“I miei genitori nemmeno se ne accorgono che mi sono fatto una canna”

Il difficile mondo dell’adolescenza cerca l’indipendenza dai genitori nei pub e nelle discoteche a bere cocktail shortini, birre, vodka fino ad ubriacarsi e a vomitare anche le budella

 

Leggevo qualche giorno addietro il messaggio drammatico e forte di un prof. della scuola di Pordenone, la stessa frequentata dalla ragazzina che ha tentato il suicidio perché vittima degli atteggiamenti da vero e proprio “bullismo” delle compagne di classe; lettera che non solo è un duro rimprovero ai ragazzi coinvolti nell’evento accorso ma anche, e soprattutto, all’indirizzo dei genitori e al mondo degli adulti in generale.

Credo che una copia di tale lettera meriterebbe di essere letta ai ragazzi di tutte le scuole d’Italia, parafrasando uno slogan di qualche anno fa dei Forconi da Pordenone fino a Siracusa (il pestaggio della tredicenne ad opera di una quindicenne e con l’avallo dei compagni di gruppo pronti ad accanirsi sulla sventurata vittima) prima di ogni lezione, e ai genitori troppo presi dalle loro monotonie quotidiane e che spesso purtroppo, come testimoniato da studi psico-pedagogici, non conoscono affatto i loro figli, non sanno nulla della loro vita adolescenziale quando rientrano a casa dalla discoteca il sabato notte (o addirittura tutte le sere della settimana), e che a tavola si comportano come in un pub, da perfetti estranei.

Papà e mamma in questa nostra società ipocrita che scende in piazza per difendere l’immagine della famiglia tradizionale da Mulino Bianco, un’immagine in realtà vuota se si pensa che le due figure sono solo un facile ripiego da cercare solamente quando serve la “paghetta settimanale” per andare in giro con gli amici a trascorrere le serate tra pub e discoteche a bere cocktail, shortini, birre, vodka: uno…due…tre… fino ad ubriacarsi e a vomitare anche le budella; fumare per sentirsi Adulti ed essere indipendenti da quei genitori, che tanto neanche “se ne accorgono che mi sono fatto una canna”.

Una famiglia tradizionale che non si accorge che i propri adolescenti sono inquieti ed irrequieti, con lo sguardo assente, perso nel vuoto, che non stanno ad ascoltare i prof a scuola e che dietro l’apparente atteggiamento di “menefreghisti”, “maleducati”, magari covano rabbia perché nessuno li ascolta o li lascia comunicare liberamente quello che hanno dentro il loro animo e che li fa star male.

Ragazzi e ragazze con troppa fretta e voglia di crescere che si manifesta con evidenza nel comportamento, nel linguaggio e nel vestire e che li porta ad annullare ogni forma di empatia e di rispetto verso gli altri coetanei, ritenuti ” diversi “, “sfigati”, “deboli” e che accrescono, complici i modelli culturali negativi che arrivano dalla TV, specchio dell’orribile società decadente in cui viviamo, smisuratamente il proprio Io assoluto individualistico, anche se ciò significa “trasgredire” ed uscire dalle “regole”. Gli adolescenti di questa nostra epoca sono sempre più a “rischio” non perché siano malati, ma perché nel sangue di ogni adolescente è presente una sorta di “nitroglicerina” che li “eccita”, che li spinge a conoscere e a capire: cosa mi sta accadendo? cosa voglio diventare? come mi accoglierà la società? cosa si aspettano gli altri da me? come posso essere me stesso e allo stesso tempo non deludere i miei genitori? chi e come potrà amarmi oltre a loro? Sono solo un piccolo esempio dei dubbi e delle incertezze che li assillano  in questa fase estremamente difficile.

Questo è il dramma moderno della nostra società: l’avere creato un esercito di ragazzi smarriti, psichicamente fragili, che vivono le loro giornate senza limiti e per questo motivo sono stati definiti, in un seminario dedicato all’adolescenza e alle problematiche che essa si porta dietro, dei figli di Epimeteo, il dio della mitologia greca che agiva senza mai pensare e senza mai porsi il problema delle conseguenze che potevano esserci a causa delle proprie azioni. Ad esempio: quando per futili motivi si aggredisce e si picchia a sangue una coetanea, rea di avere corteggiato lo stesso ragazzo che piace ad entrambe, oppure quando ci si prostituisce ammettendolo, come se fosse un fatto apparentemente “normale” o “consuetudinario”, al fine di poter acquistare un iphone senza dover chiedere i soldi ai genitori.

Oggi gli adolescenti hanno abbattuto il paradigma freudiano del “senso di colpa” freudiano, vissuto in rapporto ai tempi di crisi che stiamo attraversando dal punto di vista sociale, politico ed economico.

L’adolescente del nostro tempo presenta, dunque, il “paradigma di Epimeteo” (riflettere dopo), ovvero il “senso di inadeguatezza”, della pazzia, del vizio, della falsa speranza , appunto del riflettere dopo, ad azione eseguita. Gli  adolescenti sentono la necessità di fare tutto senza porsi mai dei limiti di azione, tutto per loro deve avvenire subito e quando falliscono si giustificano non con il senso di colpa ma con quello di inadeguatezza. Gli adolescenti dovrebbero sperimentare il “senso del limite” o della “finitezza”, apprendere che non è con il negare il dolore, bensì con il saper convivere con esso che si diventa veramente “adulti”.

La vera scommessa dei genitori e degli educatori dovrebbe essere quelladi trovare un giusto metodo comunicativo e di ascolto, non improntato solo ed esclusivamente sull’autorità e sull’imposizione, che serva a ricondurre i nostri ragazzi ad essere figli di Prometeo, il dio che donò agli uomini liberi le Virtù e la Razionalità. Una missione difficile ma ci si deve impegnare, perché si rischia di avere una società fatta di uomini e donne privi di ogni empatia ed inibizioni.

La scuola deve non solo saper insegnare le discipline da un punto di vista didattico o teorico ma deve educare i ragazzi a saper “pensare”, ad essere in grado di “prendere coscienza dei propri atti verbali e non verbali”. Se si pensa di poter delegare questo impegnativo compìto alla sola scuola si rischia di cadere in un grande errore di fondo. L’ educazione ed il rispetto verso se stessi e verso gli altri deve, in primis, partire dal gruppo primario che è la Famiglia. I primi modelli identificativi che concorrono a plasmare l’identità psichica di un adolescente sono sempre i genitori; anche l’atteggiamento, a tratti di ribellione, verso l’autorità genitoriale non deve mai trarre in inganno: tali gesti nascondono sempre un bisogno di “emulazione” e di “essere gratificati” dal genitore, percepito come lontano da sé e dal quale si vorrebbe ricevere una carezza o un gesto di “approvazione” per le scelte intraprese. Con il supporto adeguato di una rete costituita da: famiglia, scuola, educatori, specialisti l’adolescente deve essere ricondotto alle “regole”: dargli il senso della finitezza del proprio corpo e del limite delle proprie azioni.

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