Pantaleo (Flc nazionale): “Scuola solo per classi abbienti”

Verso il referendum per l’abrogazione di quattro norme della legge.Apprendistato nelle aziende, le imprese hanno fiutato il business: 400 ore vuol dire tante prestazioni di lavoro gratis”

 

La Civetta di Minerva, 15 aprile 2016

E’ stato il segretario Flc Cgil nazionale a chiudere i lavori e a toccare altri punti nodali che spingono il mondo della scuola a chiedere i referendum abrogativi. “Si tratta – ha spiegato Domenico Pantaleo – di una grande operazione di riscossa attraverso il sistema referendario. Ne è una testimonianza quello del 17 aprile sulle trivelle, che affronta il tema ambientale ma pone al centro l’autodeterminazione dei popoli perché Tempa Rossa è l’esempio che le persone, i loro problemi, le loro condizioni materiali e di salute vengono annientate per far posto ai potentati finanziari e agli interessi di pochi”.

Peraltro la Cgil è in campo con più referendum, alcuni relativi alle norme della riforma del mercato del lavoro, altri sulla legge elettorale, trivellazioni terrestri e marittime, nuovi inceneritori e temi sull’acqua. A questi si aggiungono i quesiti, promossi dalla Flc Cgil per l’abrogazione di quattro norme contenute nella legge 107 del 2015 e uno promosso dai giovani per il diritto allo studio. “Dinanzi a un presidente del Consiglio che disapplica la Carta Costituzionale e che dà priorità al concetto di governabilità e velocità delle decisioni, come accaduto con l’emendamento per accontentare la Total in Basilicata, bisogna rimettere al centro le parole partecipazione, democrazia e trasparenza. L’accesso alla formazione è il nodo centrale per la costruzione di una società con meno disuguaglianze in un’Italia che oggi presenta un altissimo tasso di dispersione scolastica, un crollo delle immatricolazioni universitarie e difficoltà oggettive per chi vuole studiare ma si trova in situazione di disagio, perché non è vero che la scuola è gratuita ma costa e viene così garantita solo alle classi sociali più abbienti. Insomma un tornare indietro”.

La scuola italiana ha certo bisogno di cambiamento ma la legge approvata a maggioranza e con voto di fiducia l’anno scorso ha cambiato l’istruzione pubblica italiana in peggio rischiando di toglierle la propria specifica funzione da strumento di democrazia, emancipazione e educazione alla convivenza. L’attenzione dei quesiti referendari si è concentrata su alcuni punti. Il primo, e forse il più controverso, è quello dell’alternanza, finalizzata, nelle premesse della 107/2015, all’occupazione ed all’orientamento. Il referendum chiede l’abrogazione dell’obbligo di 200 ore nei licei e 400 ore nei tecnico-professionale, lasciando le scuole libere di organizzare tali attività come hanno sempre fatto.

“Ma perché mai l’orientamento – ha spiegato il segretario nazionale Flc – deve essere realizzato dalle imprese e non dalle istituzioni scolastiche? Il fine dell’alternanza è quello di fornire al ragazzo la possibilità di riuscire a coniugare ciò che impara nella scuola e ciò che deve mettere in pratica nel lavoro. Un lavoro che non è solo nell’impresa visto che le maggiori opportunità occupazionali nei prossimi anni saranno nei beni culturali ed ambientali. Sarebbe più utile che il governo si concentrasse sulle difficoltà occupazionali che costringono i nostri giovani ad emigrare. L’alternanza è un processo didattico serio ma in questo momento le scuole hanno difficoltà nel realizzarla con tali obblighi e in Lombardia si mandano i ragazzi nelle sacrestie, in Veneto li mettono ad ordinare le biblioteche comunali. Sarebbe questo il processo didattico sbandierato da Renzi? E poi molte imprese ovviamente hanno fiutato il business: 400 ore nei tecnici professionali vuol dire un bel po’ di lavoro gratuito. La Flc Cgil rifiuta lo sfruttamento gratuito del lavoro”.

Inoltre per migliorare la scuola bisogna investire economicamente su di essa. Invece il governo fa l’opposto: le strutture cadono a pezzi, i 23 mila docenti dell’infanzia nelle graduatorie ad esaurimento non hanno contezza del loro futuro, gli Ata non vengono sostituiti, chi aveva maturato professionalità e competenze nella scuola rischia di vedere vani i propri sacrifici.

“Tutti i dati – ha aggiunto Pantaleo – ci dicono che l’Italia è uno dei paesi che investe meno in istruzione e formazione perché nella testa di chi ci governa c’è l’idea che serve un sapere minimale e che bisogna invece potenziare il processo addestrativo. Renzi pensa che il finanziamento privato debba sostituire quello pubblico, ne è un esempio lo school bonus: la Flc Cgil ritiene che le erogazioni liberali non dovranno più essere riservate alle singole scuole, ma all’intero sistema scolastico. I fondi che il privato dà all’istituzione scolastica non possono e non devono andare su una singola scuola ma redistribuiti su tutto il sistema perché è chiaro che i contributi resteranno nelle scuole più prestigiose creando ancora più scollamento tra Nord e Sud, tra aree forti e meno del Paese e nelle stesse città tra scuole centrali e periferiche”.

L’altro nodo centrale riguarda i poteri del dirigente scolastico e si chiede l’abrogazione della chiamata diretta degli insegnanti sugli ambiti territoriali per incarichi solo triennali. “Il dirigente scolastico nella scuola ha funzione didattica, di organizzazione e ha il compito principale di far interagire l’istituzione scolastica con il territorio. Ma per far ciò nelle scuole vi è bisogno di cooperazione, collaborazione, di tenere insieme professionalità, competenze e figure che spaziano dai genitori, ai docenti, agli Ata, agli allievi: insomma una comunità. Ma prevale l’impianto gerarchico dell’impresa, sistema peraltro superato, dato che le organizzazioni aziendali moderne puntano ormai all’integrazione tra competenze e professionalità. Un governo che si è inventato la chiamata diretta, cercando di mettere in contrasto il corpo docente al proprio interno ed adottando una logica neo corporativa di difendere gli interessi di alcuni ma non di tutti. Gli effetti sono nefasti perché viene lesa la libertà d’insegnamento in quanto i docenti saranno inevitabilmente condizionati dal giudizio del dirigente scolastico, visto che egli può non confermarli per il triennio successivo e si realizzerà una totale discrezionalità tra docenti da lui ritenuti bravi e quelli da lui non ritenuti bravi. Su quali regole o criteriˮ?

E qui entra in gioco l’ultimo, ma non meno importante, quesito referendario che chiede di abrogare la valutazione del merito da parte del dirigente scolastico ripristinando le funzioni precedenti del comitato di valutazione (Dl 297/94) e di attribuire il fondo per la valorizzazione dei docenti alla contrattazione.

“I docenti e il mondo della scuola sono favorevoli alla valutazione sia del sistema scuola che del loro operato ma in paesi seri – ha concluso Pantaleo – la valutazione viene realizzata da una pluralità di soggetti terzi e indipendenti rispetto all’ente, il concetto di meritocrazia ha criteri chiari e trasparenti. L’attuale legge assegna al comitato di valutazione dei parametri generici e la valutazione finale, con la distribuzione degli incentivi sulla meritocrazia, spetta al dirigente. In Italia nella P.A. il dirigente può valutare, ma non spetta di certo a lui l’assegnazione dell’incentivo economico, come introdotto dalla riforma e che invece dovrebbe restare competenza della contrattazione. Inoltre solo il 10% del personale potrà fruire dell’incentivo. Ed il restante 90% di docenti preparati e competenti? E su quali criteri il dirigente sceglierà? Ecco perché la Flc chiede anche qui di abolire, tramite quesito referendario, il passaggio normativo”.

Insomma l’invito è chiaro: la scuola non è un’azienda come pensa Renzi e company ma un mondo complesso, articolato, la cui esistenza è sancita dalla Costituzione e per questo un bene inviolabile. Che il mondo della scuola e non solo esso si attivi.

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