A Siracusa c’è un assoluto disinteresse. Se rigore e vigilanza del Miur non saranno molto alti, si rischia la dispersione “localistica” delle risorse
La Civetta di Minerva, 1 aprile 2016
Il Piano Nazionale Scuola Digitale, finanziato con ben 1 miliardo di euro, rischia di affogare nelle pastoie burocratiche e nei cavilli normativi. Già dall’ ottobre 2015 è stata emanata la circolare che ha definito i compiti e le funzioni della nuova figura degli animatori digitali nelle scuole, nominati dai Dirigenti scolastici non sempre con procedure trasparenti e “meritocratiche” ma, per ignoranza o incuria, come un’ennesima incombenza amministrativa cui adempiere o come la possibilità di favorire qualche “amico/a”. La nomina degli animatori digitali (spesso accolta con il disinteresse dei docenti e dei dirigenti) è avvenuta senza verificare la qualità dei nominati, la qualità delle azioni e dei progetti formativi cui dovevano essere funzionali.
E’ necessario che il MIUR controlli, anche attraverso visite di “ispettori” nelle scuole, la qualità e la conformità al Piano Nazionale Scuola Digitale delle azioni di Dirigenti e Animatori.
Uno dei problemi sta nella formazione al digitale degli insegnanti; il PNSD, prevede, la costituzione o il potenziamento di “snodi formativi territoriali” e sono state stanziate risorse per renderli più efficienti. Il fatto è che esistono già dei Poli formativi territoriali costituiti ai tempi dei governi Gelmini, Monti e Letta, ma i vecchi “Poli formativi”, salvo poche eccezioni, hanno dato larga prova di inefficienza e sono stati gestiti da Uffici scolastici regionali e Territoriali in maniera burocratica attraverso liste o graduatorie provinciali o regionali non “meritocratiche”, se non, addirittura, con criteri “clientelari”. Spesso, ad esempio, sono stati coinvolti nella formazione Istituti scolastici che sono stati sedi in passato di altri interventi formativi (CLIL, Valutazione ecc.) ma che non hanno nessuna esperienza specifica nel campo della “didattica digitale”.
Il risultato di questa selezione fa sì che oggi a formare gli animatori e gli insegnanti siano istituzioni scolastiche e “formatori” che spesso hanno poca competenza specifica, talora si sono “autocandidati” senza una verifica specifica delle loro reali competenze. Nello stesso tempo, non esiste, ad oggi, la possibilità che nuovi candidati si iscrivano in queste “liste di formatori” perché esse sono “chiuse” e non si prevedono nuove selezioni. Si rischia, perciò, di disperdere a pioggia i 10 milioni di euro all’anno, destinati dal PNSD ai poli: eppure il Piano Nazionale Scuola Digitale è chiaro nell’individuare il problema della qualità della formazione.
In moltissime regioni sia i docenti che gli enti accreditati, sovente, non hanno sufficiente competenza scientifica o metodologica, ma sono scelti, per lo più, sulla base di logiche di “relazione” già consolidate, di “lottizzazione” politica o istituzionale. L’inefficienza, quindi, si nasconde nei cavilli della burocrazia oppure nelle direttive regionali.
Il Piano Nazionale Scuola Digitale si sta scontrando nelle varie regioni e nei vari territori con la struttura “burocratica” della scuola italiana; nella nostra provincia sembra un problema di assoluto disinteresse. Già quest’organizzazione doveva essere profondamente riformata con il Piano di Sviluppo delle Tecnologie didattiche (1996) di Luigi Berlinguer. Un piano che vedeva nell’autonomia scolastica e nel principio di sussidiarietà le leve per sburocratizzare la scuola e renderla più competitiva. Quella stagione però è stata troppo breve, è durata solo per il periodo di permanenza di Berlinguer al Governo. Poi sono giunti gli anni oscuri del “berlusconismo” e della sterilizzazione di ogni ’“autonomia scolastica” attraverso i tagli lineari selvaggi e gli anni dell’attacco all’Istruzione pubblica attraverso la “squalificazione” mediatica e sociale del ruolo della scuola pubblica e dei suoi insegnanti.
Ora è giunto il tempo che si vigili con grande rigore sulla attuazione della legge 107 e del PNSD.Deve, infatti, essere condotta una vera battaglia politica per scardinare la logica delle ”competenze concorrenti” delle istituzioni locali (regioni e vecchie province) rispetto alla normativa nazionale in materia di scuola e soprattutto di innovazione digitale della scuola. Se il rigore e la vigilanza non saranno molto alti, si rischia che la dispersione “localistica” delle risorse e la “sordità” della burocrazia amministrativa depotenzi moltissimo quanto di innovativo e positivo è contenuto nel PNSD.
E’ una battaglia che deve essere condotta anche con strumenti non “convenzionali”. Ad esempio, una task force di ispettori indipendenti che nell’arco di un anno “visitino” le scuole pubbliche italiane e valutino sul campo lo stato di attuazione della riforma e del PNSD. Non è un’impresa impossibile. E’ un investimento che sarebbe molto più produttivo delle pur necessarie analisi statistiche annuali che vengono già condotte dall’INVALSI e dei monitoraggi dell’INDIRE; nel caso delle ispezioni “dirette”, il potere di controllo e correzione delle storture e delle inadempienze da parte del “centro” potrebbe essere molto più efficace e diretto. E’ un impegno difficile ma che non può non essere svolto se non si vuole perdere l’ultima occasione per il sistema scolastico italiano di provare a mettersi al passo con quello dei paesi più sviluppati d’Europa.

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