Ecomostro Talete, meglio valorizzarlo anziché demolirlo

Il modesto suggerimento di un cittadino del contado agli amministratori e uno spunto al dibattito degli esperti sul tema del parcheggio Talete

 

Un recente numero della Civetta ha ospitato diverse opinioni sulla sorte da assegnare al parcheggio Talete. E tra esse anche le perplessità espresse dall’architetto Vincenzo Latina, che, giustamente, non approva l’idea della eliminazione di un obbrobrio per poi realizzare un parcheggio “a raso terra” con lo stesso numero di posti auto. L’eventuale demolizione, a suo avviso, dovrebbe andare di pari passo con lo spostamento dell’area di parcheggio fuori dall’isola. «Le auto dovrebbero fermarsi prima dei ponti, così da far diventare lo spazio attuale […] un luogo di decantazione: un piacevole giardino a mare, un vero giardino attrezzato dove fare sport e, attraverso nuovi e leggeri pontili, poter godere del mare. Se è così, allora ben venga l’idea di demolire il parcheggio ma allora bisognerà pensare con progetti appropriati e di grande qualità. Anche perché la demolizione del parcheggio comporterebbe la realizzazione di una discarica di inerti speciali di circa 12.000 metri cubi». O in alternativa, ipotizziamo noi, forse comporterebbe il pagamento delle spese occorrenti per il conferimento dei rifiuti speciali alle ditte private che si occupano della frantumazione e della rivendita degli inerti recuperati.

Giustamente l’architetto Latina usa il condizionale e non sembra molto fiducioso nella bontà dell’idea di una demolizione. E suggerisce scelte più meditate: «Io credo che la città meriti di più: meriti scelte coraggiose che interpretino al meglio le potenzialità dell’area. Il mondo ci guarda. […] Non si possono fare altri errori».

Condividiamo. Ed invitiamo anche noi ad una attenta riflessione. Il parcheggio nacque come appendice ad un’opera che doveva servire a scopi di protezione civile: rendere più agevole una evacuazione dell’isola in seguito a qualche evento sismico. Ma certe menti bacate ebbero l’idea di concepire un tunnel come opera di protezione civile atta a favorire l’esodo da Ortigia in caso di sisma (e di correlato rischio di maremoto). Una assurdità palese! Contro la quale si mobilitarono molte teste pensanti e vari comitati cittadini. Chi scrive ricorda ancora l’impegno del Comandante Martin e di tanti giovani e meno giovani che si riunivano allora in Via Cavour, in un locale che l’avv. Corrado Piccione metteva a disposizione di circoli, associazioni e cittadini animati da impegno civico. La costruzione dell’insulso tunnel fu scongiurata, ma il parcheggio divenne una realtà.

La struttura sarà architettonicamente obbrobriosa, ma è tuttavia utile. Certo sarebbe più utile se non si allagasse ad ogni pioggia o se il pavimento fosse stato realizzato con opportune pendenze e con opere di smaltimento delle acque piovane. Certo non si trattò di un uso appropriato di un finanziamento che era finalizzato ad un’opera di protezione civile. Certo ci sembra appropriata la critica relativa a quella che fu una vera e propria «distrazione di risorse». E certo quella che da parte nostra è solo una critica potrebbe apparire agli occhi della magistratura una «distrazione» perseguibile. Certo sarebbe stato più utile se, conformemente alla finalità del finanziamento, fosse stata costruita un’altra via di collegamento tra Ortigia e la terraferma, da utilizzare sia in caso di sisma che per le esigenze ordinarie. Un’altra via di fuga antisismica e praticabile in condizioni di emergenza; abbastanza alta e resistente da non dover essere sommersa da un’onda di eventuale terremoto; non certo un demenziale tunnel.

Ma tant’è: ci ritroviamo con quella che fu concepita come opera di appendice al raccordo e senza l’opera principale. Intanto il ricordo del terremoto del 13 dicembre del ’90 si è affievolito e gli amministratori hanno pensato di dover abbattere il ponte in cemento che esisteva dietro l’ex palazzo delle poste. Era veramente così ammalorato da rendere preferibile la demolizione ad un consolidamento? A noi non sembrava così malridotto. Non siamo dei tecnici, ma anche qualche esperto ci pare abbia espresso perplessità. E poi, quanto sarebbe costato sostituire solo le travi prefabbricate in cemento armato a struttura pretensionata se le spalle del ponte erano in buone condizioni? Quel ponte era così pleonastico da risultare eliminabile senza esitazione? Ma se esso e quello umbertino non erano sufficienti, al punto che fu opportuno aggiungere quello provvisorio del genio militare! I nostri lettori ricorderanno ancora che tale ponte Bailey (sicuro se utilizzato nel rispetto dei limiti di portata) si curvò sotto il peso di un autocarro che trasportava sabbia, provocando la morte dell’incauto conduttore, che non avrà badato all’indicazione relativa ai limiti di peso sopportabili dalla struttura. E ricorderanno che, proprio per ovviare all’insufficienza di due soli ponti, fu realizzato il terzo, stabile, in proiezione di Via Malta.

Come mai allora recentemente si è pensato di abbattere il ponte in cemento, invece di restaurarlo o di consolidarlo o di sostituirne semplicemente le travi? E come mai si pensa a smantellare il parcheggio Talete invece di abbellirlo o di renderlo più fruibile?

Di ogni intervento bisognerebbe innanzitutto calcolare, comparativamente, il rapporto fra costi e benefici. Come sommessamente e saggiamente ci pare che abbia suggerito l’architetto Latina. Lo si è fatto? O si sparano cavolate al buio? Meditate, siracusani. Meditate! E, in fatto di cavolate, lasciate che a proporne qualcuna siamo i cittadini del circondario e i non addetti ai lavori. Se sbagliamo noi, nel suggerire, i nostri errori saranno privi di conseguenze e facilmente dimenticabili; ma se sbagliate voi nel realizzare (o, ancor peggio, nel demolire), gli errori avranno un peso notevole. E saranno ricordati con disappunto dai vostri figli. Ebbene, noi del contado o dei paesini dell’entroterra, ci permettiamo di offrirvi i nostri suggerimenti. Gratis. Ben venga un provvedimento di pedonalizzazione totale di Ortigia (o di concessione dell’uso dell’auto solo ai residenti), ma il provvedimento va associato alla disponibilità di un parcheggio attiguo all’isola o ubicato in un lembo dell’isola collegato alla terraferma. Pertanto, ci pare che il parcheggio Talete dovrebbe essere considerato ineliminabile, almeno sino a quando un’area altrettanto vasta o più estesa non sarà adibita a parcheggio sulla terraferma in aggiunta a quelle oggi esistenti. Insufficienti.

Quanto alla bruttezza dell’opera, perché non prendere in considerazione il suggerimento dell’architetto Truppi (che voleva farne la tolda di un finto veliero)? O, aggiungiamo noi, perché non realizzare sopra quello che chiamate l’ecomostro una «terrazza di Archimede»? Immaginiamo sul lato mare una coclea che sollevi l’acqua marina per farla defluire in un gioco di cascatelle; un piccolo tratto di «muro dionigiano» ricostruito magari in scala ridotta e affiancato da una «mano di ferro» protesa ad artigliare una imbarcazione spintasi sottocosta; sul ciglio del terrazzo una statua del geniale inventore degli specchi ustori (simile a quella esistente nell’atrio del Liceo Corbino); e poi una bilancia ad acqua, che renda evidente ai ragazzi il principio di Archimede: un corpo galleggiante su cui si possa salire per constatare l’effetto del maggiore affondamento (o dello spostamento di un maggior volume e peso di acqua) mediante lo spostamento di una leva (a cui sia appesa la pedana galleggiante) lungo un arco graduato che indichi il peso. Tra parentesi, ricordiamo che lo studio delle leve fu uno dei tanti interessi del genio siracusano. E sul terrazzo vari giochi per ragazzi potrebbero esemplificare l’applicazione del principio delle leve e illustrare come esso si applichi anche agli ingranaggi di ruote di vario raggio.

Insomma, il terrazzo potrebbe essere una sorta di museo all’aperto di congegni archimedei, sapientemente ricostruiti in ferro o in legno trattato per resistere alle intemperie. E sopra e intorno vialetti, panchine, qualche chiosco, pontili, percorsi pedonali, ecc. Insomma il terrazzo e le aree limitrofe potrebbero benissimo essere valorizzate. Senza per altro escludere la possibilità di realizzare ormeggi per piccole imbarcazioni da diporto o da turismo. Ma… tutto questo dovrebbe convivere con una necessaria struttura di collegamento viario con la terraferma. Se non si vuole ripristinare il ponte demolito (che non fu mai ben raccordato con la viabilità esterna all’isola), si pensi ad un collegamento con la zona dello sbarcadero, che potrebbe congiungere l’isola alla viabilità in direzione Nord, oggi potenziata dalla eliminazione della cintura di ferro.

Ci permettiamo di immaginare una soluzione vagamente archimedea: una sorta di coclea o di stella filante le cui spirali poggino su solidi blocchi di fondazione emergenti dal mare ad intervalli opportunamente studiati per consentire il passaggio di velieri con alberature di dieci o dodici metri, sotto le volute del nastro filante a coclea. Su tale struttura portante a spirale «volerebbe» il nastro viario, interlacciato alla sottostante coclea da collegamenti a traliccio, strutturalmente sinergici. In altre parole si potrebbe trattare di un collegamento funzionale tra un nastro viario ad arco (o ad arcobaleno) tra l’isola e lo sbarcadero e una sottostante struttura cocleare (a nastro filante) le cui volute, nella parte inferiore risultino fissate su robustissimi piloni quadrati, di sei metri per sei, emergenti un paio di metri dal mare. Un traliccio di ferro tra due forme diverse di nastri; una struttura antisismica, elastica (per la caratteristica dei materiali, della struttura e delle tolleranze previste), resiliente, iperstatica (per ridondanza di appoggi e vincoli) e, ad un tempo, “dinamica” nella forma.

A noi visionari una tale idea piace, ma non ce ne vogliamo innamorare; gli architetti sapranno certamente proporre (ed anche studiare con attenzione rivolta alla concreta fattibilità) soluzioni certamente migliori. Ci siamo semplicemente divertiti a suggerire qualche spunto ad amministratori troppo sbarazzini, che, a cuor leggero, preferiscono demolire piuttosto che conservare, valorizzare, perfezionare, sviluppare, raccordare il nuovo alle memorie più antiche, ecc.

Demolire un ponte (prima di averne realizzato uno diverso, più bello o più funzionale) a noi è sembrato un crimine morale. Non vorremmo che l’errore si ripetesse anche con la demolizione dell’ecomostro. Quella struttura, pur utile, potrà essere “catacombata” attraverso la realizzazione di qualcosa di nuovo, di bello e di interessante che la sommerga senza distruggerla. Forse. Ci limitiamo a ripassare la parola agli esperti. Nella speranza che il politici più disinvolti non compiano qualche colpo di mano.

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