“I malavitosi scoperti con la mano nella marmellata diventano violenti”

Intervista a Paolo Borrometi, direttore del giornale web “La spia”, minacciato dalla mafia. Aveva scritto inchieste sui mercati di Scicli e Vittoria. “Non sono un eroe, faccio solo il mio lavoro”

 

Il lavoro di Paolo Borrometi, direttore del giornale web “La Spia” e corrispondente dell’agenzia AGI per la provincia di Ragusa, si è dovuto scontrare alcuni mesi fa con il volto peggiore che la nostra terra possa offrire e con quei fatti che ne manifestano il lato più oscuro. Le inchieste che ha condotto e le denunce che ha affidato ai suoi articoli, gli hanno procurato le ire dei clan condite da minacce, violenze verbali e fisiche. Paolo, però, ha deciso di non cedere e di continuare a scrivere e a parlare, per testimoniare l’impegno civico e giornalistico di un siciliano perbene. Un impegno che non rinnega affatto e che vuole sempre ricondurre all’esercizio della sua professione giornalistica e non ad una manifestazione di coraggio.

“È assurdo che nel nostro Paese – spiega Paolo Borrometi – ancora ci debbano essere situazioni del genere a dimostrarci che qualcosa non va. Credo solo di fare il mio lavoro, senza nessun atto di eroismo o di coraggio, solo il mio lavoro come fanno milioni di italiani”.

Un lavoro che ti ha portato a scontrarti contro gli interessi deviati di alcuni personaggi che si muovono sulla tua terra tra le città di Ragusa, Scicli, Vittoria, procurandoti una serie di minacce particolarmente dure, per muovere le quali sono stati anche usati i social network, con una certa spavalderia.

“In questi mesi ho subito diverse aggressioni, dalle scritte “stai attento” sulla macchina, all’aggressione brutale dell’aprile 2014 che mi ha procurato delle lesioni alla spalla, fino all’incendio della porta di casa, e anche le minacce su facebook. Le minacce plateali che mi sono state rivolte dal fratello del capomafia di Vittoria e da altri soggetti di spicco della criminalità vittoriese e ragusana dimostrano come ci sia la necessità di una nuova normativa per le minacce veicolate attraverso social network. Queste, infatti, di solito vengono catalogate come minacce di secondo piano, tuttavia, io che le ho ricevute posso dirvi che di secondo piano non sono perché riescono a raggiungere una moltitudine di persone e perché proprio sulla forza di intimidazione nei confronti della società civile si fonda il potere delle mafie”.

Intimidazione diventa quindi uno strumento di controllo delle coscienze?

“Le mafie cercano di sostituirsi allo Stato. Quello che hanno fatto con me è stato non solo colpire la mia persona, ma tutti i giornalisti che fanno il loro lavoro, che vengono minacciati anche da editori ingombranti e dai politici di turno, e che magari non denunciano per paura. Nella nostra realtà opera “Ossigeno per l’informazione”, un osservatorio autorevole ed indipendente, il cui lavoro ci dimostra come vi siano ancora tantissimi casi di intimidazione giornalistica e come stiano aumentando in numero. Questo ci dimostra come sia necessario uno scatto d’orgoglio per isolare questi soggetti, ominicchi di sciasciana memoria, che appena scoperti con le mani nella marmellata altro non fanno che ricorrere alla forza dell’intimidazione e della violenza. Ma io sono sempre più convinto che sia più forte la punta di una penna che lo sparo di una pistola”.

Stai affrontando questo periodo con coraggio e con determinazione, però inevitabilmente la tua vita è cambiata.

“Non è coraggio, lo voglio precisare, ma solo voglia di fare il mio lavoro. La mia vita è certamente cambiata nel quotidiano, pur avendo accanto persone straordinarie. Quando leggevo, in passato, di persone che hanno avuto il mio stesso percorso, in realtà non capivo esattamente dove fosse la privazione di libertà. Questa sta nelle piccole cose del quotidiano. Voglio però prendere gli aspetti positivi di tutto ciò. Sento accanto a me una grande spinta delle persone perbene che sono la maggioranza della nostra terra”.

Come possono queste persone perbene dare a te una mano e darla a tutti quelli che ogni giorno sono impegnate sul campo nelle lotta alla mafia?

“È necessario uno scatto d’orgoglio delle coscienze, ma occorre anche ripristinare il valore della denuncia e dare vera solidarietà all’azione delle forze dell’ordine e della magistratura. La legalità, poi, inizia dalle piccole cose, inizia a scuola e dall’assunzione di responsabilità dei più giovani. Troppo spesso la nostra generazione si è voltata dall’altra parte, pur essendo il presente e non il futuro della nostra terra, ma questo presente va conquistato. La freschezza delle idee legate alla giovinezza può cambiare le cose”.

La tua terra è stata conosciuta in questi anni come la parte bella e pulita della Sicilia, quali sono state le reazioni di residenti e commercianti, quando il marcio che hai raccontato è venuto fuori?

“Vivevano di questa bella immagine, ma hanno finito per morirvi. Un’immagine che è diventata una prigione e che è diventata terreno fertile e humus per la criminalità in un territorio che pensava di avere gli anticorpi e di essere immune a qualsiasi forma di criminalità organizzata e di corruzione. Invece, abbiamo raccontato il caso di Scicli, il caso del mercato di Vittoria e tanti altri. Anche altre province come Siracusa non sono messe bene da questo punto di vista, basti pensare ai fatti che emergono a Priolo. D’altra parte sono presenti anche realtà molto forti come l’associazione antiracket di Palazzolo Acreide, presieduta del mio amico Paolo Caligiore”.

Oltre a svolgere il tuo lavoro da giornalista, sei anche autore di apprezzati romanzi, stai lavorando ad un nuovo progetto?

“Il mio ultimo progetto letterario è un lavoro che sto conducendo insieme ad altri sette colleghi e si intitola “Io non taccio – L’Italia dell’informazione minacciata” e racconta proprio le pieghe delle minacce perpetrate ai danni dell’informazione nel nostro Paese”.

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