Noi ci chiediamo se in una famiglia ci possa mai essere qualche genitore così perverso da negare all’ultimo dei nati una fetta di torta, se quella disponibile oggi non sarà più grande di quella dello scorso anno. E ci chiediamo come si possa essere così schiavi di un paradigma consolidato come il dogma iperliberista della scuola di Chicago, dove ancora imperversa la bieca ideologia di Milton Friedman, camuffata da scienza mediante il ricorso a strumenti matematici. E ci chiediamo se il possesso della laurea in economia con l’aggiunta di un premio prestigiosissimo non siano da considerare aggravanti per chiunque sostenga opinioni ignobili, fondate su irrazionali dogmi della religione del dio quattrino.
A nostro avviso di “persone normali”, bene ha fatto l’umanità a liberarsi da una ideologia che in nome di interessi comuni si riduceva a far da scudo di una tirannide. Ma ci chiediamo cosa aspetti ancora a liberarsi anche delle pastoie mentali di un’altra ideologia altrettanto perniciosa.
Non siamo gufi. Non auspichiamo un crollo dei mercati e della torre di babele del finanz-capitalismo. Preferiremmo un rinsavimento generale e una razionalizzazione del sistema. Purtroppo temiamo che, per colpa di certi fondamentalisti invasati dall’iperliberismo imperante, si rischi di dover raggiungere l’acme della crisi, prima di poter avviare, costruttivamente, una economia nuova per una società più giusta. Preferiremmo che si rinsavisse prima. Per questo, con la modestia di chiunque sia esercitato a coltivare il dubbio ma con il coraggio di scommettere la propria reputazione di persone normali, la pattuglia di liberi pensatori di Siracusa Resiliente contatterà nei prossimi giorni vari politici siracusani, per invitarli ad incontri bilaterali nei quali si proporranno sette idee o sette suggerimenti. Che la politica dovrà analizzare e discutere attentamente. Per dimostrarne l’irrealizzabilità o… per appropriarsene e per farne programmi del proprio agire.
Probabilmente l’iniziativa avrà meno peso di una pagliuzza o di una piuma. Ma forse anche un frullo d’ali di farfalla in Papuasia può misteriosamente contribuire a modificare il sistema più complesso. Ed anche un vivace quindicinale di provincia può contribuire a far riflettere più attentamente di un diffuso e prestigioso quotidiano che pubblica, senza contraddittorio, certe sparate.

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