Amarcord del polo industriale. Molti dei nuovi assunti erano completamente a digiuno di un impianto industriale. Il risultato di questo traning on the job era un annientamento psicofisico. L’inquinamento mentale venne prima di quello ambientale!
terza puntata
La provincia di Siracusa, con l’esplosione del polo industriale, aveva attirato migliaia di persone da tutte le località siciliane, meridionali e dal resto d’Italia. Alla Rasiom, oggi Exxson, il primo manipolo addestrato nei lavori di raffineria era costituito da profughi di Fiume. E avvenivano diatribe fra manodopera locale e “trasfertisti” per avere un posto di lavoro.
In un primo periodo erano pochi i tecnici in turno qualificati nella grande industria petrolchimica. Alla squadra, guidata da questi tecnici, era inserito personale in addestramento. Così, oltre al loro lavoro, questi tecnici si trovavano con dei nuovi assunti completamente a digiuno di un impianto industriale. Il risultato di questo traning on the job, cui nei primi tempi si aggiungeva, facilmente, il raddoppio di turno, era un annientamento psicofisico. Era l’allontanarsi fisicamente e mentalmente dalla famiglia.
Bisogna considerare che la composizione dei turni, in quei tempi, poteva definirsi, a dir poco, massacrante. Il turnista doveva per una settimana lavorare di primo turno (dalle 6 alle 14), la settimana successiva passare al secondo (14/22), in terza settimana c’era il notturno (dalle 22 alle 6 del mattino seguente). Soltanto alla fine gli spettava una giornata intera di riposo per poi ripartire di nuovo. I turni non tenevano conto di giorni festivi, capitava che per anni di seguito una squadra passasse il Capodanno in impianto. Si era parte di un ingranaggio. In particolare nel turno notturno il ritmo biologico era completamente stravolto, perché ritornare dalla fabbrica di mattina cercando di dormire fra i rumori e frastuoni che sono presenti in una normale giornata, rialzarsi solo per pranzare e ritornare a dormire per qualche ora e dopo una leggera cena essere in impianto prima delle 22 per ricevere le consegne dal turno smontante, andando avanti così per una settimana, ci faceva diventare parte di un grande macchinario. Non esistevano più famiglia, amici, parenti, tutto rimandato a rari momenti e ai giorni di ferie.
Trascorrendo così tanti giorni e festività insieme alla stessa squadra questa diveniva, volente o nolente, una famiglia. L’azienda pensava a far apparire meno pesante le festività più sentite inviando negli impianti (ancora lo fa) panettoni, spumante e stelle di natale. Racconta un vecchio pensionato: ‟Negli anni ’60 da tecnico, provenivo da Porto Marghera, sono riuscito insieme alla mia squadra a fare 15 ore a turno per 15 nottiˮ.
Continuando il pensionato racconta: ‟Era una bella notte d’estate e l’impianto marciava regolarmente. Decisi di farmi una passeggiata. Avvertii il quadrista che avrei fatto un breve giro. Fuori il cielo era pieno di stelle e volli salire in alto su una colonna per guardare meglio quella coperta stellata. Arrivato in cima, sentii meno il rumore dell’impianto e ne arrivava meno di luce, così potevo ammirare meglio il tutto. Era semplicemente meraviglioso! Non potevo però stare lì a lungo e dopo quei pochi minuti discesi dalla colonna lungo la scaletta. Toccato terra, mi corse incontro uno dei miei operai dicendomi: <Capo, l’abbiamo cercata pensavamo fosse morto perché caduto in qualche posto nascosto>. ‟Perchéˮ? <C’è stata una fuga di ossido di carbonio e il rilevatore era guasto>. ‟Rimasi impietrito! La voglia di vedere meglio quel manto stellato sull’alta colonna mi aveva salvato da una sonnolenza mortaleˮ.
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Per comprendere meglio la genesi, lo sviluppo e la condizione di questa classe lavoratrice è utile approfondire alcuni aspetti. E’ chiaro che il diventare “aristocrazia operaia” per i lavoratori entrati nella grande impresa significava essere saliti di molti gradini nella scala sociale, ma questo suscitava anche un istinto di difesa nei confronti del mondo circostante. Questa categoria di lavoratori pensava di vivere in un pezzetto di paradiso, con la consapevolezza che doveva lottare contro chi voleva toglierglielo. Attorno vedevamo terra bruciata, disagi, incertezze. È così che molti si costruirono una storia fatta di presunti “nuovi valori”, già vecchi nel resto d’Italia, volendo far comparire inutili i valori della realtà in cui si era vissuti fino a qualche giorno prima. Così vecchie amicizie si scioglievano e chi, amico o parente, rimaneva escluso dall’entrata nella grande industria cercava in altri modi di salire nella scala sociale.
Capitò fra due stretti amici entrambi pescatori: uno entrò in fabbrica, posto sicuro, paga alta rispetto a prima. L’altro rimase al solito lavoro della pesca, sempre sicuro, ma con un introito più basso. Il comportamento dell’ex amico pescatore, isolato anche dal nuovo giro di amicizie del novello operaio, fu andare a pesca con rete a strascico e con bombe, prima mai fatta conoscendone le conseguenze negative, ma era l’unico modo veloce per ottenere un maggiore guadagno in maniera da poter così competere con l’ex amico. Sapeva, a lungo termine, quale sarebbero state le ricadute, ma doveva competere nelle entrate e nella spesa.
Questi episodi mostrano, in maniera evidente, come prima dell’inquinamento ambientale avvenne “l’inquinamento mentale”, tutto a vantaggio della realtà dominante. Fu una valanga travolgente, il consumismo insieme alla disgregazione che dilagò in pochissimo tempo ponendosi come cappa su tutto. Il risultato finale fu quello di rendere tutti più docili e consenzienti alla logica capitalistica dall’industrialismo, unico pilastro onnisciente e onnipotente. Si entrò nella logica della subalternità a quanto proveniva dall’esterno, positivo o negativo. In quest’atteggiamento si avvertivano meno le contraddizioni fondamentali del rapporto capitalismo-sottosviluppo, concentrazione-svuotamento, perché il grande complesso non solo era separato rispetto al tessuto produttivo dell’area circostante, ma provocava l’isolamento anche tra gli addetti dei vari settori.

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