DEL PARLAR SIRACUSANO

Tizio ha insultato Caio che “giustamente” gli ha caricato una tumpulata 

Mi piace questo fatto che a Siracusa si usano con frequenza le espressioni «Casomai» e «Possibilmente».

La gente non ama darsi appuntamenti precisi, e la cosa strana è che non ama darsi appuntamenti precisi nemmeno quando ci tiene assai a parlarti di qualcosa e a incontrarti per motivi seri, che so, di lavoro, per esempio. Pure in questi casi in cui diciamo che ci sarebbe una certa necessità di prendere accordi abbastanza ufficiali, le persone ti dicono con una certa ritrosia: «Senti qua, lasciami il tuo numero che casomai poi ci sentiamo e ne parliamo bene». Al che tu pensi che, vabbe’, forse è un intercalare, e siccome di questa cosa si deve discutere, e pure presto, a un certo punto si stabilirà una data, un orario e un luogo.

Invece tu gli lasci il numero, ma quello a chiamarti manco ci pensa, e infatti non capisci perché t’ha chiesto di lasciargli il numero, se tutto è affidato, deliberatamente e fin dal principio, al «Casomai». Questo casomai è una specie di atto di umiltà estremizzato, nel senso che: «Chi sono io per soffiare contro il vento?». Vorrei che ci incontrassimo per discutere di questo o di quello, sarebbe addirittura urgente che lo facessimo, ma davvero io e te ci riteniamo in grado di pianificare alcunché, nella mutevolezza degli eventi che attorno a noi momento dopo momento si coagulano?

Via, siamo seri: programmare qualcosa è un atto di grande arroganza. Facciamo che «Casomai» ci incontriamo e ne parliamo. Sul casomai nel corso della mia vita sono naufragate partite di calcetto, primi appuntamenti con ragazze che forse, chissà, casomai mi sarei anche potuto ficcare, colloqui di lavoro, riunioni, feste, pizzate del sabato sera, serate al cinema, gite fuori porta, week end, viaggi di breve, media, lunga percorrenza.

Ho imparato a fottermene usando bene il «possibilmente»: no guarda, il numero non te lo lascio, facciamo che mi lasci tu il tuo, così possibilmente ti chiamo io. Il possibilmente fa da contrappeso al casomai: riequilibra le forze in campo. Ma solo per un istante, perché nel momento stesso in cui lo usi, passi al lato oscuro della forza, e cominci ad apprezzare il potere del «Casomai», che, se anziché subirlo lo imponi, è il più potente di tutti: quello di chiamarsi fuori senza mai essersi chiamati dentro, quello di rimanere potenza pura che mai si tramuterà in atto, quello di tenere gli eventi eternamente in sospeso. Con «Possibilmente» tutto può accadere, il sì e il no, lo yin e lo yang, il bene come il male.

Altrove, popoli meno sottili del nostro, si nascondono dietro la procrastinazione: un palliativo da dilettanti. «Casomai», «Possibilmente» sono molto oltre il differire gli impegni in un tempo di là da venire: sono uno stratagemma per non assumerne affatto e lasciare che tutto fluttui nell’indistinto. E che accada solo ciò che il caso(mai) vuole che accada.

Mi piace pure questo fatto che a Siracusa diciamo in continuazione «Giustamente», quasi come un intercalare. Dico quasi perché a pensarci bene una funzione sua ce l’ha: chi racconta qualcosa lo usa per confermare a se stesso, prima ancora che all’interlocutore, la coerenza logica della propria esposizione.

I fatti, a Siracusa, sono come la Natura: non prevedono salti. Dunque nel raccontarli non sono previste omissioni: nulla va lasciato all’immaginazione di chi ascolta, non è bene che tu possa farti un’opinione tua, magari addirittura diversa da quella di chi sta raccontando, tu sei lì solo per annuire. Così quando qualcuno riferisce un accadimento, un aneddoto, un pettegolezzo, non si limiterà a una cruda esposizione, ma sentirà il bisogno di instradarti verso la corretta interpretazione, e lo farà utilizzando con sottigliezza l’avverbio «giustamente»: Tizio ha insultato con parole pesanti Caio. Al che Caio, giustamente, gli ha caricato una gran tumpulata.

La questione sull’opportunità o meno di risolvere la cosa a tumpulate è stata già risolta per te: la tumpulata è partita «giustamente», fidati, non c’erano alternative, se fossi stato lì presente adesso sapresti anche tu che s’è trattato di una conseguenza naturale. Del resto quando piove, c’è poco da fare: giustamente uno si bagna.

I fatti vengono riferiti secondo questa logica stringente, sono concatenati, a uno segue l’altro, e se segui l’esposizione non potrai che essere d’accordo, è una questione di ragionamento. Ecco perché «Giustamente» c’entra poco con la giustizia, ma indica più che altro che qualcosa è andato come ci si attendeva che andasse, che le aspettative sono state confermate, e insomma la natura ha fatto il suo corso: che poi la natura sia giusta è tutto da verificare, e a nessuno va di perdersi in ragionamenti complessi come questo, certe cose si fa prima ad accettarle che ad analizzarle, per cui diamo per scontato che se qualcosa è andato come previsto significa che è andata «giustamente», e passiamo ad altro.

«Giustamente», allora, in questo senso è una punzonatrice per vidimare l’esistente: tutto ciò che è reale è razionale, inutile fingere che questo o quello potesse essere evitato, ipocrita sostenere che le cose sarebbero potute andare in un altro modo. Il resoconto o il commento di un fatto partono dal presupposto che sotto traccia a ogni avvenimento corra il binario obbligato del destino, che il Fato o chi per lui fornisca già una direzione agli eventi, dalla quale deviare sarebbe impossibile: «Giustamente» serve a confermare che ancora una volta la locomotiva ha seguito il tracciato, che il meccanismo, per quanto cieco, non ha subito inceppi e le cose sono andate come la fisica voleva che andassero: insulto pesante/tumpulata sul cozzo, azione/reazione, causa/effetto, energia creata/energia che si trasforma.

Se tutto è andato per come doveva andare, a te non rimane che schierarti con chi racconta. E non tanto perché i tuoi principi morali corrispondano ai suoi, quanto per una questione di usare bene il cervello. Giustamente, a nessuno piace fare la figura dello stupido.

 

 

 

 

 

 

 

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