I funzionari dell’assessorato: “Non possiamo intervenire se non vi è la criticità, la segnalazione, se non vi è qualche avvenimento che dà l’input all’intervento. Auspicabile una maggiore intesa tra tutte le istituzioni”. Contributo abitativo: “Abbiamo staccato assegni di 8 euro, con graduatoria!”
Nel precedente numero de La Civetta di Minerva abbiamo riferito dell’incontro con l’assessore Scorpo sul tema dell’affido, delle case famiglia e comunità alloggio, delle azioni messe in campo dall’assessorato e del rapporto con le associazioni di volontariato che su questo fronte operano. Questa settimana riportiamo le voci del capo settore, dott. Rosario Pisana, della responsabile di servizio, dott.ssa Graziella Zagarella e della dott.ssa Patrizia Tringali dell’ufficio affido, seconda parte di un’intervista iniziata col precedente numero de La Civetta.
La nostra prima preoccupazione era capire quali siano i percorsi e gli aiuti concreti che l’ufficio alle politiche sociali predispone a sostegno della genitorialità supportando da subito le famiglie siracusane in difficoltà. “I servizi sociali – ci spiega la dott.ssa Zagarella – non hanno il controllo delle famiglie del territorio e intervengono quando le situazioni presentano già una buona percentuale di compromissione. La strategia migliore sarebbe la prevenzione, che presuppone a monte un lavoro interistituzionale a carico non solo dei servizi sociali (responsabili della parte socio-assistenziale) ma di una rete sociale (scuole, sanità, medicina di famiglia) che riesca a lavorare sulle famiglie del territorio. Noi, per mandato istituzionale, lavoriamo sul contenimento del danno a livello economico (con contributi purtroppo sempre molto esigui), con interventi di natura educativa attraverso la domiciliarizzazione (educatore a casa attraverso cooperative accreditate) e, se la difficoltà è scolastica, siamo nei Pei delle istituzioni scolastiche.
“Non siamo attori protagonisti da soli ma sempre assieme ad altri enti, come i consultori e l’Asp, che intervengono sull’acquisizione della genitorialità e la neuropsichiatria infantile se vi è disagio conclamato nel bambino. Se il progetto di supporto fallisce (perché la famiglia risulta compromessa) a quel punto si procede con l’affido. Dunque, prima di inserire un minore in affido verifichiamo che ci siano spazi per valorizzare le risorse della famiglia e all’affido si arriva quando tutti i tentativi realizzati non hanno raggiunto i risultati”.
“L’affido (a meno a che non sia giudiziario) va inteso come azione di solidarietà verso la famiglia d’origine – aggiunge la dott.ssa Tringali – e ne esistono diverse tipologie. Uno dei nostri progetti (Pippi) prevede l’educativa e l’affiancamento di una famiglia d’appoggio alla famiglia d’origine”. Nonostante tutto però noi insistiamo sulla domanda: perché non lavorare da subito sulle coppie individuate a rischio e sui minori appena nati piuttosto che aspettare? L’interazione tra enti non dovrebbe servire a questo? “Come istituzione – risponde la dott.ssa Zagarella – non abbiamo campagne di prevenzione e non possiamo intervenire se non vi è la criticità, la segnalazione, se non vi è qualcuno o qualche avvenimento che dà l’input all’intervento. Certamente una maggiore intesa tra tutte le istituzioni sarebbe auspicabile”.
Dunque, tirando le somme una diversa concertazione tra enti aiuterebbe chi opera nel settore delle politiche sociali ed eviterebbe situazioni che, trascurate, diventano esplosive. Resta comunque il dato oggettivo che il disagio non viene individuato a monte se non dietro sollecitazione con il rischio di difficoltà genitoriale e compromissione del minore.
Poi vi è il problema del personale: l’équipe non cura solo l’affido e l’adozione perché sui membri gravano altri incarichi. “I servizi non hanno capacità in termini di risorse – spiega la dott.ssa Zagarella – di dedicare esclusivamente unità per servizi. Siamo trasversalmente impegnati alle aree tematiche delle politiche sociali”. Dunque manca il personale, la competenza esclusiva non esiste… è una chimera. “Siamo un team con tre psicologi – dice la Tringali -: il dott. Rubino, coordinatore tecnico del gruppo affido e adozione dell’Asp, la dott.ssa Oriana Risso, psicologa e la dott.ssa Basile del consultorio”. Pochi aggiungiamo noi. Come il sostegno economico alle famiglie ordinarie, quelle povere che all’affido proprio non ci pensano, e che cercano di sopravvivere. “Esiguo – sottolinea il dott. Rosario Pisana – perché il welfare è povero: dovremmo sostenere chi è in difficoltà consentendo l’ambientamento e garantendo un tetto, dare un reddito minimo (600 euro), creare una rete che coinvolga tutti gli enti: da quelli di formazione a quelli di collocamento. Ma tutto questo è scritto nelle norme non nei bilanci. I numeri sono risibili. L’anno scorso abbiamo staccato assegni di 8 euro per il contributo abitativo, quest’anno di18! Lotta tra poveri… con verifiche e graduatorie!”.
E allora, torniamo all’affido, perché istituzionalizzare i minori (80 solo a Siracusa) piuttosto che sostenere e supportare le famiglie affidatarie, incentivandone il numero, visto che la retta giornaliera di una casa famiglia e comunità alloggio è in media di circa 55 euro al giorno? Facendo quattro conti, un bimbo in struttura ‘costa’ 1600 euro al mese, se in affido 400 (che vanno alle famiglie affidatarie). Un bel risparmio si direbbe.
“Bisogna analizzare caso per caso – chiarisce Pisana – perché non è sempre la decisione giusta non istituzionalizzare il minore: scelta, peraltro, realizzata da équipe ed esperti”. “Partendo dal principio che è giusto ridurre le istituzionalizzazioni, lì dove possibile – dice la Zagarella – dal numero emergono minori tra i 14 ed i 18 anni, ragazzi per i quali l’affido è quasi improponibile”.
Ma in che modo i servizi sociali scelgono poi le famiglie affidatarie? E come mai le fasi di informazione e formazione (più attive sull’adozione) hanno ricevuto una battuta d’arresto negli ultimi anni sull’affido?
“Intanto sarebbe necessario un esercito di assistenti sociali – aggiunge la dott.ssa Tringali – Inoltre, nel 2014 vi è stato un momento di incontro e prima ancora di sensibilizzazione delle scuole e in qualche parrocchia”.
E poi? Non ci dovrebbero essere iniziative cicliche? Continuative? A tappeto?
Nel 2012 e 2013 – aggiunge – ci sono state azioni di sensibilizzazione sul territorio, è stata costituita l’équipe, curati casi che poi sono divenuti adozione, reperito le famiglie”.
Troppo poco. Non riusciamo a sapere quante sono le famiglie nella lista del comune per l’affido ma ci vengono spiegati i meccanismi. “Molte famiglie vengono spontaneamente e qualcuna viene mandata da qualche associazione”. Appunto: qualche associazione. E le altre? Se si incentivasse l’informazione e la sensibilizzazione andrebbe meglio ma pare che su questo tema ci sia tanta buona volontà pronta ad esplodere… vedremo.
E poi c’è il nodo associazioni. “Le associazioni potrebbero organizzare degli incontri di sensibilizzazione e informazione invitando noi. Perché le iniziative devono sempre partire dal Comune?” Beh, la Tringali ha ragione. Bisogna però vedere quanto è aperta l’amministrazione ad accogliere il lavoro altrui e a valorizzarlo! E in proposito chiediamo che fine ha fatto il protocollo con le associazioni di volontariato, proposta della quale si sono perse le tracce. Vero è che ci fu un vuoto assessoriale ma i dirigenti di settore di allora? Tutto va esclusivamente ricondotto alla politica? In fondo gli assessori ruotano quasi annualmente e allora aspettiamo che ve ne sia uno di durata quinquennale?
Ci spiega Pisana: “Il protocollo è caduto nel dimenticatoio. Siccome la mole di attività a fronte del capitale umano è impari, alcune linee di intervento, non essendo d’emergenza, sono venute meno. Ma chiariamo un punto: quello che manca a Siracusa e nel distretto è la voglia di creare sinergia e ci si aspetta sempre che l’istituzione più bassa (il Comune), coinvolga e agisca. Il problema è che non si riesce a creare una rete reale che abbia come fine l’esclusivo supporto allo stato sociale”. “Il protocollo era pronto – conclude la Tringali – ma è capitato in un momento particolare della vita politica della città. Proposto al commissario Giacchetti, lo stesso ha motivato che non era una priorità”.
Beh, dopo il commissario, vi è stato l’assessore Liddo Schiavo ma non ci pare che si sia mai parlato di concertazione e protocollo con le associazioni. In fondo una collaborazione con le associazioni non sgraverebbe forse l’assessorato da impegni e responsabilità? “C’è da dire che non tutte le associazioni chiedono questo protocollo – chiarisce ancora la Tringali – e molte hanno collaborato con noi volontariamente come l’Anawim di Augusta, la Papa Giovanni XXIII (fa capo a Catania ma diramata sul territorio), l’Eos”. E allora messa così si tagliano le gambe a quelle associazioni che vogliono lavorare attraverso un protocollo concordato? Noi nel frattempo sappiamo che l’assessore Scorpo ha invece preso a cuore il protocollo che va certamente ritoccato ma che rappresenta un buon punto di partenza. Immaginiamo dunque che a breve anche il confronto con tutte le associazioni che operano sul territorio si riaprirà.
Ma veniamo agli affidi: quanti sono? “Abbiamo 18 affidi in atto etero-familiari – ci spiega la dott.ssa Tringali – alcuni sono su Siracusa, altri in altre realtà anche extra-provinciali. Due affidi sine die di ragazzi che hanno superato i 14 anni mentre diversi sono portatori di handicap non andati in adozione e rimasti nelle famiglie affidatarie”. Un dramma. “Proprio in questi giorni – spiega la Zagarella – abbiamo attivato un tavolo con tutti gli attori: neuropsichiatria, consultori, Asp, servizi sociali. Un tavolo che nasce dalla voglia di potenziare l’affido e cercare di capire ed interrogarci sul perché si rallenta”. Come dire: più si è, meglio si individua il problema e si capisce come muoversi, ognuno con le proprie responsabilità.
E nonostante la buona volontà resta il nodo temporale: affidi che durano troppo rispetto a quanto previsto dalla legge, creando un danno al minore stesso che crea un legame con la famiglia affidataria e poi dovrà ricostruirne un altro con quella adottiva. “Noi siamo le vittime – aggiunge la Zagarella – di un sistema che presenta ritardi su tutto il fronte: il Tribunale ritarda nell’emettere i decreti, i servizi che ritardano nelle valutazioni. Sollecitiamo ma i tempi restano gli stessi”. E chi paga? Il minore!
Abbiamo voluto completare questo complesso incontro con una battuta sulle case famiglia e comunità alloggio. In che modo il comune di Siracusa effettua i controlli? Esistono criteri per valutare e accertare il buon lavoro realizzato e il supporto reale prestato ai bimbi da enti che costano giornalmente al Comune? “Il controllo sulle strutture ha un vincolo – conclude la Zagarella – perché possiamo controllare solo quelle che ricadono sul comune di Siracusa. I nostri accertamenti sono di natura tanto amministrativa quanto organizzativa (progetto a monte che prevede tempi e percorso specifico per ogni minore). Se poi il minore viene spostato in altro Comune, il compito amministrativo spetta all’amministrazione dove insiste la comunità, mentre il controllo sul progetto resta a capo del servizio sociale del Comune di appartenenza del minore come la retta di ricovero”. Un costo non indifferente, stabilito in 77 euro al giorno dalla Regione. Il comune di Siracusa spende meno perché utilizza il sistema della contrattazione con una retta di circa 54 euro.
Lo scandalo giudiziario più sommerso d’Italia
Riportiamo alcuni stralci dell’articolo di Maurizio Tortorella che chiunque potrà rintracciare su Internet. “È lo scandalo giudiziario più sommerso d’Italia. Nei nostri 29 Tribunali per i minorenni e nelle Corti d’appello minorili operano un migliaio di magistrati “onorari”, “cittadini benemeriti”, esperti di psichiatria, psicologia, pedagogia, sociologia, biologia. Il ruolo dei giudici onorari ha esattamente lo stesso peso di quello dei magistrati di carriera. ‘Finalmente liberi, un’organizzazione che si batte per la tutela dei minori, spesso sottratti alle famiglie d’origine con eccessiva facilità, ha lungamente indagato sui giudici onorari e ha scoperto che 151 nei Tribunali, più 54 nelle Corti d’Appello, operano in totale e palese conflitto d’interessi. Questi 205 giudici, che ogni giorno decidono sull’affidamento di bambini a una casa-famiglia o a un centro per la protezione dei minori, dipendono da quelle stesse strutture. In molti casi hanno contribuito a fondarle, ne sono azionisti, fanno parte dei loro consigli d’amministrazione. Contribuiscono, insomma, a fornire la tristissima “materia prima” che serve a far funzionare i centri che hanno creato, o per i quali lavorano. È evidente l’incongruità e la gravità della situazione: il 20% circa dei magistrati minorili italiani ha un qualche interesse diretto (ed economico) a che i bambini finiscano in un centro d’affido”.

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