Il 40% dei presidi iscritti nei cinque sindacati hanno firmato un documento… Ma alcuni capi d’istituto hanno già cominciato a chiedere ai loro docenti un curriculum vitae e ad assegnare incarichi e nomine
Dopo quasi un anno di lotte e di resistenza contro quella bozza che è diventata la legge 107/2015, fortemente voluta solo dal governo Renzi, e dalle organizzazioni industriali, nell’indifferenza generale, si è aperto l’anno scolastico 2015-2016. Nell’intenzione dei riformatori questa legge avrebbe dovuto essere una vera e propria rivoluzione per la scuola italiana, ma, chissà perché, molti, soprattutto docenti, stanno vivendo questo cambiamento con un presagio negativo. Parlare di D-day non è casuale. L’espressione, coniata durante la prima guerra mondiale e ripresa per lo sbarco in Normandia durante la seconda, ha sempre avuto un che di enigmatico legato a un evento positivo, cioè la liberazione dell’Europa dal dominio nazista, ma nessuno sa di preciso cosa significhi la D. Secondo alcuni essa sta per “decision” (decisione), o è l’abbreviazione dell’espressione inglese “the day of the days” (il giorno dei giorni), per indicare in ambito militare un giorno particolarmente importante; secondo altri essa ha il significato di “death” (morte) o “destruction” (distruzione) o ancora “doomsday” (giorno del giudizio, fine del mondo, e evento catastrofico). Nell’applicare questo termine alla riforma e ai suoi effetti propendo di più per l’interpretazione negativa di distruzione o evento catastrofico, perché tale può essere considerata la riforma che ha investito la scuola pubblica italiana come un tornado o un’inarrestabile inondazione.
Personalmente, considerati i contenuti della legge 107/2015 riguardanti il potere dato ai presidi, vorrei dare un nuovo significato alla D interpretandola come l’abbreviazione della parola “dirigente”, appellativo dato ai presidi da qualche anno a questa parte. Infatti se molti docenti hanno manifestato, inascoltati, il loro dissenso nei confronti di una riforma calata dall’alto, i dirigenti hanno guardato ad essa in silenzio e non sempre dispiaciuti delle novità che essa ha introdotto. Anzi! Neanche nei sogni più rosei i “presidi” più dispotici avrebbero mai potuto immaginare che venisse dato loro tanto potere, seppure fossero già da tempo liberi di scegliere i loro collaboratori e il loro staff (Legge 59/97).
Tuttavia, durante il primo collegio docenti di avvio del nuovo anno scolastico, l’atteggiamento di alcuni dirigenti è stato prudente e circospetto: quasi nessuno ha parlato esplicitamente della riforma, la maggior parte ha rimandato l’elezione del comitato di valutazione, e quindi di fatto non si è parlato dei criteri di attribuzione del “bonus”, anche se è stata sottolineata la necessità di redigere il piano triennale dell’offerta formativa (PTOF). Ad onor del vero c’è da dire che alcuni dirigenti si sono attenuti alle indicazioni operative dei sindacati più rappresentativi (CGIL, CISL, UIL, SNALS e GILDA). Infatti quasi il 40% dei dirigenti è iscritto ai cinque sindacati che in questi giorni hanno pubblicato, a firma comune, un documento, rivolto a tutto il personale scolastico, che mira a sabotare dall’interno la riforma suggerendo che il comitato di valutazione, di cui il dirigente scolastico saràil presidente, si occupi “solo della valutazione dell’anno di prova dei docenti neo-assunti”, e sostenendo che le modalitàdi attribuzione del bonus dovranno essere definite con la contrattazione di istituto. Ma cosa farà il restante 60%? Alcuni di loro hanno già cominciato a chiedere ai loro docenti un curriculum vitae e hanno cominciato ad assegnare incarichi e nomine. Di fatto stanno mettendo in atto la riforma! Proprio come consigliato dal Vademecum diffuso dall’ANP in risposta al documento sindacale.
Riusciranno coloro che sono contrari alla riforma, seppure ve ne siano, a reagire con adeguata energia per limitare i danni e neutralizzarne gli effetti negativi? Troveranno costoro in sé medesimi bastante audacia per deviare il dardo della riforma e cambiare il passato e quindi il futuro della scuola pubblica italiana? O piuttosto coloro che assistono inerti all’attuazione della riforma scolastica non faranno la fine della rana bollita di Chomsky?. La metafora della rana, che finisce morta bollita perché non ha più la forza di reagire per fuggire dalla pentola dove l’acqua fredda, in cui nuotava, è diventata gradualmente sempre più calda, viene usata dal filosofo americano per riferirsi ai Popoli che, accettando passivamente, il degrado, le vessazioni e la scomparsa dei valori, accettano di fatto la deriva della Società. Essa ben si applica al personale della scuola, dove i cambiamenti, effettuati negli ultimi decenni in maniera lenta e graduale, sfuggono alla coscienza e non suscitano nessuna reazione, nessuna opposizione, se non quando è troppo tardi.
In questo contesto i dirigenti diventano l’ago della bilancia e potrebbero essere il cavallo di Troia per minare dall’interno la riforma, se solo riuscissero a renderne inefficace gli aspetti più deleteri (comitato di valutazione e bonus). Tuttavia la tentazione è forte e la carne è debole, e in pochissimi riusciranno a resistere alle tentazioni del potere! I virtuosi che resisteranno saranno sufficienti a bloccare il meccanismo perverso che minaccia di trasformare la scuola pubblica nel regno del clientelismo e dell’ignoranza?

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