La Procura della Corte dei Conti chiama in correo giunta e consiglieri

Durante la sindacatura Bufardeci, diedero vita a quattro società per stabilizzare i precari ma, nonostante i costi del personale, per 14 mesi le imprese furono lasciate “in uno stato di totale inattività”. “Inutile e cospicuo dispendio di denaro pubblico”. Danno erariale 208 mila euro

 

Il giorno 29 febbraio del 2008 c’erano tutti, la giunta municipale era quasi al gran completo: il sindaco Bufardeci, gli assessori Visentin, La Bianca, Reale, Motta, Giuliano, Midolo, Romano, Regolo, Lo Curzio, Burti e Fileti. Ne mancava solo uno, Vinciullo, forse perché stava male, o era impegnato, o forse perché proprio non lo convinceva la decisione che si stava per prendere. Nell’ambito di una dichiarata volontà di riorganizzare l’apparato burocratico del Comune, “per migliorarne efficienza, efficacia, trasparenza e – anche, o soprattutto – economicità dei servizi”, si era stabilito di attuare un piano di esternalizzazione con la “costituzione di società ad intero capitale pubblico e con il principio dell’inhouseproviding”.

Nascevano di fatto le 4 società che si sarebbero occupate di informatizzazione, gestione del patrimonio immobiliare e non del Comune, dei parcheggi e della pubblicità. Tutto con l’avallo del ragioniere generale che aveva riconosciuto la “sostenibilità economico finanziaria” della voluta riorganizzazione. Oltre alle risorse già impegnate pari a 116mila € si prevedevano nel bilancio altri 234mila €: questo solo per partire.

In qualche modo il tentativo di risolvere il problema della stabilizzazione del precariato dopo il fallimento del progetto della multiservizi: una sorta di comune parallelo a quello già esistente, in sostanza il raddoppio del numero dei dipendenti che avrebbero gravato sulle casse comunali. Mesi e mesi di scontri e di dibattiti, con i rappresentanti in consiglio dell’allora DS impegnati in un’opposizione ferrea che riuscì, anche grazie all’eco mediatica che si creò intorno, a sventare quello che avrebbe potuto essere un vulnus letale per l’amministrazione locale, un fiume di pubbliche risorse disperse in mille rivoli. Nel 2005 erano undici le società che avrebbero dovuto unirsi in un carrozzone mantenuto dalla collettività, un progetto che non aveva precedenti in tutto il panorama nazionale, laddove le società miste delle altre città avevano aree di competenza estremamente ristrette e ben definite. Una storia che sarà il caso di rispolverare semmai mettendola online.

Una scelta da evitare,come allora si fece, così come da evitare avrebbe dovuto essere, dato ciò che stiamo per raccontare, anche la decisione di creare queste quattro società.

Ancora una volta a dettare l’agenda dell’amministrazione attiva il problema dei precari da stabilizzare con a monte chissà quante promesse, e quanta speranza in chi, nel proprio voto, aveva probabilmente messo in gioco il proprio individuale destino.

E d’altra parte la condivisione della strada intrapresa era unanime: tutti i consiglieri comunali erano d’accordo. Infatti, nella seduta del 26 maggio 2008, la delibera sarà presa all’unanimità. Forse spiegare ai precari che quella proposta non era conforme alla legge, anzi “in fraudemlegis”, sarebbe stato impossibile. In quei giorni sostenere che quel piano di stabilizzazione non poteva andare, così come già era accaduto nella diatriba sulla multiservizi, significava rischiare l’aggressione se non fisica di certo verbale di lavoratori esasperati da promesse mai mantenute, da speranze alimentate da e per anni.

Eppure era comunque tutto sbagliato e i vertici dell’amministrazione, per lo meno il sindaco e gli assessori, erano tenuti a saperlo. Avrebbero dovuto condividere le perplessità di chi diceva che “non si poteva fare” perché su quella delibera ha puntato la propria attenzione la procura della Corte dei Conti regionale che oggi chiede conto e ragione ai protagonisti di allora.

Scrive il procuratore: “Gli amministratori pro tempore del Comune di Siracusa a vario titolo hanno concorso alla costituzione delle società in house cui affidare essenziali servizi comunali nel tentativo di fraudolenta elusione della normativa vigente in materia di divieti e limiti nell’assunzione del personale e in violazione dei canoni di buon andamento, economicità, efficienza ed efficacia dell’azione amministrativa (le stesse parole della delibera che prevedeva proprio la costituzione delle quattro società, ndr), con conseguente inutile e cospicuo dispendio di denaro pubblico”. Perché in effetti è sui siracusani tutti, di quelli che pagano le tasse, che si sono scaricati i pesanti oneri di assunzioni da sempre ritenute clientelari. E infatti continua il procuratore: “La vicenda in esame trova la sua spiegazione causale nell’obiettivo “politico” (nell’atto un virgolettato denso di significato, ndr) condiviso dall’intera classe dirigente del Comune di Siracusa di procedere ad una massiccia opera di stabilizzazione del personale precario alle dipendenze dell’Ente”.

Un’operazione illecita il cui “carattere surrettizio e in fraudemlegis si evince proprio dalla asserita volontà di ottimizzare i livelli di efficienza, economicità e trasparenza dei servizi” sebbene nel dibattito consiliare le reali motivazioni pro precari fossero esplicite. E soprattutto, evidenzia il procuratore, tutto si svela nei comportamenti successivi, cioè in particolare il lasciare per 14 mesi le società “in uno stato di totale inattività”, come emerso nella relazione depositata il 16 luglio di quest’anno dall’ispettore incaricato alla verifica degli atti del Dipartimento regionale delle autonomie locali: “Le società, tutte inattive, venivano costituite tra il 14 e il 15 ottobre 2008 e dai prospetti contabili redatti a fine di ogni esercizio non si rilevano costi riconducibili all’esercizio dell’impresa per l’espletamento dei servizi affidati dal socio”. Il che significa semplicemente, e drammaticamente, che non solo i siracusani hanno mantenuto indebitamente quei lavoratori ma che, a sfregio, non hanno da loro ottenuto neanche una prestazione d’opera. Il danno e la beffa: ancora una volta, come sempre.

Da tutto questo l’ipotesi di danno erariale, al momento solo presupposte responsabilità amministrativo contabili per la complessiva somma di 208.016,13 euro, oltre la rivalutazione monetaria e gli interessi legali.

Tutti i chiamati in correo potranno depositare entro 30 giorni le proprie deduzioni (entro ottobre quindi). Se ne seguirà una condanna ciascuno di loro dovrà versare la propria quota parte, intorno ai 10mila € a testa (una somma non stratosferica quindi), ma se qualcuno non potesse o non volesse corrispondere il dovuto, lo stato creditore potrebbe anche pretendere da pochi il tutto e starebbe poi a questi rivalersi sui morosi.

Ma in conclusione un altro passaggio dell’atto pensiamo sia utile evidenziare, quando il procuratore, ricordando che a distanza di 14 mesi le società venivano sciolte a causa di nuovi limiti normativi in materia, afferma che nella delibera del 6 dicembre 2010 della giunta si persevera nuovamente in questo intento. Se come si è detto l’attuale decisione della Corte è relativa agli esercizi dal 2007 al 2010 questo dovrebbe significare che la partita non è stata ancora chiusa e ne vedremo altre mosse. E chissà se, nell’esame della Procura sulla correttezza amministrativa della giunta di allora, non trovi posto anche la fallimentare e surreale vicenda della ztl, con i conseguenti ingenti danni per la collettività. 50.000 contravvenzioni pari a 7 miliardi e mezzo di vecchie lire per la maggior parte annullate.

 

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