L’indice di sviluppo umano è più importante del prodotto interno lordo. L’esempio virtuoso della Toscana, dove si costruisce ricchezza vera, più solida e meno effimera
Neo-liberisti e neo-comunisti considerano comunemente progresso il modello economico fondato sulla crescita poiché può procurare lavoro e benessere, ma che ci porta alla “naturale” conseguenza del consumismo e dell’indebitamento come risultato finale e quindi proprio a una delle maggiori cause della crisi attuale.
In linea più generale gli assiomi del modello anzidetto sono, oggi, clamorosamente smentiti dai dati forniti dalle maggiori organizzazioni mondiali (Centro di monitoraggio economico dell’ONU, prestigiose università, istituti di ricerca, atti conferenze internazionali di Rio, Kyoto, Johannesburg, Bali, ecc.). Recenti ricognizioni e ricerche analitiche scientifiche hanno dimostrato, in maniera inconfutabile con studi sistemici (studio e monitoraggio delle Università di Stanford e Cambridge, pubblicato su “Science“) che la crescita ad oltranza non apporta occupazione.
Nei dibattiti televisivi e nelle testate giornalistiche si parla solo di P.I.L. (prodotto interno lordo) quando, invece, molti ed autorevoli economisti nel mondo sono orientati, oggi, a considerare migliori e più importanti i parametri dell’I.S.U. (indice di sviluppo umano) per cui non si deve tener conto solo della produzione di beni materiali, ma del grado di assistenza sanitaria, del grado di istruzione, della ricerca, della sicurezza pensionistica e, infine, del grado di aspettativa di vita dei cittadini per definire l’indice di civiltà e le potenzialità di un popolo. I consumi esasperati, d’altronde, portano all’assuefazione e quindi bisogna inventarne nuovi, ma ciò non può accadere all’infinito perché si supera la capacità di “sopportazione” del consumatore, vi è saturazione del mercato e si oltrepassa la capacità di assorbimento negli ecosistemi che ricevono i rifiuti e la loro limitata capacità di rigenerazione.
Tutelare interessi consolidati e concentrati (anziché investire nella ricerca, nell’innovazione, nella formazione, nella difesa dell’ambiente) non è economicamente conveniente e significa percorrere la strada di un bieco e cinico conservatorismo, o peggio chiudersi in una catastrofistica e deprimente involuzione. Spesso col termine crescita si nascondono interessi speculativi di chi vuole opprimere i territori con interventi di cementificazione selvaggia in un’orgia di progetti e grandi opere insostenibili, spesso inutili, invadenti con i “fuori scala” per una malsana idea di progresso e civiltà, ancorata ancora ad una filosofia degli anni ‘50 e ‘60 per cui l’occupazione del suolo con nuove edificazioni incrementa il valore aggiunto complessivo nelle città.
La Toscana (per citare uno degli esempi), che non ha seguito questa via, si trova oggi ad avere un indice di incremento di ricchezza (ma con i parametri I.S.U.) e produttività utile in misura maggiore delle aree dove si è proceduto in direzione della presunta crescita. I centri storici e non solo, ma anche i territori circostanti delle città d’arte, hanno oggi maggiore valore commerciale perché i valori d’uso sono aumentati, riportando il numero delle residenze ai valori iniziali di un tempo o persino con incrementi in termini assoluti. Solo che le presenze hanno caratteristiche e mestieri diversi, più specialistiche, produzioni più qualificate e più innovative, conduzioni più intelligenti e aperte ai nuovi ingressi e alle nuove richieste.
Questo è un modello di sviluppo che costruisce ricchezza vera, più solida e meno effimera, compatibile con gli ecosistemi, possibile perché non distrugge risorse e in quanto agisce in funzione delle nuove generazioni ed è rivolta a un futuro sostenibile. Ma per realizzare questo modello economico e un sistema sociale conseguente, bisogna avere il coraggio di congedarsi dal Novecento e da quello che ha rappresentato in termini di concetto di lavoro legato solo alla produzione e quindi solo al conseguente benessere materiale.
Jeremy Rifkin ha pubblicato un saggio intitolato “La fine del lavoro” in cui si analizzano i limiti di un lavoro inteso nella forma tradizionale per indicare un modo diverso di occupazione (che in parte in molti settori e in molte realtà territoriali è già avviato) che propone e realizza, appunto, un approccio, per esempio, più sostenibile rispetto alla terra, alla pesca, all’edilizia, all’uso dell’energia e delle risorse umane, al turismo e a tutte le forme di attività che consentono un uso non aggressivo e una utilizzazione più responsabile, più equilibrata e consapevole e che può dare un contributo vero per uscire dalla crisi. Non sappiamo se queste innovazioni saranno determinanti e se avranno uno sviluppo abbastanza esteso, ma visto che il sistema e il modello precedente non ha funzionato bisogna provare.
*Consigliere nazionale dei VERDI

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