Dimensionamento, gioco della corda tra gli istituti della provincia

Sono stati uniti indirizzi di studi lontanissimi tra di loro (a volte anche una lontananza geografica) non solo facendo strage di identità e percorsi culturali specifici, spesso fiori all’occhiello di comunità cittadine, ma anche rendendo complicatissima la gestione amministrativa delle segreterie

 

Le ultime decisioni dell’assessore regionale all’Istruzione Bruno Marziano, nell’ambito del dimensionamento degli istituti superiori della provincia, hanno suscitato polemiche e contestazioni da parte di moltissime scuole; poche quelle soddisfatte: quelle alle quali, forse solo per qualche breve stagione, è stata “restituita” l’autonomia.

Val forse la pena di ricordare subito che la legge di riordino del sistema scolastico in Italia ha avuto un unico determinante obiettivo “strategico”: quello di ridurre e contenere le spese del personale amministrativo e delle dirigenze. Un criterio freddamente numerico che ovviamente non ha tenuto conto né di tradizioni né di identità culturali né di esigenze territoriali. Una scelta che non ha stupito chi nella scuola lavora perché è ormai ben chiaro a tutti quali siano state le politiche scolastiche degli ultimi decenni, non diverse da quelle del sedicente rottamatore Renzi: tutti rottamatori del sistema nazionale della pubblica istruzione, di una scuola non più intesa quale istituzione statale garantita dalla Costituzione, alla quale progressivamente si è sottratta, e si sta sottraendo, la essenziale funzione di collante culturale del Paese e di promozione delle nuove generazioni, quindi del futuro stesso della nostra terra. Ma il discorso ci porterebbe troppo lontano e quindi torniamo ai numeri, alla logica asettica di addizioni e sottrazioni.

Nel generale piano di dimensionamento scolastico, la Sicilia, regione autonoma, ha potuto applicare la soglia minima di 600 alunni, e non di 900 come nel resto del Paese. Una possibilità momentanea comunque, soprattutto date le nuove disposizione della legge 107 (quella che altri definiscono della “buona” scuola), un dato da tenere ben presente perché cardine della nostra riflessione.

Giocando così sui numeri, da tre anni a questa parte è iniziato l’accorpamento di diversi istituti in ambito provinciale e, volendo accettare come inevitabile e necessario il processo di razionalizzazione/risparmi, si sarebbe potuto ritenere come ovvio che i criteri seguiti avessero  almeno una parvenza di logicità, di raziocinio, di progetto lungimirante, di una programmazione elaborata con intelligenza e sensibilità, tale da resistere nel tempo.

Nulla di tutto questo: i giochi matematici hanno seguito regole misteriose, o, forse più verosimilmente, indicazioni meramente politiche, quelle destinate a cambiare e poi a ricambiare a distanza di pochi mesi, in quella girandola di assessori che è uno dei segni distintivi della pessima conduzione targata Crocetta.

Sono stati uniti indirizzi di studi lontanissimi tra di loro (a volte anche una lontananza geografica) non solo facendo strage di identità e percorsi culturali specifici, spesso fiori all’occhiello di comunità cittadine, ma anche rendendo complicatissima la stessa gestione amministrativa delle segreterie, non sempre e non tutte preparate ad affrontare carichi di lavoro particolarmente onerosi da svolgere con competenze tecniche peculiari.

Per scarti numerici risibili, si sono cancellati d’emblée istituzioni storiche prestigiose, come è accaduto al liceo classico Tommaso Gargallo di Siracusa, aggregato per uno scarto di 15 studenti, ma non diversamente da quanto accaduto in tutt’Italia data la sensibile flessione delle iscrizioni a questo indirizzo di studi.

Una sorta di guerra feroce che non ha avuto alcun rispetto per le vittime lasciate sul terreno.

Il dimensionamento dell’assessore Marziano. Oggi la storia si ripete. E si ripete addirittura immaginando popolazioni scolastiche inesistenti. Eppure, sebbene per i matematici puri non è vero che uno vale uno, per la gente comune la matematica, i numeri, restano pur sempre una delle poche certezze della vita e quindi, ragionando esclusivamente in termini numerici, dovrebbe essere impossibile commettere errori, prendere cantonate, creare confusione e disorientamento.

Al Liceo Classico Gargallo viene “restituita” l’autonomia nonostante i suoi studenti neanche raggiungano il limite imposto ma si fermino a quota 577 e nonostante il neo-nato liceo musicale appartenga giuridicamente, a tutti gli effetti, al Corbino, unico istituto riconosciuto. Non è stato dato nessun peso alla considerazione che ormai, per quanto possa essere motivo di rammarico e sofferenza, l’indirizzo classico è diventato scelta di nicchia, opzione di un sempre minor numero di studenti e non appare nessun segno di un possibile ripensamento, di un ritorno ai fasti della scuola gentiliana. Né è stato valutato più di tanto il fatto che l’indirizzo musicale, per la sua peculiarità, non potrà mai divenire scuola di massa: ostano le stesse difficoltà di studi nel dna di pochi privilegiati e, soprattutto, le limitatissime possibilità di occupazione futura in un mondo che dell’arte per lo più fa strame. Né infine si teme l’ultima parola del MIUR, pronubo il sottosegretario di Stato Davide Faraone che della scuola è notoriamente un esperto, per personale curriculum oltre che per incarichi (!), nonché qualche nostrano deputato nazionale come dimostrano recenti dichiarazioni dell’onorevole Pippo Zappulla.  

Era stata invece negata, senza alcuna valida motivazione, l’autonomia al classico di Augusta, nonostante i 689 studenti, provocando le giuste rimostranze del corpo docente. Forse perché mancava una richiesta scritta di almeno 30 insegnanti motivati da un inossidabile senso di appartenenza così come accaduto per il Gargallo? Forse perché la lotta per la difesa della scuola megarese non è mai stata nell’agenda politica degli ex assessori (regionale) Sgarlata e (comunale) Lo Giudice o di un politico influente e decisionista?

A Floridia si è festeggiata la ritrovata indipendenza del liceo scientifico (ancora in tandem con quello di Canicattini Bagni) liberato dal giogo del Filippo Juvara di Siracusa (unione, in origine, aberrante) che è stato invece aggregato all’Einaudi di Siracusa, perdendo quella posizione dominante che oggi torna a rivendicare pur se a danno del nuovo associato.

E all’OPA dello Juvara sul Gagini (la proposta alternativa) si oppone quella dell’Insolera sullo stesso Juvara.

A dirimere la querelle, a seguito di chissà quali profonde valutazioni, il tavolo tecnico regionale del 22 dicembre 2015 ha poi optato per il Giano Juvara-Gagini. Scontata, e immediata, la veemente protesta della dirigente Simonetta Arnone, determinata a non farsi vincere da “interessi di parte che nulla hanno a che vedere con unicità di percorsi formativi, bisogni dell’utenza, bene comune”.  

Inizia così il gioco della corda: chi (la dirigente Arnone) tira per istituire il “Polo delle arti e dei mestieri” (artistico Gagini più ITAS “P.ssa Giovanna di Savoia” aggregando l’IPSIA “Calapso” che è ora però con l’alberghiero), chi (lo Juvara) di confermare nell’unione Juvara-Gagini quanto già di fatto esistente nella istituzione del tecnico superiore Fondazione Archimede (recente possibilità post universitaria).

Dibattiti mortificanti in cui ciascuno porta le proprie ragioni (anche di presunta superiorità), in cui diventa regola il “mors tua vita mea”, in cui sottobanco si cercano gli sponsor e gli appoggi più efficaci in quanto via ritenuta più facile al conseguimento del proprio scopo.

Le scuole nel caos – Le scuole intanto vivono una condizione di delirante paralisi: chi ha cercato di superare comunque le inevitabili difficoltà di unioni calate dall’alto, dopo tre anni di impegno per creare armonia e accordo non solo tra docenti “l’un contro l’altro armati” ma purtroppo anche tra studenti che non sanno liberarsi dai condizionamenti, assorbiti inconsapevolmente, dei loro stessi professori – proprio loro, i giovani che dovrebbero fare la differenza, essere portatori di cambiamento, superare pregiudizi e insulsi arroccamenti pseudo culturali -, si trova impantanato in situazioni di stallo, con l’attenzione solo rivolta ai nuovi problemi di bilancio che la divisione porta con sé, come in un qualsiasi divorzio. E, soprattutto, nell’impossibilità di elaborare, nel caos e nell’incertezza totale, quel piano dell’offerta formativa triennale cardine della “buona scuola” renziana, quello da cui dovrebbe dipendere anche un inserimento dignitoso dei docenti della fase C oggi con funzioni del tutto marginali, il programma di una istituzione scolastica in grado di affrontare le sfide formative ed educative del terzo millennio ed essere volano di sviluppo per le ricadute positive della sua azione sul territorio.

Chiacchiere! La verità è non solo che a decidere per la scuola c’è chi nulla sa della complessità scolastica e delle sue problematicità, ma soprattutto, dominato da cieca autoreferenzialità, non comprende che il confronto con i veri agenti delle dinamiche scolastiche è necessariamente a monte (e non di rimessa, in zona cesarini, semmai per evitare di perdere consensi e simpatie) di una seria e stabile programmazione che guardi sia alle variabili culturali e identitarie sia alle più semplici, eppure determinanti, necessità materiali, quali la disponibilità di aule degne di questo nome, di spazi e laboratori adeguatamente attrezzati e realmente fruibili dalla comunità scolastica, e semmai non solo. Occorre infatti prioritariamente ridare dignità anche ai luoghi che accolgono gli studenti per restituire dignità all’istituzione e a chi in e per essa opera. La scelta migliore forse sarebbe proprio quella di concentrarsi su questo e poi, se la parola d’ordine è il risparmio, e non si riesce ad elaborare soluzioni all’altezza, stabilire reggenze e amministrazioni uniche lasciando a ciascuna scuola la propria sovrana indipendenza.

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