Si diffondono in Italia le “classi capovolte”, ignorate a Siracusa

Non più lezioni in classe con studio a casa, ma viceversa. Il docente diventa facilitatore di conoscenze secondo un progetto condiviso dal consiglio di classe

 

Le classi capovolte, sperimentazione didattica interessante su cui riflettere per promuovere un vero protagonismo studentesco e una didattica più adeguata ai tempi. E’ stato Superquark a rendere noto al grande pubblico la sperimentazione delle classi capovolte che da qualche tempo è stata introdotta in alcune scuole d’Italia. Oggi la scuola pubblica italiana conta già alcune centinaia di classi capovolte, dalle elementari alle superiori, dalle medie del Guercino di Bologna allo scientifico Volterra di Ciampino, dal Rossetti di Vasto al Cellini di Valenza, all’Istituto Alberghiero Domizia Lucilla di Roma.

Questo metodo didattico nasce da spunti ed esperimenti diversi che si sono susseguiti in tutto il mondo. Il primo paese a metterlo al centro di una riforma è stata la Finandia, poi la formula ha preso piede quando a codificarla è stato uno studioso americano, Jon Bergmann,

Come funziona? Se nella classe tradizionale c’è un professore in cattedra che passa il suo sapere agli studenti, nella classe capovolta sono gli studenti a mettere in comune le conoscenze tra loro; il professore, secondo questo metodo, si trasforma in facilitatore di conoscenze, elemento che sistematizza il sapere all’interno di un progetto didattico condiviso dal consiglio di classe, dove ogni disciplina si è data obiettivi di competenze da raggiungere in un percorso di sistema e di processo sicuramente più efficace e coinvolgente della pratica odierna.

Sicuramente questa metodologia richiede un grande coinvolgimento da parte del professore ed è, quindi, soprattutto all’inizio, molto più impegnativa di una lezione tradizionale. Molti docenti non saprebbero come fare ma una formazione mirata a queste metodiche potrebbe essere impostata dalle scuole più sensibili ed aperte al rinnovamento (anche utilizzando in modo organizzato i famosi 500 euro per la formazione previsti dalla “Buona scuola”).

La rivoluzione delle “classi capovolte” era nell’aria da anni ma adesso, dopo la trasmissione televisiva, sembra diffondersi rapidamente. Esistono già associazioni professionali che si adoperano per diffondere questo metodo di insegnamento (una fra le tante la Flipnet sul cui sito sono reperibili interessanti indicazioni) e manuali operativi.

Secondo questa metodologia didattica: non più lezioni in classe seguite da studio a casa ma studio a casa (con video, test e link) seguito da esercitazioni di gruppo in classe, con il professore a disposizione per ogni dubbio e un voto finale che valuta impegno, disponibilità all’approfondimento, capacità critica e partecipazione attiva. Per gli studenti non è più possibile barare, copiare compiti o scaricare traduzioni; così lo smartphone o il tablet, grandi nemici della scuola, diventano strumenti di lavoro essenziali.

E chi non ce l’ha? Si tratterebbe di pochissimi studenti a cui, utilizzando i fondi europei, ogni scuola pubblica potrebbe fornire un cellulare o un tablet. Ai soliti critici che, rispetto ad ogni tentativo di innovazione, potrebbero obiettare che ciò comporterebbe costi esagerati potrebbe rispondersi che, al contrario, al di là dei risultati di apprendimento, sicuramente superiori a quelli attuali, il sistema, potenzialmente, farebbe risparmiare le scuole (e il Miur): l’istruzione che corre sulla rete telefonica supererebbe, infatti, la cronica arretratezza della scuola italiana in fatto di gestione delle attrezzature oggi in dotazione (computer, lavagne luminose, connessioni internet, etc). Dal “computer per tutti” promesso dal ministro  Berlinguer al tablet, al mercato della telefonia mobile, che ha reso antieconomica ogni forma di contratto diversa dal “tutto incluso”, compreso il cellulare.

La Buona scuola, così attenta, nelle intenzioni, a tanti aspetti tecnici e burocratici, dedica però solo poche righe ai contenuti e ai metodi d’insegnamento: è già un passo avanti che in essa si riconosca la necessità della «formazione dei docenti al digitale» e di «organizzare, riconoscere e valorizzare i molti progetti e le reti di docenti già coinvolti sul tema».

Molti presidi e professori, in Italia, hanno attivato l’insegnamento su tablet. Siamo all’inizio di una rivoluzione che è destinata ad affermarsi rapidamente.

Pur partendo da premesse completamente diverse, si è arrivati ad auspicare un “curriculum di competenze” per gli studenti; anche Edgar Morin, filosofo francese particolarmente attento ai temi dell’istruzione, dopo aver dedicato un libro ai “Sette saperi necessari all’educazione del futuro”, è tornato ad approfondire l’argomento nel recente “Insegnare a vivere” dove, nella disputa tra materie tecniche e umanistiche, il filosofo dimostra una netta adesione alle nuove indicazioni quando afferma che: “È tutto il sistema di educazione contemporaneo, fondato sul modello disciplinare dell’università ottocentesca e sulla disgiunzione tra scienza e cultura umanistica, che bisogna rivoluzionare” dimostrando che anche lui sarebbe a favore della classe capovolta, caldeggiata dalla recente, controversa riforma della scuola francese.

Di fronte a tanti fermenti sorge spontanea una domanda: nelle scuole della nostra provincia quanti si sentono “presi” da cotanto fervore?

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