Agata Balsamo, dirigente dell’Istituto Comprensivo di Cassibile: “Se non insegnassimo accoglienza e inclusione rimarremmo fuori da ogni dinamica sociale”. Ciccio Magnano e “la comprensione dell’altro come test di efficacia pedagogica”
La Civetta di Minerva, 1 aprile 2016
“Alcune persone sono nella società senza essere nella società”. L’affermazione di Louise de Bonald affiora tra le pagine del volume Cittadinanza di Etienne Balibar come monito alla riflessione sulle dinamiche di inclusione e di esclusione che caratterizzano le società nelle varie epoche storiche e che oggi come ieri alimentano drammatiche asimmetrie.
Monito che, in questi giorni in cui l’assedio delle nostre vite da parte del Nemico invisibile si fa più serrato e gli Stati rivelano le loro crepe nei sistemi di sicurezza pubblica, ci invita a confrontarci con l’identità dei kamikaze dell’ISIS, molti dei quali, indipendentemente dalle loro origini etniche, sono cittadini belgi, francesi, europei. Coinquilini delle nostre banlieue di cui nulla o poco sappiamo.
Giovani apparentemente integrati che “beneficiano di diverse prerogative attinenti all’appartenenza alle nostre nazioni”, per i quali il fanatismo, con la sua promessa di riscatto attraverso la morte, è più attraente della nostra stessa civiltà pluralista, democratica e partecipativa.
La sfida, dunque, non può giocarsi solo sulle tavole rotonde delle politiche internazionali, configurandosi piuttosto come una guerra totale che va combattuta su tutti i fronti anche e, in particolar modo, su quello del confronto fra civiltà, della Cultura, della Scuola.
Proprio perché nelle madrase, ci ricorda Ciccio Magnano, direttore del centro di prima accoglienza Don Bosco “col pretesto dell’alfabetizzazione, certi cattivi maestri educano alla Jihad islamica e all’odio verso la modernità e la democrazia”, bisogna partire dalla Scuola per promuovere accoglienza e integrazione, le nuove frontiere della Pedagogia.
Ma l’accoglienza in sé, da sola, non è integrazione né dialogo fra culture, come documenta Agata Balsamo, dirigente scolastico dell’Istituto Comprensivo Falcone Borsellino di Cassibile, a cui abbiamo chiesto in che modo la convivenza multietnica degli studenti della scuola si riflette nelle dinamiche di inclusione del Comune.
“La scuola – dichiara la Balsamo – ospita circa 650 alunni; il 14% sono stranieri. La maggior parte di questi è di provenienza nord-africana, per lo più marocchina, di religione islamica. Il rione ospita anche una costruzione adibita a moschea e nel pomeriggio diversi alunni la frequentano. Mi sono preoccupata di incontrare l’imam per cercare di stabilire un dialogo sui valori, ma ho capito che non è semplice perché l’atteggiamento è un po’ sfuggente. In certe famiglie è il padre a venire a scuola e occuparsi dell’istruzione dei figli. Per sentito dire, so che ci sono donne che non escono di casa, ma che sono molto ospitali se si va a trovarle, come hanno fatto alcune maestre. Diverse bambine portano il velo anche in classe. Mentre a scuola i bambini si frequentano senza grossi problemi, mi pare che fuori non ci sia l’abitudine a stare insieme; in particolare non mi capita di vedere famiglie africane e famiglie italiane interagire o frequentarsi”.
Dunque, quali sono le principali problematiche che si incontrano nel promuovere una paideia multiculturale?
“Uno dei problemi potrebbe essere costituito dalle tradizioni legate alla religione cattolica che a volte ‘passano’ con poca riflessione nella pratica didattica (ad esempio la recita natalizia, alla quale ho visto con sorpresa partecipare diversi ‘angioletti’ africani oppure sontuosi re magi, ma non so fino a che punto altri fossero a casa). Diversi alunni non si avvalgono dell’insegnamento della religione cattolica, ma a volte vengono in chiesa in occasione di momenti di riflessione. Ecco, bisognerebbe ripensare un po’ di più a modalità che favoriscano la reciprocità. Anche sulle differenze di genere e relativi stereotipi occorrerà lavorare, perché abbiamo notato l’espressione di posizioni discriminatorie molto esplicite a volte nei ragazzini, sia stranieri sia italiani”.
Una classe multiculturale non costituisce una significativa sfida per gli insegnanti?
“La classe multiculturale è sempre una sfida perché non ci sono proposte valide sempre e comunque, soprattutto in una realtà complessa come questa”.
Quali linee didattiche sono seguite dalla scuola per promuovere l’integrazione? Quali le iniziative destinate alla formazione degli insegnanti non solo sui temi dell’accoglienza e dell’integrazione ma anche sulla “cultura del mare”?
“La scuola ha deliberato un protocollo di accoglienza per gli alunni stranieri già da tempo, ma non sono in atto iniziative di formazione specifica, sia per le esigue risorse disponibili, sia perché molti problemi a scuola sono legati a situazioni di degrado che non guardano molto alla provenienza dell’alunno ma a emergenze educative che coinvolgono tutta la società occidentale: famiglie divise che hanno perso la capacità di orientare i figli; povertà materiale e sociale; episodi di bullismo”.
Come dunque far sì che nella scuola le differenze culturali non rimangano categorie incapaci di comunicare tra di loro e all’esclusione esterna di chi rimane al di là dei muri di filo spinato si aggiunga un’esclusione interna, che non dipende più dallo stato giuridico?
Invitato di recente a un dibattito sui diritti umani promosso a Siracusa da Amnesty International, Ciccio Magnano ha spiazzato gli studenti presenti con interrogativi stranianti che hanno promosso “l’esercizio alla comprensione dell’altro come test di efficacia pedagogica”.
Concordiamo con Magnano: gli studenti posti di fronte alla storia dell’altro devono pensare “mi riguarda”, devono essere raggiunti da quell’effetto di disorientamento e curiosità che Gramsci chiama “colpo di spillo” e che costituisce la premessa necessaria all’ascolto, al dialogo, alla comprensione e all’empatia, “da cui discende l’accoglienza tout court”, a partire dalla quale, ci ricorda Magnano “si misura il grado di sviluppo di una civiltà. Una scuola che non insegna questo è destinata a rimanere fuori da ogni dinamica sociale”.

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