Protezione civile, in molti Paesi si fa meglio che in Italia

In Gran Bretagna 32 università offrono corsi in Disaster management, da noi in un solo ateneo senza laurea. La Svezia, in pochi mesi, è riuscita a fare più progresso nella prevenzione di quanto il nostro Stato abbia fatto in 30 anni, così in Gran Bretagna e nei Paesi Bassi. Ma anche in Corea del Sud, Hong Kong…

 

A Siracusa abbiamo sentito dire spesso “la nostra protezione civile è la migliore”. Abbiamo anche sentito i dirigenti e i politici che si sono succeduti esprimere davanti a un pubblico le proprie auto congratulazioni. Un tempo questa osservazione forse poteva essere vera, in quanto in altre realtà non si erano dotati di un elevato livello di sviluppo del settore. Ma ora? 

Tutto sommato, in Italia il modello dell’organizzazione atta ad affrontare i grandi eventi è fondamentalmente ben pensato ed è dotato di solide fondamenta. Esso possiede alcune doti particolarmente preziose, quali: il sindaco, capo della protezione civile locale, è eletto dalla popolazione e costituisce un legame diretto con il popolo assistito;giuridicamente la protezione civile è un servizio quotidiano fondamentale, alla pari con altri servizi municipali e statali;il volontariato, preziosissimarisorsa basilare, costituisce un altro essenziale legame con i beneficiari, ovvero la popolazione;l’organizzazione è capillare in modo ininterrotto da Roma all’ultimo comune;l’Italia ha denaro e quando arriva un “grande evento” non ha paura di spenderlo.

Ma tutto questo non è più eccezionale come una volta. In questo settore la Svezia è riuscita a fare più progresso in pochi mesi di quanto l’Italia abbia fatto in 30 anni (basta ricordare la legge 996 del 1970, non ancora pienamente attiva nel 1984);la Gran Bretagna ha un sistema di comando e controllo molto meglio articolato di quello italiano e, inoltre, tramite una buona e moderna legge nazionale di base in materia di protezione civile, il Regno Unito ha coinvolto il settore privato nella difesa dalle catastrofi assai più che l’Italia. La Gran Bretagna, infatti, obbliga comuni, contee e regioni di avere non solo piani di emergenza ma anche, in parallelo, piani di continuità delle loro attività (perciò nella Emergency Planning Society britannica ci sono 2.500 iscritti), mentre in Italia questo tipo di strutturazione non è sviluppato nemmeno nelle aziende private.

I Paesi Bassi hanno un sistema di comunicazione e rapida reazione molto più avanzato di quello italiano: con una cultura di coinvolgimento del popolo nella preparazione per le emergenze che vanta 57 anni di sviluppo quotidiano, gli olandesi sono molto evoluti anche in questo. Il livello di eccellenza tecnologica e manageriale è superiore in Corea del Sud. A Hong Kong la meticolosità della prevenzione di catastrofi idrogeologiche è eccellente; …e così via.

In Italia esiste una protezione civile che spende 70 milioni di euro al mese sui grandi eventi ma in 15 anni non si è stati capaci di emettere linee guida nazionali di formazione.Le linee guida di pianificazione sono arretrate di 12 -16 anni e non riflettono la realtà di un paese che è cambiato, soprattutto per ciò che riguarda il ruolo della sussidiarietà.

Secondo il sito Internet dell’ONU, in Gran Bretagna 32 università offrono corsi in Disaster management, tipicamente la laurea superiore di Master of Science: in Italia si elenca solo una università e, a dispetto del sistema accademico mondiale, il master non è neanche una laurea.Il 30 dicembre 2009, il governo Berlusconi emanò un decreto in cui, nascosto nel testo, un articolo disponeva la privatizzazione del Servizio di Protezione Civile nazionale. Il decreto apriva la porta, già spalancata, a raffiche di corruzione. Buttava dalla finestra idee di trasparenza,controllo democratico, etica e welfare. Il paese, forse narcotizzato dalla televisione del premier, per svariate settimane non si accorgeva nemmeno di questo atto. Poi, tutto ad un tratto, le cose sono girate nell’altro senso.

Si è scoperto, infatti, che la privatizzazione è la cima dell’iceberg, e sotto, molti altri casi di mala amministrazione sono collegati alla protezione civile.In questo settore, gli scandali sono ciclici. Nel 1999 c’era da mandare via il professor Franco Barberi e imputare reati, risultati per la maggior parte inesistenti o insignificanti, ai suoi fedeli. Adesso c’è da rifare i conti nella stessa maniera. Nel 1999 nasce l’Agenzia di Protezione civile, e muore in tre mesi; nel 2010 nasce la Protezione Civile SpA, e muore in meno di tre mesi. Sotto tutto questo casino c’è la politica. Ma la motivazione di fondo della protezione civile è di fornire assistenza alla popolazione al di fuori delle considerazioni politiche. E’ un settore della pubblica amministrazione che ha il dovere morale di essere apolitica, o per lo meno di esistere al di sopra della politica. E per questo deve essere essenzialmente e sempre pulita. Ma, a giudicare da ciò che scrivono i giornali, di fronte alle grandi spese ci sono troppe tentazioni.

Una cosa in cui la protezione civile italiana, agenzia o Società per Azioni o quello che sia o che sarà, enfaticamente non è eccellente è la prevenzione. Il progresso in questo settore è minuscolo. Può darsi che sia compito di altri enti del governo italiano, ma nemmeno loro hanno fatto progressi.

Nel livello organizzazione in Protezione Civile,il perno dell’azione organizzativa diventa la comunicazione, la relazione funzionale, proprietà comunque essenziale per la gestione dei sistemi complessi.In sintesi sicurezza significa apprendimento, apprendimento sul campo, riferito alle soluzioni operative contingenti e quotidiane.L’apprendimento si sviluppa da una corretta circolazione di informazioni sui vari livelli dell’individuo, del gruppo o squadra operativa, dell’organizzazione e affonda le sue radici in una cultura aziendale della sicurezza che abbia rinunciato a spiegazioni semplificatrici e deterministiche, e soprattutto ad affrontare i casi critici con l’atteggiamento, tipico della “blame culture”, di ricerca del colpevole e del capro espiatorio.

Le competenze degli operatori di ogni livello del sistema Protezione Civile devono integrare competenze non tecniche (le cosiddette “Non technicalskills”), essenziali per fronteggiare con successo l’emergere dei rischi. Lo sviluppo di queste competenze è possibile attraverso un modello cognitivo di natura sistemica che consideri i livelli essenziali del gruppo e dell’organizzazione e li integri nel processo di apprendimento.

Abbiamo visto cittadini, di fronte alla propria casa parzialmente smantellata da una frana, arrabbiarsi per la mancanza o la lentezza dell’assistenza fornita dal governo. Dunque, sono pienamente a favore del welfare, ma pensate al sillogismo:il cittadino decide di costruire la propria casa in un posto che risulta franoso;avviene un movimento franoso;la casa viene danneggiata;ergo, la colpa è del governo. 

Magari… ma in moltissimi casi no. La tentazione di scaricare la responsabilità viene innaffiata da successivi governi, di destra e sinistra, che vengono sedotti dalla possibilità di guadagnare voti sprecando risorse pubbliche arbitrariamente e sopprimendo la tendenza del cittadino ad assumere responsabilità per le proprie azioni. A mia sorpresa, malgrado l’ostile clima finanziario (e fiscale), l’assistenzialismo è ancora vivo, anzi, è fiorente. Di conseguenza non si spende sulla prevenzione. Infatti, all’alba della nuova grande epoca di DisasterRiskReduction mondiale, l’Italia è presente sul palco internazionale con iniziative così flebili e mal pensate che potrebbero non esistere affatto.

Il ritratto che abbiamo dipinto è colorato di nero, ma lo possiamo vedere in due modi. Quello negativo è di alzare le mani, voltare le spalle e fare nulla, vivendo nella paralisi caratteristica delle persone politicamente impotenti. Quello positivo è di rinnovare la lotta per una protezione civile come si deve. Questo si può fare, perché la sana protezione civile nasce da iniziative piccole e umili, ma che sono, infine, capaci di indicare la buona strada e seminare la buona pratica. Più difficile, più inaccettabili sono le circostanze, più si deve lottare per un futuro più sano, più razionale, più prudente, più ben progettato.

 

 

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