Mario Rizzuti, segretario provinciale Filctem Cgil: “L’Italia dai 75 milioni di barili annui di raffinato (per il proprio fabbisogno nazionale e per l’export) è scesa a 50 milioni e, per ridurre la produzione, sono stati già chiusi 4 stabilimenti, due dei quali dell’Eni”
Senza creare allarmismi o panico la Filctem Cgil si prepara ad affrontare il governo nazionale e quelli regionali al fine di chiedere un’attenzione seria sulle politiche energetiche che finora hanno dimostrato di essere inesistenti: il sistema rischia di non reggere più, infatti se non si interviene seriamente adesso il dramma occupazionale potrebbe crescere nei prossimi anni.
“Il settore della raffinazione – ci spiega Mario Rizzuti, segretario provinciale Filctem Cgil – che per anni ha rappresentato un traino importante per l’economia di questo Paese, oggi arranca ed è in seria difficoltà come tutto il sistema industriale. La crisi in corso e la diminuzione dei consumi hanno portato le piccole e medie aziende al fallimento mentre le grandi, negli ultimi sei anni, contano perdite su perdite. Il calo dei consumi si muove di pari passo alla diminuzione del fabbisogno del prodotto raffinato e la raffinazione in Europa rischia la chiusura di altre raffinerie oltre a quelle che hanno già chiuso i battenti.
“La stessa Italia, che si basava su circa 75 milioni di barili annui di raffinato (per il proprio fabbisogno nazionale e per l’export) è scesa a 50 milioni e, per ridurre la produzione, ha già chiuso 4 raffinerie. Se poi consideriamo che delle raffinerie chiuse due sono dell’Eni comprendiamo subito che la mancanza di una politica industriale ed energetica del Governo nazionale, ma anche dei Governi regionali dove insistono questi impianti, ha in un certo senso favorito la politica del gigante energetico che ha scelto la conveniente e fruttifera estrazione di idrocarburi piuttosto che investire in innovazione e rilancio delle proprie raffinerie, facendo investimenti importanti all’estero invece che in Italia. Attualmente peraltro i dati sono preoccupanti: abbiamo un fabbisogno inferiore rispetto a quanto produciamo ed il rischio è che qualche altra raffineria venga chiusa. Insomma gli effetti della crisi economica hanno prodotto negli ultimi 10 anni una forte riduzione del consumo di prodotti petroliferi. La riduzione dei consumi appare strutturale e proseguirà nei prossimi anni determinando le condizioni per una prospettiva di chiusura di altri impianti di raffinazione”.
Parole che, seppur ponderate, pesano come macigni in un territorio a forte vocazione industriale come il nostro o almeno a questo adibito ormai da decenni. “In questo momento – aggiunge Rizzuti – il petrolio in Italia per gran parte è raffinato da compagnie straniere e se queste, data la congiuntura sfavorevole, decidessero di avviare un percorso di razionalizzazione, partirebbero proprio dalle aziende satellite, delocalizzate, quelle presenti insomma anche da noi. Le grandi compagnie hanno comprato le nostre raffinerie ed oggi, nel momento di difficoltà, potrebbero chiudere e lasciare macerie proprio qui dove hanno realizzato i loro grandi interessi economici.
“Non è un mistero che gli occupati in Italia nel settore della raffinazione da circa 35 mila si sono ridotti di gran lunga. Se alla crisi aggiungiamo l’inefficace ed inesistente politica industriale ed energetica del nostro Paese, la dipendenza dagli umori della Russia e del Marocco, le mancate politiche di investimento ed innovazione per l’incremento dell’occupazione e la salvaguardia del territorio, il quadro appare in tutta la sua complessità”.
Ridimensionamento e razionalizzazione delle aziende uguale a perdita di posti, territorio devastato e un mare di disoccupati. E di certo questa è proprio l’unica cosa che in Sicilia e nel Paese non ci vorrebbe. “Se a questo aggiungiamo le défaillance e la farraginosità nell’approvazione delle richieste da parte delle nostre istituzioni – ci spiega il segretario Filctem – diamo alle aziende anche la scusa per non trovare appetibile il nostro territorio. Tanto per capirci, dell’investimento che la Lukoil anni addietro aveva prospettato (1500 milioni di euro) su nuovi sistemi di raffinazione qui a Priolo non si parla più e per ora se ne sono perse le tracce. Se le imprese non investono in nuovi impianti moderni, maggiormente rispettosi dell’ambiente, si mette a rischio la permanenza e la continuità della raffineria stessa perché con la manutenzione, sia essa ordinaria o straordinaria, non si può sopperire alla mancanza d’innovazione tecnologica. E per non rispondere ad alcun requisito o richiesta le multinazionali stanno preferendo investire in Cina ed India smantellando il sistema industriale e la raffinazione d’Europa”.
La Sicilia, che produceva fino a qualche anno fa circa il 40% del raffinato italiano, grazie all’inesistenza di una politica mirata e alla cecità della nostra regione, che nulla ha fatto e continua a fare, rischia di vedere ulteriori ridimensionamenti come Gela. “In questo momento la nostra categoria – conclude il segretario Filctem – a livello nazionale sta preparando proposte e pressioni verso il governo nazionale e quelli regionali per avviare una politica energetica che consenta al sistema di riprendere fiato e dare opportunità alle aziende per realizzare investimenti nel rispetto dell’ambiente. Occorre una strategia di intervento radicale per migliorare le condizioni di competitività del settore, a partire dalla innovazione tecnologica per la produzione di carburanti più puliti. Sono necessarie delle politiche di supporto per gli interventi di miglioramento ambientali, per una progressiva ristrutturazione e ammodernamento del sistema, per salvaguardare l’occupazione e migliorare la sicurezza. Ma bisogna prima di tutto che questo governo riconosca la strategicità della raffinazione e dia avvio a politiche serie di rilancio del sistema che non può di certo continuare a dipendere dalle compagnie estere e dai loro interessi”.

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